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Aggiornato al 16/12/2017

Leonid Pasternak (Odessa, 1862 - Oxford, 1945) – The Night before Examination – 1895

 

Ragazzi, ragazze, calcio e colpi di fortuna 

di Massimo Biondi

 

Ci siamo. Tra poco settant’anni. Li finisco, come dicono in Toscana.

A venti è diverso, certo. E’ vero ciò che intuisce la sensibilità di artista di Francesco de Gregori: “vent'anni sembran pochi, poi ti volti a guardarli e non li trovi più”.

Ora mi accorgo che anch’io non li ho più trovati. Non tanto gli anni, ma le persone dei vent’anni. Maria Pia, Franco, Rosita, Massimo, Gavino, Marina, Alberto, Giorgio, Anna, Gianna. Quelli con i quali ci si divertiva, si scherzava, ma si pensava anche a come poteva essere il mondo nuovo che gli anni sessanta promettevano. Li ho persi i miei amici, alcuni già durante un’estate che sul momento è parsa di gloria ma a lungo andare ho scoperto avermi sottratto qualcosa, oltre a sé stessa. Altri poco più tardi.

La trappola è stata saltare il quinto anno delle superiori. Perché sei bravo, apprendi facilmente, puoi recuperare quello che in precedenza hai perso per tua negligenza. Fare semplicemente il quarto in scioltezza e divertirti ogni giorno, tutti i giorni, non bastava. Tu sei super, pirla di uno. E abbastanza presuntuoso da volerti mettere alla prova per dimostrarlo, sa Dio a chi. Nessuno lo pretendeva.

Però c’era l’alibi, la motivazione razionale: a fine estate si trasloca di nuovo, via da Roma si torna a Milano, da dove eravamo calati sei anni prima. Così ha dovuto decidere papà, suo malgrado. E il mio vivere a Roma era tanto felice che proprio non mi sembrava possibile replicarlo cercando nuovi compagni altrove e per un anno solo. Se devo cambiare cambio tutto, ho pensato. Bisogna diventare grandi. Niente più scuola, a Milano. Università, semmai. Forse serale, perché avevo anche intuìto ciò che mio padre non mi ha mai detto, e mai lo avrebbe fatto: che uno stipendio in più in famiglia con un anno di anticipo poteva essere utile in un momento non florido. Anche solo psicologicamente.

A Roma ero arrivato col magone l’agosto delle Olimpiadi. Berruti, Abebe Bikila, Cassius Clay non ancora Mohammed Alì. Poi la scuola e dopo un paio di settimane magone sparito; mi sentivo già integrato, accento a parte. Anche troppo, considerate le ore a giocare a calcio nella vicinissima villa Borghese invece di stare in aula. Purtroppo trattavasi di corso pomeridiano, che al mattino era tutto esaurito, e al pomeriggio tra aula e calcio non c’era proprio partita. Quell’anno per di più è piovuto raramente. Eravamo quattro, tre dei quali inseparabili. Avevamo creato un trio, una specie di club al quale si sarebbe potuto accedere solo superando un proibitivo test di ammissione. Il club BiMoVir, dalle iniziali dei nostri cognomi. Tutti bocciati, anche il quarto, il separabile. L’anno scolastico da recuperare è stato quello lì, quello del BiMoVir e del calcio a villa Borghese.

E allora, caro prof AA, le devo parlare: in passato ho perso un anno e in agosto devo tornare a Milano, perciò che ne dice se mentre frequento il quarto mi preparo il quinto da solo e da solo mi presento all’esame di Stato?

AA capisce le mie motivazioni: ti prendi un grosso impegno, dice, ma se vuoi ti do una mano con piacere, e credo che anche altri colleghi siano disponibili.

AA era un sardo non espansivo ma affettuoso, quasi compaesano del mio carissimo Gavino da Macomer (pronuncia con almeno due v e la n un tantino impuntata). Quattro anni insieme e ti affezioni anche a un pesce rosso, figurarsi a un allievo che ti segue, ti stima, non ti rompe le balle e tifa anche per giggirrivva, pur se gioca nel tuo Cagliari e non nell’Inter. I fortunati che hanno avuto un amico sardo sanno che i sardi risultano spesso un po' più amici degli altri.

E sia. Era quasi Pasqua. Tempi strettissimi. La mia testa mi suggerisce la strategia: niente tempo per la matematica, che tanto non capisco e non mi piace. Niente inglese, che bisogna studiare la lunga e complicata storia della Gran Bretagna. Due materie sicure da riparare a settembre. Sul resto mi impegno. Fino a tre rimandi si può fare. A quattro kaput quasi scontato.

Vado da AA, che vive da solo, quasi tutti i pomeriggi: ragioneria, tecnica bancaria, anche matematica attuariale se avessi voluto. Ma no, non volevo, non avevo tempo. Mi vuole aiutare, gratis, anche in diritto, che mi piace (farei l’avvocato, da grande, se potessi). Si limita a testare la mia preparazione che trova discreta in diritto pubblico, meno in privato.

Dalla professora MP vado due/tre mattine la settimana alle 6, prima della scuola, prima di tutto. Roma deserta, con la Lambretta impiego un attimo, anche per poi andare a scuola. Dante, letteratura italiana, storia tanto per riempire gli ultimi minuti e stabilire legami con la letteratura. In previsione delle sue lunghe vacanze estive e dello scontato rimando a settembre, anche qualche conversazione in inglese. Lei aveva studiato anche a Oxford. O Cambridge, non ricordo. Conversazioni brevi, per non perdere tempo e non dover aumentare le levatacce, mie, sue e di suo marito, simpaticissimo romanista appassionato di rugby (CUS Roma). Le chiedo: se prendo otto nel tema mi salvo? Basta caffè doppi al mattino, mi risponde senza pensarci un attimo. D’ora in poi uno e neppure molto forte, che due ti esaltano troppo. Dopo quella boutade il marito di MP, che non appariva mai prima delle sette ma sempre di buon umore, mi chiamava Manzoni, per sfottermi. Lui che si chiamava Dante, per davvero.

Otto però, a quel tempo, era decisamente fuori standard, specie all’esame di Stato.

Luglio. Allora le maturità si tenevano in luglio e non mi sembra che la TV ne parlasse. Tema. Poi ragioneria. Poi non ricordo che altro. Tre scritti, insomma. Di ragioneria riesco a passare il compito ad un amico; poche modifiche alle interpretazioni di poste di bilancio e non ci sono rischi di essere beccati.

Orali: si comincia da italiano e storia. Complimenti signor Biondi, il suo tema è stato giudicato il migliore della commissione. Le abbiamo dato otto. (Visto, dolce MP?). Poi Foscolo e altri defunti fino, sorpresa, ad un contemporaneo allora vivente: Ungaretti. Sempre la guerra però, sullo sfondo (“si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”). Grazie alla RAI, che in quegli anni ospitava anche Ungaretti che emetteva con fatica frasette fulminanti. Non poteva passare inosservato.

Bene Biondi, confermiamo l’otto.

Quando tornando a casa lo dirò a papà, in attesa davanti all’ascensore, lo scoprirò impegnato a nascondere la commozione. E poi al telefono in teleselezione per informare il parentado.

La commissione era tutta formata da sconosciuti, loro a me e io a loro. La scuola che la esprimeva era pubblica, Istituto Gioberti, al tempo considerato molto serio e rispettabile. Io ero “privatista”, nel senso di proveniente da scuola privata. Maglia bianca, insomma, come un ciclista senza ingaggio. Niente sponsor. Per di più avendo saltato il quinto anno. Autodidatta assoluto, almeno per chi non sapeva di AA e MP. Cioè tutti. Per fortuna la circostanza non era nota a tutti gli esaminatori, credo. Magari avrebbero potuto insospettirsi, pensare che il mio fosse puro azzardo e non anche impegno (il culo si manifesterà in seguito).

Ma miglior tema della commissione, accidenti! Adesso bocciarmi è meno facile, pensavo, senza ancora sapere che in effetti nessuno partiva con quella malvagia intenzione pregiudiziale. Non ho incontrato carognoni tra i membri della riverita Commissione. Tutt’altro.

Italia-Corea del Nord 0-1. Ho seguito in televisione ma ero troppo concentrato per appassionarmi. L’indomani avevo l’orale di ragioneria, il clou. Seguivo e mentalmente ripassavo. Ogni tanto papà se la prendeva con tizio o caio e interrompeva brevemente i miei pensamenti. Mai parolacce, lui. Al massimo “ma và à scuà el mar”. Però c’era lì vicino, anche quel giorno, e capivo che capiva e in fondo trepidava per me molto più che per il gol di Pak Doo-Ik.

Prima interrogazione del mattino: la mia. Lo sconosciuto esaminatore capo mi fa cenno di sedermi, senza parlare, e mi stende davanti al naso il Corriere dello Sport: “VERGOGNA!” è il titolo a tutta pagina. Ora lo richiudo, mi dice aprendo finalmente bocca. Vediamo se non devo riaprirlo per commentare le sue risposte.

Non lo riaprirà. Sette stiracchiato lo scritto e mica male l’orale.

Ci siamo. Bocciato no. Rischio evitato, direi. Rimandato in matematica e inglese di sicuro. Anche ci fosse una terza materia amen, va già bene così, tanto non può essere una materiona decisiva. (Allora l’esame era su tutte le materie e tutto il programma del quinquennio. Anche educazione fisica, al cui test sono zompato sulla corda fino in cima – performance mai riuscitami, né prima né dopo - spinto da chissà che).

Il giorno dell’esame di inglese mi sentivo disteso. Erano passati bene anche gli orali dei diritti e di geografia (i navigli artificiali di Milano, mi hanno chiesto. A mì! Un milanese!). In inglese ero rassegnato alla sconfitta, che mi sembrava quasi un pareggio. Esterno oltre tutto, sempre per la faccenda del privatista.

Lunga attesa, stavolta ero il penultimo. Chiedo alla ragazza che mi sembrava la più carina fra le interne di quella scuola: scusa, secondo te che la conosci, su quale argomento di storia inglese batte più spesso questa professora? Mi guarda stranita ma gli occhi le sorridono. Le spiego che di storia britannica non ho studiato nulla, però il libro ce l’ho. Nell’attesa di essere interrogato posso leggiucchiare un solo argomento, una ventina di pagine al massimo, confidando nel suo intuito e nella mia buona stella, che se ti va, azzardo, possiamo mettere a confronto nel pomeriggio.

Ride. Male che vada mi sono fatto un’amica. Boh! Prova con la guerra delle due rose, consiglia. Si capisce che non avrebbe scommesso un ghiacciolo sul buon esito, ma lo scetticismo era nascosto da un disarmante sorriso under 20.

Tocca a me. Ah! Biondi! Lei è quello che ha scritto il famoso tema. Ebbene sì! Famoso, addirittura. Mi inorgoglisco. “Mi parli della guerra delle due rose”. Grazie deliziosa Loredana! Ci hai preso in pieno! Certo professora, York Lancaster e poi Tudor e morta lì. Un matrimonio e via. Non male nemmeno la pronuncia, grazie soprattutto al fatto che di Lancaster accentavo la prima a, non la seconda come facevano tutti con l’attore omonimo Burt, quello del Gattopardo. Sette. In inglese! Io che pensavo di studiarlo tra agosto e settembre.

E’ andata, oltre le aspettative. Manca solo matematica ma non c’è pathos. Devo avere la sfrontatezza di confessare che il libro non solo non l’ho aperto ma non l’ho ancora neppure comprato. Studierò in estate, prometto. Se mi regalate un quattro, pur esagerato per la mia impreparazione totale, ci rivediamo in settembre in tutta serenità. E sarò pronto.

Ma come, mi dice il prof specifico della materia, lei ha fatto il bellissimo tema che abbiamo letto tutti, ha superato bene tutti gli altri esami e vuole mancare la promozione solo per matematica? Dice queste cose con convinzione il bravuomo. Non sa quanto mi farebbe felice avere solo matematica a settembre. Via, proviamo con una domanda facile. Poi un’altra, secondo lui più facile ancora. Ma io non so nulla di nulla. La situazione diventa imbarazzante se non mi boccia subito. Fa pure un caldo bestia.

Alla fine mi regalerà il sei anche lui. Promosso, leggo sui tabelloni. Da non credere. Passa di lì proprio il bravuomo, che ringrazio con un trasporto in parte dissimulato perché gli astanti non capiscano che regalo mi ha fatto. La commissione, mi dice, ha accolto la mia proposta di darle sei per due motivi: per il tema meraviglioso che ha scritto (daje!) e per avere nella nostra commissione almeno un privatista promosso su oltre sessanta che si sono presentati. Come vede dai tabelloni, solo lei. Da parte mia, aggiunge, ho la sensazione che d’altra parte lei non si dedicherà a studi scientifici, vero? Che pensa di fare all’Università, se ci andrà?

Credo economia, lo rassicuro. Bravo! E complimenti. Ma guardi che matematica 1 in economia è tostissima. Si prepari bene.

Complimenti a lei professore, telefono a casa da una cabina a gettoni sui 40 gradi, giusto per evitare lacrime teleselezione e tutto il resto e, purtroppo, penso: adesso, scomparsa la concentrazione che escludeva dalla mente tutto il resto, mi rendo conto che l’estate è molto avanzata, tra poco lascio Roma e i miei amici chissà dove sono. Certo, Alberto a Santa Marinella, Maria Pia e Rosita in Sicilia o in Abruzzo, Massimo forse a Terracina, Gavino di sicuro in Sardegna (Macomer, non costa Smeralda): li ritroverò? Mica ci sono i cellulari nel 1966. E se in settembre non sarò qui, sotto casa di Franco, nei luoghi dei ritrovi, nei due/tre bar abituali, a scuola, come li rintraccio? Non li vedrò più, io a Milano e loro no.

Non ho più le sicurezze che mi hanno sostenuto finora. Ho recuperato un anno o l’ho perso?

E’ così, caro De Gregori: i vent’anni ti volti a cercarli e non li trovi più.

Io nemmeno i diciannove.

 

P.S. = ciò detto, però, al bando la malinconia. La nostalgia un po' è inevitabile ma non è che la vita da settantenne in buona salute sia da buttar via. Tutt’altro. Amici per fortuna ne ho ancora, a Milano e anche a Roma, benché non più quelli. Solo, ecco, il calcio lo vedo in tv e quando si pensa al futuro viene spontaneo evitare i tempi lunghi. Per quelli bisogna voltarsi indietro.

 

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Inserito il:29/07/2017 22:30:01
Ultimo aggiornamento:08/08/2017 10:52:11
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