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Aggiornato al 21/07/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Affresco Pompeiano – Le tre Grazie

 

Pompei, sotto la cenere la città del piacere (1)

di Vincenzo Rampolla

 

Una mattina di agosto del 79 d.C., in pieno fermento di ricostruzione dopo il dramma del terremoto di 17 anni prima, in poche ore Pompei viene invasa da una coltre bianca di un metro e mezzo di ceneri e lapilli.

Molti riparano al chiuso, ma soccombono al crollo dei tetti. A sera cessa il diluvio e da bianca la cenere si è fatta grigia e la città è annientata, sprofondata sotto oltre due metri e mezzo di detriti vomitati dal Vesuvio.

Chi è scampato procede a fatica nelle polveri finché dal vulcano si sprigionano i surges, dense correnti di gas, cenere e lava fluida che mettono a morte per asfissia gli abitanti. Tutti.

Con Ercolano e altre città del litorale scompare la florida città di diecimila abitanti alla foce del Sarno, strategico scalo marittimo e centro di intensi scambi commerciali per il ricco entroterra, per Napoli e l’Urbe.

Pompei sparisce, svanisce sepolta.

Dove sono i suoi abitanti? E gli allevamenti ovini? Dove le officine di trasformazione della lana, le tessitorie, le tintorie, la filatura del lino, le concerie, la produzione di vino e olio, esportati nelle Gallie, in Oriente e in Egitto? E i profumi e gli unguenti?

Scomparsi, evaporati, impietriti nella lava.

Travolti dalla violenza più di 200 laboratori artigianali, sventrati 600 esercizi commerciali, 89 bettole, 120 osterie, 44 ristoranti e locande, 18 centri di lavaggio di biancheria e indumenti, 13 officine di lavorazione della lana grezza, 35 panifici, 80 postriboli di ogni tipo e per ogni classe sociale.

E le Terme del Foro, quelle Centrali, le Suburbane e del Sarno? E le eleganti Terme di Giulia Felice, frequentate da persone raffinate, con salette private per incontri amorosi, ricche di mirabili affreschi e pitture erotiche? Sepolte, tutte, per secoli. Pubbliche e private le Terme sono il luogo d’incontro in cui si consuma il più tradizionale rito della società romana, il bagno caldo e freddo, pausa obbligatoria al termine dei negotia della giornata. Per prime le Terme Centrali dei quartieri orientali brulicanti di attività, hanno soppresso la separazione tra le sezioni uomini e donne, fino ad allora inviolabile divisione, inutile dopo il sisma.

Un impianto unico per calidarium, frigidarium e tepidarium porta a notevoli risparmi e invita le donne a mostrarsi nella loro forme e gli uomini a contemplarle e concupirle. Anche le Terme Suburbane adottano l’economicità e la funzionalità dei nuovi impianti e inconsuete nell’apodyterium, nello spogliatoio comune, con panche e armadietti, le pareti sono tappezzate di decorazioni a stucco di egregia fattura, numerate da I a XVI, scene sensuali dall’erotismo in crescendo, solo 8 sopravvissute all’eruzione.

È un’insolita raccolta di posizioni e immagini di amori di coppia e di gruppo tra cui due donne in amplessi saffici, unicum per l’arte romana. Scene da osservare, imitare, ricordare.

Ogni numero corrisponde a una donna, un prezzo e una posizione amorosa, impresse sulle facce di un gettone in bronzo, da procurarsi all’ingresso.

Si paga in assi e un asse vale una pagnotta o un bicchiere di vino e XVI assi sono pari a un denario, roba per donne raffinate, femmine di gran classe o mulieres in calore, oggi prostitute, da prostare, stare davanti e prostituere, mettersi in mostra e postribolo, luogo di piacere.

L’attrice Novellìa Primigenia è la più ricercata, celebre per i licenziosi commenti di amatori esaltati e per i versi a lei dedicati: Vorrei essere la gemma del tuo anello per non più di un’ora, e darti i baci che vi ho impresso.

Inarrivabile magistra è Messalina, la sublime. Moglie di Claudio, l’imperatore, lui cinquantenne, lei sposa a 14 anni, assidua prostituta di un postribolo. Si traveste e si presenta interamente depilata, i capezzoli impolverati d’oro, gli occhi segnati da un impasto di antimonio e nerofumo e le labbra imbevute di porpora. Lysisca il nome di battaglia, per qualche ora al giorno si concede a pagamento a marinai e gladiatori nella propria cella.

La sua sfida con la più nota prostituta del tempo è tramandata da Plinio il Vecchio, vinta in 24 ore con 25 concubitus.

Proclamata invicta, secondo Giovenale lassata viris, nondum satia, recessit (rinunciò a continuare, sfinita ma non sazia). Rientrava al mattino nel letto imperiale impregnata del fetore del bordello, con le guance annerite e sfigurata dalla fuliggine delle lucerne.

La sua ninfomania è tollerata finché si sposa con l’amante. Claudio allora ne ordina la morte e muta la linea ereditaria: il figlio Britannico non diventa imperatore, rimpiazzato da Nerone, figliastro di Claudio.

La scuola di Messalina ha larga ego nell’Impero e a Pompei si contemplano i graffiti dell’allieva Novellìa Primigenia, tra cui il passionale: Chi mi ha ben pagato per le mie lezioni, abbia dagli dei ciò che desidera.

Oltre ai bagni termali, i sollazzi prediletti dai pompeiani sono gli spettacoli teatrali, i giochi tra gladiatori e le palestre, luoghi ambiti da ogni uomo o donna per trovare di che soddisfare le proprie voglie.

Accanto agli amori dovuti ne esistono altri possibili, senza essere biasimati, ma soltanto per gli uomini, rapporti illeciti con altri uomini e con donne diverse dalla moglie.

Per le donne gli amori sono solo dovuti o proibiti, secondo le ferree regole cui sono sottoposte le honestae mulieres.

L’amore eterosessuale, termine inappropriato e inesistente nella lingua e nell’etica antica, è con le prostitute; quello omosessuale, altro termine inadatto, è l’accoppiamento di un romano con un altro uomo, purché abbia un ruolo sessuale attivo e non sia ragazzo romano.

La prostituzione è un fenomeno molto diffuso e ampiamente tollerato, dalle prestazioni offerte a prezzi irrisori, fino agli amori ancillari nella propria casa o nelle case private.

Qui si ricavano spazi adibiti a vere e proprie cellae meretricae, presenti anche in taverne, negozi, case degli sfruttatori con meretrici, da merere, guadagnare. Iniziati nel XVII secolo, gli scavi archeologici spazzano via le ceneri di Pompei e dopo due millenni affiorano monili, sculture, vasellami, pitture murali e graffiti di chiara ispirazione erotica.

Si scopre un aspetto sconosciuto di Pompei: il sesso è una sua particolarità e parte della sua economia. La città accoglie marinai e forestieri provenienti da ogni parte dell’Impero e del mediterraneo, da Roma e Napoli in particolare, attratti dalla capitale del commercio e città del piacere. Che cercano? Gioie e delizie per il corpo.

Oltre ai bagni termali, dalle taverne e dalle locande ove ristorarsi, riaffiorano dagli scavi più di 80 bordelli, locali pensati e costruiti per incontri amorosi e per le tasche di ogni tipo di cliente, dal poveraccio al riccone.

Nel sesso a Pompei il fallo fa da padrone. È il soggetto ricorrente, simbolo di fertilità e di buon auspicio, rappresentato ovunque: pietra miliare, vicino a fontane e abbeveratoi pubblici, scolpito su muri e pietre stradali, fuori delle case, appeso come campanello, su lucerne e anfore, amuleto femminile e all’ingresso dei postriboli.

Perché stupirsi? Il sesso, componente importante della vita e dell’economia di Pompei, è vissuto senza pregiudizi, problemi, tabù o fantasie, nello stile del mondo romano. Il sesso è materia serenamente legata alla quotidianità delle persone nel loro vivere sociale, testimoniato dai bassorilievi a figura fallica sui muri di molte case con la scritta Hic habitat Felicitas.

Per gli antichi romani l’amore è considerato un regalo degli dei e dunque un sentimento da coltivare e vivere fino in fondo. Il sesso ben fatto porta figli sani, è inciso in un graffito.

Tra i primi reperti, nella Casa dei Vetii affiora l’affresco di Priapo, divinità itifallica (fallo eretto in greco), figlio di Dioniso e Venere, con fallo di dimensioni smisurate, riprodotto in ogni dove in sculture e immagini, oggetto sensuale, di superstizione e propiziatore della fertilità e per punizione deformato da Giunone, dopo il tradimento di Giove con Venere.

Dagli scavi in corso è appena emerso il ritratto di Leda, regina di Sparta, seduta mentre si accoppia con Giove. Pur di averla si è mutato in cigno, esplicito e virile, proteso sul suo grembo. Affresco ritrovato in una ricca dimora in via del Vesuvio, nel cubicolo, camera da letto alla quale si accede dopo aver oltrepassato l’immagine di Priapo, nel corridoio che dall’ingresso porta all'atrio della casa.

Dove sono finiti gli oggetti e le immagini dipinte a tema fortemente erotico ritrovate a Pompei, Stabia, Ercolano e nelle città della cinta vesuviana?

A Napoli, dal tempo dei Borboni ammassate nel Gabinetto Segreto del Museo Nazionale Archeologico (GS) e chiuse ai visitatori per salvare la reputazione della Casa Reale napoletana. Il portone d’accesso fu dotato di tre serrature con una chiave al Direttore, una al Custode e una al Maggiordomo maggiore.

Fatta incetta di tutte le Veneri nude, sigillato e infine murato, fu Garibaldi a romperne i sigilli, scassinò le porte e lo rese aperto ogni giorno al pubblico. Tutto è scritto in un documento esposto all’entrata.

Nel 1934 il Duce disciplinò l’accesso esclusivo a personalità e artisti, nel 1971 fu aperto solo su richiesta e finalmente nell’aprile del 2000 è stato aperto al pubblico, ingresso libero previa prenotazione.

Il GS, con reperti e calchi della sessualità vissuta a Pompei, a sfondo fortemente erotico, illustra ampiamente i diversi aspetti culturali, religiosi, commerciali, funerari, caricaturali, magici e legati all’amore e al piacere di coppia.

Le immagini del GS, reperibili in Rete, vanno viste con lo spirito del romano dell’Impero, da Aquileia alla Magna Grecia, senza prevenzione, libido e malizia, a lui ignote. Aspetti che non fanno della società romana una collettività amorale, essendo ben chiaro e regolato il rapporto quotidiano fra i sessi.

Le donne, in particolare, sono considerate il fulcro della famiglia e partecipano attivamente alla vita sociale. Divorziare è semplice, eppure si attribuisce al matrimonio e alla famiglia un forte valore sociale.

Lo stesso imperatore Augusto non esita a esiliare sull’isola di Ventotene, l’unica figlia Giulia, libertina e accusata di immoralità, applicando una sua legge sugli adulteri. È nelle sale del GS che si può contemplare una miriade di sculture erotiche tra cui Pan intento a fare sesso con una capra compiacente. Neppure Picasso avrebbe saputo fare di meglio …

In epoca romana i luoghi del piacere sessuale mercenario sono i lupanari (da lupa, prostituta), vere e proprie case d'appuntamento con più cellae con letti in pietre e calce, su cui consumare incontri amorosi.

Quello di Pompei è il postribolo più famoso della città e del circondario, piccolo edificio all’incrocio di due vie secondarie, con un piano terra e un primo piano cui si accede da una stretta scala. La sua costruzione risale agli ultimi anni di vita della città, l'intonaco fresco di una cella ha restituito l'impronta di una moneta del 72 d.C..

Al piano terra due entrate separate: la prima nel Vicolo del Lupanare e la seconda nel vicolo di chi arrivava dal Foro. Dalle entrate si accede alla sala centrale, con banco d’ingresso, e intorno si aprono cinque cellae con letti in muratura con materasso, cuscino e porte in legno. La latrina è sotto le scale di legno che portano al piano superiore con altre cinque cellae e un balcone pensile.

Il piano terra è per gli schiavi e le classi più modeste e il primo piano è riservato alla clientela di rango elevato, con celle intonacate di bianco e ricoperte dai graffiti incisi dagli avventori e dalle lupae in servizio, in genere schiave orientali o greche.

Oltre a scritte volgari, i 120 graffiti dissepolti elencano donne celebri per dissolutezza e fascino e tramandano le lamentele di chi si è beccato una malattia venerea.

Numerosi affreschi illustrano l’offerta di prestazioni disponibili, ognuna con il suo prezzo variabile da due a otto o più assi e il ricavato, non avendo le schiave una personalità giuridica, va al padrone o al mezzano (lenone) piazzato al banco, uomo o donna che sia.

Una legge del I secolo vieta l’uso nel lupanare di monete con l’effige imperiale e vengono battute le tesserae eroticae, monete speciali con cui pagare le prestazioni sessuali. Sulla porta di ogni cella è affisso il nome della donna, il prezzo del servizio e un cartello di disponibilità.

Donne e uomini di Pompei ingannano il tempo scrivendo sui muri, tengono molto a ostentare la propria passione nell’abbandonarsi al piacere amatorio: Litus, sei un uomo da due soldi, anzi non vali un solo quattrino; Salve Igino, alla tua Edoné piace il fallo di Pilade; Leggi bene, prima di sederti qui: chi ha voglia di fare l’amore cerchi di Atticé, costa sedici assi.

Al banco del salone si vendono profilattici, confezionati con intestini di pecora o vescica di capra essiccati fatti non dai romani ma da questi perfezionati e largamente diffusi; ne esiste un modello fatto con la pelle di nemici caduti in battaglia, tutti parte della dotazione del milite che dopo l’uso lo lava e lo riutilizza. Deve evitare contagi capaci di pregiudicare una campagna militare, falcidiando le truppe con epidemie di malattie veneree.

 

(Continua)

 

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Inserito il:29/12/2018 10:13:48
Ultimo aggiornamento:11/01/2019 18:30:45
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