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Aggiornato al 10/04/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Nicolas Poussin (Les Andelys, F, 1594 - Roma, 1665) - La Peste à Ashdod

 

Il mondo ebraico e le pestilenze


di Vincenzo Rampolla

 

Peste, colera, tifo e altre malattie infettive, tutti flagelli naturali con cui ebrei e altri popoli si sono confrontati nella storia. Già ai primordi, gli ebrei avevano sopportato più volte le piaghe d’Egitto. Unica volta, da spettatori non da imputati. Nei 40 anni nel deserto, ci fu il dissidente Corach, avverso al rango sacerdotale di Mosè e Aronne, che con 250 ribelli guidò la rivolta del popolo contro i due capi. Aronne compì il rito espiatorio per il popolo colpito dall’ira del Signore con una pestilenza e con la morte di 14.700 persone. Anche Mosè invocò la pietà del Signore, e mentre lo stava supplicando, Corach, i congiurati e le loro famiglie finirono agli inferi, trascinati dal fuoco divino.

Nel corso dei secoli, in particolare nel Medioevo europeo, gli ebrei sono considerati malvagi disseminatori del contagio e devono tollerare, oltre agli orrori della malattia, anche la furia superstiziosa e devastante dei concittadini. E tuttavia, grazie alla propria cultura, al rispetto delle regole generali dell’Alachà (tradizione religiosa codificata in un corpo di Scritture) e di quelle particolari elaborate per i periodi di calamità fin dai tempi talmudici, il popolo ebraico ha saputo resistere con le proprie forze e limitare le perdite di vite umane all’interno delle comunità, nonostante la segregazione a cui era costretto. Forse, grazie anche a quello stato… Su questo complesso tema con aspetti e parallelismi odierni, fanno fede le memorie presentate a un convegno di anni fa del Rabbino Capo di Roma e dell’Associazione Medica Ebraica Italiana su Le pestilenze tra religione e scienza.

Si riscopre la tradizione ebraica, a partire dalla definizione di pestilenza: La morte per malattia di più di tre persone al giorno per più giorni, in una città ove vivano più di 500 uomini atti alle armi. Dai maestri del Talmud si estrae la nozione che: I fiumi non fermano il contagio, che esso è trasmesso dagli animali all’uomo e da uomo a uomo e che la salvezza sta nella fuga dalle città.
Sul piano etico, quella ebraica è meno rigida di altre tradizioni nel vedere nella pestilenza un segno di punizione divina del peccato, anche in virtù del Midrash (studio assiduo e zelante, amorevole e devoto, minuzioso e sottile del testo biblico, volto a ricercarne e precisarne il significato, anche il più riposto) secondo il quale l’angelo della morte, preso dallo zelo del suo compito non distingue i buoni dai cattivi, perciò sono i medici a dover intervenire per limitare i danni. Il profeta Geremia cita l’ordine di abbandonare le città contagiate, il Talmud e il commento dei rabbini è ricco di prescrizioni sull’urgenza di valutare rischi e benefici della condotta sanitaria, nel rispetto dell’obbligo di chi cura: si pensi innanzi tutto alla propria salvaguardia, diversamente dalla posizione cristiana che esalta l’eroismo del soccorritore, dimentico di sé.

Vivaci e numerose le analisi e controversie ancora oggi sciorinate sul tema, provano la varietà di posizioni assunte dai Rabbini quando si è dovuto dare un giudizio morale sulla pestilenza dell’AIDS, frutto in apparenza del peccato e di condotta disordinata. Molto ricca l’iconografia del rapporto sullo spettacolo della peste e degli ebrei nella cronaca medievale e i documenti sulla diffusione del pregiudizio antiebraico mal celato sotto la subdola maschera dell’accusa di diffondere il contagio. Accusa questa, già presente nel mondo islamico ai tempi della peste della Mecca, e ricorrente in gran parte dei Paesi europei, con eccessiva virulenza in Francia e in Germania. Dalla primavera del 1315 fino al 1322 i forti cambiamenti climatici e la conseguente carestia diedero vita a nuove malattie che fecero strage di ovini e bovini. Greggi e mandrie furono falcidiate dalla peste bovina del 1347, quando 12 galere genovesi provenienti da Costantinopoli sbarcarono a Messina. Tra le merci nelle stive c’erano topi portatori del bacillo della peste. Dalla Sicilia invase velocemente l’intero Vecchio Continente, sterminando un terzo della popolazione. È la grande peste nera del 1348-1351 che coprì il bacino Mediterraneo travolgendo i Paesi islamici e del Nordafrica. Ricomparvero all’epoca i pellegrini danzanti, che invocavano la protezione divina flagellandosi nelle processioni, seguiti da giudei di ogni risma: untori per crudeltà, ebrei succubi dell’influenza del pianeta Saturno portatore di bile nera e melanconia, ebrei avvelenatori, ebrei russi in agguato nel Caucaso con l’esercito di Gog e Magog pronto a invadere l’Europa. Ebrei ebbri in epoca di peste.

Allo scoppio del 1348, gli ebrei sono accusati di avvelenare i pozzi e a Strasburgo e Colonia 2.000 sono mandati al rogo. Nel 1389, 3.000, quasi l’intera comunità di Praga, sono eliminati e donne e bambini superstiti battezzati. La Spagna, riconquistata dai cristiani, è scossa da un’ondata di massacri a Valenza e in Catalogna; agli ebrei sono imposti quartieri riservati, l’obbligo del segno distintivo, il divieto del taglio di barba e capelli, il veto del prestito, l’esclusione dall’amministrazione e dalla quasi totalità dei mestieri, il divieto ai medici di curare pazienti cristiani e agli artigiani di vendere le loro merci ai cristiani. È incontrollata e reale l’ondata antiebraica e si mantiene per altri 150 anni.

Nel 1394 gli ebrei vengono espulsi dal Regno di Francia e non saranno più riammessi fino al 1789. Persecuzione degli ebrei di Vienna, espulsi dall’Austria nel 1421, confisca dei loro beni e battesimo forzato dei bambini, 270 bruciati sul rogo. Nel 1462 Francoforte impone loro di spostarsi in un’area segregata, stabilendo la Judengasse (ghetto), lontano dalla chiesa principale ove esercitavano un’influenza profanatrice e contaminatrice. Nella città di Passavia in Baviera, l’intera comunità ebraica è accusata di profanazione di un’ostia, molti sono arsi vivi, alcuni si convertono, altri espulsi nel 1478. Bando degli ebrei da Varsavia nel 1483. Cacciata degli ebrei dalla Lituania nel 1495, riammessi nel 1503. Nello stesso anno il re di Francia occupa il Regno di Napoli e confisca i beni degli ebrei, molti dei quali esuli dalla Spagna. L’anno successivo sono espulsi dal Portogallo, unica alternativa la conversione.

Per l’interpretazione medievale delle pestilenze, talora scientifica o pseudoscientifica, intrisa di aristotelismo con influssi orientali, talvolta fantasiosa e preda di incantesimi, l’origine astrale delle epidemie per l’opposizione fatale di Saturno con altri corpi celesti, difesa da G. Maleto durante la peste di Messina del 1347, era avversata dai seguaci delle teorie atomiste, soffocata poi in inutili dispute. Si distingue il caso di Giovanni F. Ingrassia che durante la peste di Messina del 1558, consigliava l’uso del fuoco per le cose infette e per i rivenditori illegali degli oggetti sottoposti a quarantena.

I percorsi della scienza, fino alla scoperta degli agenti batterici e delle loro vie di contagio al di fuori e nella specie, sono costellati di estrosità e crudeltà e per secoli hanno oscurato alcuni dati certi fin dall’antichità: Le pestilenze si caratterizzano per rapidità di comparsa dei sintomi, per aspetto peculiarissimo, mortalità dei malati e per l’immunizzazione dei superstiti.

In questo contesto sanitario, l’Italia è stata una realtà relativamente isolata come appare dal singolare caso di Cremona. Nel 1575 vi era una comunità di 1.500 persone, con un dotto rabbino capo, Menachem Abraham Cohen e vi si era stabilito anche Eliezer Ashkenazi, pensatore prestigioso e cosmopolita. Alla notizia che a Verona era scoppiata la pestilenza, i capi della comunità elessero tre saggi, fra i quali il Rabbino capo, per decidere il da farsi. Applicando rigidamente il Talmud, i tre deliberarono il digiuno propiziatorio-espiatorio.

Alcuni membri vollero il parere di Ashkenazi che in modi irriverenti negò la sensatezza e l’utilità del digiuno; nacque una controversia fra lui e Cohen, giunta fino a noi a testimoniare la dialettica nel Ducato degli Sforza, avverso a relazionarsi con gli ebrei eppure sede dei celebri stampatori Soncino, autori della prima Bibbia ebraica completa. A Roma la peste del 1656 venne affrontata in modo ordinato. Il contagio, portato dalla Sardegna come peste bubbonico-emorragica, provocò la morte di 800 dei circa 4.000 abitanti del ghetto, ma fu meno devastante nella città, grazie alla divisione del ghetto in zone adibite a lazzaretto e con il potere dato ai medici di decidere chi spedire al Lazzaretto dell’Isola di S.Bartolomeo. Notevole la solidarietà, soprattutto dei più ricchi verso i poveri, la prova in documenti di donazioni trasmesse a Roma da altre comunità ebraiche.

Emerge complessa e efficiente l’organizzazione sanitaria di Venezia, basata sulla messa in quarantena preventiva in lazzaretti su isole della laguna e in possedimenti veneziani lungo l’Adriatico e l’Egeo, con priorità a merci e uomini provenienti dall’Oriente, rispetto all’isolamento dei malati. Analogo assetto fu adottato dagli ebrei del ghetto che vissero la grande peste del 1630 insieme alla popolazione; alcuni medici ebrei noti per la loro competenza, furono autorizzati a curare malati anche fuori dal ghetto. Il legame della comunità ebraica con il sistema sanitario veneziano si è consolidato nel tempo, con la presenza di valenti medici nell’ospedale S.Giovanni e Paolo.

È passato alla storia il caso del medico Giuseppe Jona, Presidente della Comunità ebraica. Nel 1943 distrusse elenchi e documenti degli ebrei veneziani pur di non darli alle SS e si tolse la vita. La diffusa credenza che rispetto ai gentili le popolazioni ebraiche abbiano sviluppato una maggiore resistenza ai contagi di sifilide e di tbc, patologie epidemiche di forte peso, si fonda su una ricca opera nosografia di inizio ‘900; in diverse aree geografiche e città, malati e morti ebrei sono stati inferiori rispetto al resto della popolazione e analoghi dati riguardano anche località ove il confronto è stato fatto con la popolazione musulmana. Escluse le ipotesi di resistenza genetica, si pensa che le cause risiedano nelle abitudini culturali e rituali degli ebrei, prime fra tutte la mizvà del lavaggio delle mani, le norme alimentari poi e quelle riferite alla vita sessuale e di relazione; l’alfabetizzazione diffusa, il benessere tratto dalle proficue attività commerciali e le abitazioni adeguate hanno privilegiato le condizioni di vita rispetto agli ambienti sovraffollati e malsani dei ghetti.

Nello stesso periodo dell’800 un esempio è tratto dai dati di maggiore incidenza della tbc fra gli ebrei di Livorno rispetto a quelli di Firenze, essendo i primi più propensi ai matrimoni misti rispetto ai secondi. Dal rapporto di Carlo Levi nella rivista Critica Sociale del 1879 sulle condizioni degli ebrei poveri di Modena risulta che il fattore socio-economico condizionò pesantemente la maggior propensione ad ammalarsi durante la pandemia pestifera del 1894-99. È probabile che la specie originaria dei ratti pestiferi sia giunta in Europa dall’India attraverso i traffici marittimi. Si iniziò a isolare le zone infette espellendo i soggetti ritenuti portatori del morbo, in primis ebrei e stranieri, seguiti da prostitute e vagabondi. Si eliminarono le fonti di odori mefitici con la sistematica raccolta di rifiuti, compromettendo tuttavia il lavoro e il reddito di cuoiai, conciatori, macellai, pescivendoli e becchini. Durante le epidemie i medici prescrivevano diete e stili di vita più sobri, fu abolita la licenziosità sessuale e l’accattonaggio e furono eliminati i luoghi umidi e paludosi.

Un solo caso dei nostri giorni di pandemia Covid, esempio e specchio della natura umana.

In Israele, il 26 aprile 2020 il Ministro della Sanità Yaakov Litzman, travolto dall’inadeguata gestione delle comunità ultra-ortodosse si è dimesso dopo essersi contagiato in una riunione religiosa, contravvenendo ai divieti imposti dal suo stesso dicastero. Esponente della comunità haredi ultra-ortodossa e di un partito religioso, si è sempre opposto a chiusure severe per bloccare l’epidemia e ha ritardato gli interventi del Governo. Il nuovo ministro della Sanità, attivando un secondo lockdown ha annunciato che ad aprile si contavano 15.398 casi e 200 vittime e a fine ottobre un totale di 309.467 casi, 570 pazienti in gravi condizioni, 223 intubati e 2.319 vittime. Con il coprifuoco, Netanyahu ha arginato pericolosi focolai nelle comunità haredi, ha vietato celebrazioni pubbliche di funerali, matrimoni e incontri religiosi, ha chiuso intere città ultra-ortodosse dove le distanze erano platealmente trasgredite, con giovani che sfidavano poliziotti e militari tossendo loro in faccia.

(consultazione: bibbia, numeri cap.xvi-xvii; time israel; le pestilenze fra religione e scienza nell’Italia ebraica - g. mortara; storia pensiero ebraico - rav laras; fondazione maimonide firenze-ferrara; patrocinio regione, provincia, centro judaica goren-goldstein, teva - società farmaceutica israeliana; armi,acciaio e malattie-jared diamond; m.magno - startmagazine)

 

Inserito il:03/12/2020 12:38:10
Ultimo aggiornamento:03/12/2020 16:27:54
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