Aggiornato al 06/12/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Alessandro Turchi detto l’Orbetto (Verona, 1578 – Roma, 1649) - Bellona con Romolo e Remo

 

Il démone della guerra

di Cesare Verlucca & Giorgio Cortese

 

Carissimi amici,

non occorre fare grosse ricerche per sapere cosa succede nel mondo, sia per quanto riguarda la malefica pandemia (della quale si continua a non sapere cosa si deve fare per evitarne gli insulti); sia per le guerre che infieriscono un po’ ovunque, ma giornali, periodici, radio e televisione sembrano conoscere soltanto l’invasione russa dell’Ucraina. Un evento da maledire quanto si voglia, ma che è oggetto di un eccesso di informazione, mentre le guerre che infieriscono attualmente nell’universo sono più di sessanta: dall’Afghanistan, alla Libia, al Myanmar, alla Palestina, alla Nigeria, e molte le popolazioni del mondo per cui il conflitto è la tragica normalità.

Sembra strano, ma proprio oggi Giorgio mi ha inviato una mail che tratta l’argomento su cui stavo facendo ragionamenti analoghi, e questo capita con solenne frequenza, per uniformare il reciproco modo che via via ci interessa: dalla lingua italiana che sta soffrendo l’assalto di una quantità di lingue straniere, allo scrivere in tandem; dall’analfabetismo di ritorno, a Ivrea, capitale italiana del libro, tra Olivetti e Carnevale, e persino quando il male può far ridere. Ed ecco la lettera che lui mi ha indirizzato oggi.

«Caro Cesare,

oggigiorno siamo immersi in dibattiti sui media sulla guerra tra Russia e Ucraina. Un commentatore televisivo si è recentemente autodefinito un “guerriero”. Tutto ciò dipende dal significato della parola guerra, un lemma che non deriva dal latino, ma è arrivato tramite i Longobardi dall’antico tedesco. Nel greco antico la parola guerra si dice pòlemos.

Secondo il filosofo Eraclito, famoso per il detto “Panta rei”, che significava e significa tuttora, “tutto scorre”, perché per lui l'Universo è un continuo alternarsi di opposti come il giorno e la notte, il caldo e il freddo. Tutto cambia costantemente, sosteneva un altro filosofo, Anassimandro, per cui la vita era lotta e alternanza tra i contrari, e per questo il pòlemos è lo stesso principio dell’esistenza di ogni cosa».

Eraclito intendeva dire che ogni cosa è quello che è, perché non è il suo contrario; più avanti Spinoza affermava che “Ogni determinazione è negazione “. Ma questo reciproco negarsi e combattersi dei contrari è solo il lato superficiale del pòlemos. A ben vedere, infatti, i contrari che lottano e si contrappongono sono identici in quel loro combattere. Nel significato profondo del pòlemos ogni contrario è identico all’altro, che unisce nell’atto in cui divide ed è perciò invisibile armonia.

Con gli antichi Romani, il senso greco del pòlemos, quale unità dei contrari, si indebolisce fino a perdersi completamente con passaggi graduali. La guerra è chiamata bellum, termine legato a Bellona, dea della nascita, della vita e della morte. In questa unità di nascita e morte si potrebbe vedere un tiepido permanere dell’antica unità degli opposti. Ma il vero senso del bellum e di Bellona sta nell’antico etimo Duellona e duellum, la consonante “d” viene sostituita da “b”, che deriva dall’indoeuropeo dew, bruciare e distruggere, da cui il greco daio, bruciare, e due, dolore.

Inizialmente Bellona è una divinità giusta, che supporta i combattenti nelle fasi più concitate della guerra, dando coraggio, ordine e razionalità per vincere. Il principio ispiratore del bellum, in questa fase è l’organizzazione razionale in vista di un fine costruttivo. La distruzione è un mezzo inevitabile, mai un fine.

Poi i romani nella loro espansione vengono in contatto con i bellicosi popoli germanici e Bellona si fa distruttiva e selvaggia per cui il il bellum diventa uno scontro senza freni. Il processo linguistico e culturale culmina nella completa sostituzione della parola bellum con il termine germanico werra, che significa mischia disordinata e sanguinaria.

Dalla parola werra discende la nostra guerra e l’inglese war. Come si vede passiamo dal pòlemos al bellum, dal bellum alla werra. La sua lunga e complessa spiegazione, si chiude con una annotazione sui nostri precedenti scritti apparsi Nelfuturo.

«Come vedi Cesare, – prosegue l’amico, – dietro questa evoluzione linguistica e nel termine werra è scomparso prosegue l’amico razionale del bellum latino e ancor più l’unità degli opposti del pòlemos. La lingua italiana conserva il termine pòlemos solo in alcune espressioni, come polemica. E lì, infatti, l’opporsi non ha come fine la soppressione dell’altro, ma il suo riconoscimento.

Oggi, per fermare il demone della guerra, dobbiamo pensare a Eraclito, dove il pòlemos è invisibile armonia per riconoscere gli altri come nostri simili, e per uscire dal circolo vizioso del senso crudele e distruttivo della guerra, prima con il pensiero, e poi fermare fisicamente l’insensatezza della guerra tra esseri umani».

Per chiudere l’argomento non vorremmo sentirci obbligati a utilizzare una nota frase latina, Sic transit gloria mundi, che viene usata in contesti seri ma anche ironici, con riferimento alla caducità delle cose che riguardano la vita umana: si riferisce infatti alla natura transitoria e effimera dell’uomo e degli aspetti della sua vita. Ed è per questo che evitiamo di inserirla come chiusura del nostro brano.

 

Inserito il:12/07/2022 16:34:16
Ultimo aggiornamento:12/07/2022 17:00:29
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