Aggiornato al 25/06/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Vincent Van Gogh ((Zundert, Olanda, 1853 - Auvers-sur-Oise, Francia, 1890) - Campo di grano con nuvole

 

Il grano e la guerra

di Giorgio Cortese & Cesare Verlucca

 

La coltivazione del grano ha origini antichissime ed è iniziata con la selezione e la propagazione di sementi ricavate da varietà selvatiche particolarmente resistenti. Ma solo nel 1900, dopo gli esperimenti condotti dal ceco Gregor Johann Mendel (1822-1884), biologo, matematico, abate agostiniano, gli scienziati hanno iniziato il miglioramento genetico, tra i tanti altri, anche di questo prezioso frumento che è diventato preziosissimo per la sopravvivenza dell’umanità.

Il grano, infatti, ha avuto un’importanza fondamentale nello sviluppo degli esseri umani e acquisito nei millenni un rilevante valore culturale ed economico.

I nostri progenitori hanno iniziato la coltivazione del frumento circa diecimila anni fa, quando da cacciatore errante l’uomo è diventato stanziale, con la necessità di procurarsi il cibo costantemente “in loco”.

Ed è per questo che il grano si sviluppò naturalmente in una zona detta “mezzaluna fertile”, l’attuale Medioriente, situato lungo il Nilo e tra i fiumi Tigri ed Eufrate. In questa zona, naturalmente prodiga nei confronti del frumento, si sono sviluppati questi cereali che prendono il nome dalla dea Cerere, la quale ne avrebbe fatto dono divino agli uomini.

Si fa presto dire grano, ma è giocoforza scendere a opportuni dettagli: questo cereale, infatti, viene distinto in tenero e duro, a seconda della facilità con la quale viene sbriciolato. Dal grano tenero si ricavano le farine, dal duro le semole e, mentre il tenero viene coltivato nelle zone temperate fredde, il grano duro si produce nelle zone temperate calde, pur non crescendo, stranamente, nella caldissima fascia tropicale: il troppo stroppia, anche nella natura.

Il bene e il male, ahimè, convivono tra l’umana gente.

E’ strano, infatti, e decisamente triste, pensare che partendo dal grano si arrivi a questo malaugurato periodo esistenziale, afflitto non solo da una infame pandemia che stenta a scemare, ma anche dalla guerra che si sta svolgendo in Ucraina, che è uno dei maggiori produttori al mondo di questo prodotto alimentare; e attualmente, purtroppo, si trova con i campi minati e il porto di Odessa bloccato per l’export del prezioso alimento.

Questa guerra, non solo è drammaticamente vicina all’Italia, ma ha altresì una ripercussione diretta sul generale aumento del costo degli alimentari nel mondo. Dall’inizio dell’invasione russa i prezzi del grano, del mais e di altri prodotti agroalimentari sono schizzati in alto nella Borsa di Chicago e nelle quotazioni del Matif di Parigi, borsa di riferimento per le materie prime agricole in Europa.

D’altronde, Ucraina e Russia insieme rappresentano più di un quarto del commercio mondiale di grano, nonché un quinto delle vendite di mais. La chiusura di porti e ferrovie di quello che viene soprannominato il granaio d’Europa, ha già iniziato a gettare nel caos le esportazioni di merci dall’Ungheria, ma il problema non sono solo le spedizioni.

La Russia è anche un importante esportatore a basso costo di quasi ogni tipo di fertilizzante per cui, se si pensa alla catena alimentare del frumento, ogni piatto di cibo che tocchiamo è arrivato con i fertilizzanti di aiuto. Se il commercio globale ne viene interrotto, comporterà costi più elevati per gli agricoltori di tutto il mondo e, a sua volta, una maggiore inflazione sempre in campo alimentare.

La crisi del grano e dei prodotti derivati sarà un grande problema per il settore molitorio e per tutto l’agroalimentare in Italia. Molto probabilmente le imprese italiane del settore dovranno rifornirsi di grano in altri mercati, come Canada, Stati Uniti o Australia, molto più lontani, con un conseguente aumento dei prezzi per i consumatori.

La guerra Russia-Ucraina, pertanto, rischia di mettere nei guai dal punto di vista alimentare anche l'Africa. L’Eritrea, infatti, dipende per il 100% dal grano prodotto nei due Paesi in guerra; mentre per la Somalia il rapporto di dipendenza supera il 90%, o quello dell’Egitto dell’80%. Purtroppo non sono casi isolati, pare che siano almeno cinquanta i Paesi in via di sviluppo dipendenti per oltre il 30% dalle importazioni di cereali dalle zone belligeranti e venticinque lo sono per oltre il 50%.

Sono Paesi fragili, dove i governi si basano per buona parte dei propri consensi sulla somministrazione di cibo a condizioni accessibili, uno stabilizzatore che in questo caso potrebbe venir meno in breve tempo. Per loro vale sempre il detto latino “panem et circenses”. L’espressione è tuttora usata, in modo ironico o molto polemico, per indicare un qualsiasi atteggiamento bassamente demagogico; spesso, il pane e i giochi servono per tenere buono il popolo riempiendone la pancia e distraendoli con amenità di qualsiasi tipo, persino di primi cristiani posti a combattere nell’arena contro i leoni.

Adesso tutto questo rischia di saltare; pare infatti che alcuni di questi paesi abbiano uno stock di cereali per poche settimane. In altre parole, la vera fame per molti territori sarebbe dietro l'angolo a causa di qualcosa che accade a migliaia di chilometri dal loro paese. Anche la Cina, principale importatore mondiale di prodotti agricoli, è preoccupata.

D’altra parte la questione delle scorte alimentari non è solo riferibile ai nostri tempi: da sempre l'umanità ha dovuto conservare parte della produzione per la semina dell'anno successivo e per far fronte a momenti di difficoltà.

Questo è quanto potrebbe accadere, se tutto continua ad andare per trasverso, ma questa è un’errata maniera di immaginare il futuro, il quale ha entrambe le prospettive di arrivare al bene o male, e pensare al bene, spesso aiuta a raggiungerlo.

Anche nella Bibbia si trova una riflessione su questo argomento, al punto che una delle vicende più affascinanti del libro della Genesi, la storia di Giuseppe in Egitto, è costruita proprio a partire dall'uso e dalla gestione delle scorte, cioè dei granai. Oggi stiamo rischiando di “mangiare il grano in erba”, ipotechiamo il nostro futuro senza capire i reali effetti della guerra in Europa, ed i vari contendenti tirano l’acqua al loro mulino senza rendersi conto di quanto grano ci sia in mezzo.

Tornando alla guerra, è sempre attuale la strofa di una canzone di Fabrizio De André, nella Guerra di Piero:

“...E mentre il grano ti stava a sentire

dentro le mani stringevi il fucile,

dentro alla bocca stringevi parole

troppo gelate per sciogliersi al sole…”

 

Inserito il:27/05/2022 18:47:44
Ultimo aggiornamento:28/05/2022 20:18:45
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