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Aggiornato al 21/06/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Rajasekharan Parameswaran (India, 1964 -  ) – Smile please (2016)

 

 Il sorriso

di Cesare Verlucca

 

Io ho una filosofia esistenziale da condividere con quelli che mi vogliono ascoltare, e magari anche con tutti gli altri.

Dico spesso che non ho ancora deciso cosa farò da grande, e quelli che sanno che ormai ho passato i novanta, pensano che stia scherzando, mentre invece sto parlando quasi sul serio, con soltanto una piccola variazione. Non è vero infatti che io non abbia ancora deciso cosa farò da grande, perché sono quasi sicuro che fonderei una scuola nella quale insegnare una sola materia: a vivere.

(…)

Pensateci bene: c’è qualcuno che sa vivere pienamente come sarebbe giusto e meritorio?

«Insegnare a vivere? – mi chiederebbe sorridendo l’interlocutore di turno. – Tutti viviamo senza doverlo imparare a scuola: basta svegliarsi il mattino e andare a dormire la sera per risvegliarsi il mattino successivo. E continuare così fino alla fine dei propri giorni».

Henry Havelock Ellis, medico psicologo britannico, fondatore della sessuologia, gli avrebbe dato ragione affermando più o meno la stessa cosa: “Vivere rimane un’arte che ognuno deve imparare, e che nessuno può insegnare”. Io, dopo quello che ho detto finora, non posso che dare torto ad Havelock e concordare invece con l’irlandese James Ioyce che del pari lo avrebbe contraddetto, affermando che “la vita è come un’eco: se non piace quello ti rimanda, devi cambiare il messaggio che gli invii”. In entrambi i casi, tutto dipende da noi e da chi si pone un traguardo importante, deciso a raggiungerlo costi quello costi.

(…)

Per insegnare a vivere occorre partire dall’aspetto esterno, dal come appariamo al nostro prossimo e come il nostro prossimo appare a noi; e qui basterebbe applicare il consiglio che mia madre mi ha inculcato nell’infanzia e che io continuo a praticare: «A-i’è mac na còsa sola ch’a costa gnente e a rend tant: ‘n soris!». E, di quella cosa che non costa niente e rende tanto, io mi sono avvalso tutta la vita, sorridendo al mondo e girando il consiglio a mia figlia, lieto di rendermi conto che, quando sorride, sembra che una luce s’accenda nello spazio in cui lei vive.

Come prima lezione affermerei: “Sorridi al prossimo tuo e vedrai che, nel 90% dei casi, ti risponderà con un sorriso, e il discorso tra di voi scorrerà come una goccia d’acqua su una roccia liscia. Guardate la gente che cammina per strada. Sembra che la più parte abbia testé incorporato un criceto vivo e l’incidente gli causi giustificatissime difficoltà di digestione.

Io debbo onestamente ammettere di essere un privilegiato: le tre donne fondamentali della mia vita (mia madre, mia moglie, mia figlia) hanno popolato le tre stagioni della mia esistenza di sorrisi che continuano a illuminare il mio percorso.

(…)

Di sorriso hanno parlato in tantissimi in giro per il mondo e c’è da chiedersi perché questo atteggiamento facilissimo da attuare venga così spesso disatteso. E pensare che ci vogliono settantadue muscoli per fare il broncio, ma solo dodici per sorridere, come ha sostenuto lo scrittore canadese Mordecai Richler, e che quindi a sorridere si guadagni; mentre Madre Teresa di Calcutta ha affermato, con indubbia cognizione di causa, che non sapremo mai quanto bene può fare un sorriso.

Il sorriso può sbocciare istantaneo, ma può anche essere evocato in qualsiasi occasione, come ha suggerito l’americano di Brooklyn Edward L. Kramer, famoso per le belle frasi diventate celebri: “Non devi aspettare di essere felice per sorridere: ma sorridere per essere felice”.

(…)

Tra le tante definizioni del sorriso come medicina per i mali dell’anima ce n’è una famosissima che mi torna spesso alla mente, dovuta alla poetessa americana Ella Wheeler Wilcox, vissuta a cavallo tra l’800 e il 900: «Ridi, e il mondo riderà con te; piangi, e piangerai da solo».

Tutto questo mi fa tornare al sorriso di mia madre, che illuminava la stanza buia molto più della lampada a petrolio che pendeva dal soffitto, e non solo, perché se vedeva qualcuno triste, piangeva con lui, mentre cantava se vedeva qualcuno allegro. Lei non conosceva certamente la celebre frase, ma la sua era una partecipazione incredibile agli umori del mondo.

Ed io, che ho imparato da lei a sorridere, ho trasmesso questo atteggiamento a mia figlia che mi sta, e ne rendo grazie a Dio, decisamente superando.

 

 

Inserito il:27/05/2021 17:30:36
Ultimo aggiornamento:27/05/2021 17:48:58
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