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Aggiornato al 19/07/2018

Andrea Cefaly (Cortale, Calabria 1827 - 1907) - La battaglia del Volturno

 

Volturno 1860 - Come si perde un regno - 1

di Mauro Lanzi

 

Da Marsala a Napoli

La battaglia del Volturno, che conclude la spedizione dei Mille, è episodio di solito trascurato nei resoconti dell’impresa, della quale ci restano impressi in memoria lo scoglio di Quarto, lo sbarco a Marsala, “ Qui si fa l’Italia o si muore”, mentre il Volturno sembra quasi una postilla, l’esito scontato di una gloriosa vicenda: così non è, così non fu; non solo il Volturno fu l’unica grande battaglia campale della spedizione, ma proprio sul Volturno i borbonici ebbero l’unica vera occasione di battere sul campo i garibaldini, riconquistare Napoli e, forse, rovesciare a loro favore l’esito della guerra .

Come e perché si determinò questa occasione, come e perché i borbonici non riuscirono a sfruttarla, suggellando così la fine di un regno, è l’argomento che ci proponiamo di trattare attraverso le situazioni ed i personaggi che lo determinarono.

I garibaldini erano sbarcati in Calabria il 19 agosto: lo sbarco sul continente è un passaggio importante della guerra; la Sicilia, in effetti, era sempre stato un possedimento critico per Napoli, dai Vespri siciliani in poi. In tempi recenti due rivolte, nel ‘37 e nel ’48, avevano fatto vacillare il dominio borbonico sull’isola: nel '48 i moti insurrezionali iniziano proprio in Sicilia, che giunge a dichiararsi indipendente da Napoli, offrendo la corona ad un Savoia: di fatto Palermo non voleva stare sotto Napoli e la partenza stessa dei Mille era stata motivata da notizie, poi rivelatisi infondate, del perpetuarsi di gravi disordini a Palermo (rivolta della Gancia) e nell’isola. Crispi, che era il plenipotenziario di Garibaldi per i rapporti con l’isola aveva deliberatamente mentito al Generale. Garibaldi, dubbioso: " Voi solo mi incoraggiate ad andare in Sicilia, mentre tutti gli altri me ne dissuadono. Me ne risponderete di persona.”

Grazie a questa menzogna, il 5 maggio i garibaldini erano partiti da Quarto: erano, esattamente 1116, per una buona metà laureati, medici, avvocati, professionisti: poi c'erano piccoli imprenditori e possidenti, borghesi insomma. C'era anche una donna, Rosaria Montmasson, moglie di Crispi, che si era imbarcata travestita da uomo.

Dopo lo sbarco a Marsala dell’11 maggio, già a fine mese, con la conquista di Palermo, la Sicilia era virtualmente perduta per il regno di Napoli; a Palermo 20.000 soldati borbonici, bene armati ed inquadrati, non erano riusciti ad aver ragione di duemila garibaldini male in arnese. Ed è proprio a Palermo che l’impresa garibaldina acquista credibilità e visibilità internazionale; affluiscono rinforzi (le “colonne” Medici e Cosenz), fucili moderni ed altre armi (il mitico Samuel Colt invia a Garibaldi 500 dei suoi revolver), giornalisti ed osservatori internazionali, l’inglese Jessie White, il francese Dumas, il corrispondente del Time Eber….

«Splenda nella memoria dei secoli - l'epopea del 27 maggio 1860 - preparata da cuori siciliani - scritta col miglior sangue d'Italia - dalla spada prodigiosa - di Garibaldi. - Riecheggi nella coscienza dei popoli - il tuo ruggito, o Palermo - sfida magnanima - a tutte le perfide signorie - auspicio di liberazione a tutti gli oppressi del mondo»

Mario Rapisardi, monumento ai Mille

Fatidico per le sorti del Regno fu il mese di agosto, dopo il trionfo di Palermo e la vittoria di Milazzo; di fatto alla perdita della Sicilia il Regno poteva forse anche sopravvivere (come era accaduto dopo i Vespri Siciliani, quando gli Angiò avevano ceduto la Sicilia agli Aragonesi) e questo sembra fosse il pensiero anche di Napoleone III quando, dopo Palermo, propose all’Inghilterra di pattugliare congiuntamente lo stretto. La proposta cadde per il disinteresse degli inglesi: comunque i borbonici disponevano di 4 incrociatori per controllare lo stretto, una forza più che sufficiente per bloccare i due barconi malandati dei garibaldini.

Garibaldi, però, giocò d'astuzia, sbarcando 40 km a sud di Reggio, a Melito (i resti di uno dei suoi barconi giacciono ancora sul fondale), con un contingente di soli 3000 uomini, con i quali occupò di sorpresa il porto e la città di Reggio. Francesco si limitò ad inviare un biglietto di biasimo ai comandanti della flotta; un vero Re avrebbe dovuto impiccarli!!

Nonostante ciò, ben 17000 soldati borbonici presidiavano la Calabria: il crollo vergognoso della resistenza dei borbonici, in queste circostanze, aprì la strada per Napoli ai garibaldini, ma, soprattutto, suonò come campana a morto per il regime. Questo esito dipese da incapacità, da tradimento, ma forse anche dall'atteggiamento incerto ed ondivago di Francesco, che oscillava tra propositi di riscossa ed aperture verso i liberali: occorre ricordare che Francesco aveva concesso la Costituzione il 25 giugno, adottando come bandiera il tricolore con al centro il giglio borbonico. Queste misure, però, lungi dal guadagnargli la fiducia dei liberali (i Borbone avevano una lunga tradizione di spergiuri e promesse mancate), avevano gettato confusione e sconcerto tra i lealisti. “Ma questi, ci si domandava, li vuoi combattere o ti ci vuoi mettere d’accordo?”

Garibaldi giunge a Napoli il 7 settembre a mezzogiorno: Francesco II era partito in gran fretta il giorno prima in piroscafo, accompagnato dalla moglie ed alcuni cortigiani: nella precipitazione si era lasciato dietro il governo, il tesoro della corona e la stessa Guardia Reale, che però si renderà utile facendo il presentat’arm a Garibaldi!!!

Garibaldi arriva a Napoli in treno, come usa da noi per i dittatori: era accompagnato da un piccolo gruppo di seguaci, che un qualsiasi plotone di fucilieri avrebbe potuto facilmente respingere: spiccava Frà Pantaleo, un frate che unitosi ai Garibaldini a Calatafimi, li seguiva vestito della sua tonaca, completa di sciabola e fucile e, così conciato, celebrò il TE DEUM nella cattedrale.

In quei giorni Napoli divenne la meta di tutta Europa: si precipitò lì lo stesso Mazzini, a cui il Generale dette però del lungo. Abbondavano poi cronisti, giornalisti, sfaccendati, marinai della flotta piemontese, giunse anche un corpo di volontari inglesi, più coinvolti nelle bevute che nei combattimenti!!

A tanto folclore non poteva mancare Alessandro Dumas padre, che, ardente di entusiasmi garibaldini, aveva seguito la spedizione fin da Palermo a bordo del suo panfilo “Emma”, carico di belle donne e champagne, tanto per non farsi mancare nulla: nominato da Garibaldi sovrintendente agli scavi di Pompei, fu costretto a dimettersi per lo scandalo che aveva destato aprendo al pubblico le sale proibite.

Dumas rimane comunque a Napoli per quattro anni e fonda il quotidiano partenopeo "l'Indipendente": assume al giornale un giovane, Eugenio Torelli, che diviene anche il suo segretario personale. Per quattro anni svolge questa mansione seguendo Dumas anche in Francia: EugenioTorelli Violler (in Francia decide di aggiungere al cognome italico quello della madre francese), impara a Parigi il mestiere di giornalista; poi, rientrato in Italia, si arruola volontario con Garibaldi (Terza Guerra d’Indipendenza) e nel 1876 diviene cofondatore e primo direttore del "Corriere della Sera": il giornale più milanese che ci sia deve le sue origini ad un garibaldino ed anche napoletano!!

Garibaldi a Napoli si trova a suo agio; per quanto fosse ateo, massone e mangiapreti, si era precipitato il giorno 8 a venerare la Madonna di Piedigrotta, in occasione della festa, accolto da un bagno di folla; poi aveva preteso il miracolo di San Gennaro: poiché questo ritardava, inviò alcuni suoi emissari a spiegare in dettaglio all’Arcivescovo cosa gli sarebbe successo se il Santo non collaborava: e miracolo fu!!!

Francesco II, per parte sua, aveva voluto accomiatarsi da Napoli con una degna cerimonia, perché, in una certa Italia, a tutto si può rinunziare, meno che alle apparenze. Così, la mattina del 6, tutta la buona società della capitale venne a salutare il Re in partenza, vestita con gli stessi abiti della festa con cui il giorno successivo avrebbe accolto Garibaldi. Nella sfilata, ad un certo momento si presentò davanti al Re il ministro di polizia, Liborio Romano: Romano è uno di quei personaggi tipici, da noi, in certe circostanze. Figlio di una famiglia della piccola nobiltà pugliese, si era trasferito a Napoli per studiare legge ed era diventato, giovanissimo, docente di giurisprudenza all'Università di Napoli. Coinvolto nei moti del '48, era stato costretto all’esilio. Rientrato per l'amnistia emanata all'incoronazione del nuovo sovrano, era stato chiamato da Francesco II, nel marzo del ’60, all’incarico cruciale di Ministro di Polizia, forse in un tardivo tentativo della monarchia di riaprire un dialogo con i liberali, ma aveva ripagato assai male la fiducia del Re. Si era inteso quasi subito con Cavour, da cui riceveva somme ingenti per fomentare improbabili moti sabaudi a Napoli: era stato lui a spingere il Re ad abbandonare la capitale, sarà lui a gestire la transizione, in accordo con la camorra, che, di fatto, assicurò l'ordine pubblico durante quei giorni.

Al commiato allora, Francesco II, che era un po’ fesso, ma forse non del tutto, quando Romano si inchina per il baciamano di prassi, gli assesta una pacca sulla nuca con il palmo della mano:

“Don Libbò, guardateve ‘u cuollo!!”

(Continua)

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Inserito il:08/02/2018 21:52:42
Ultimo aggiornamento:17/02/2018 10:42:53
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