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Aggiornato al 13/11/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Kal Gajoum (Tripoli, 1968 – British Columbia) - Galleria di Milano

 

Il discorso sull’amicizia (5)

di Gianni Di Quattro

 

Dopo la Sardegna, Milano. Una casa insieme a Umberto Ornano ed a Nicola Colangelo in Via Plutarco. Molti amici la frequentavano il sabato sera per ascoltare musica, chiacchierare e stare insieme. Tra i più assidui Marcello Polidori, un romano che amava la batteria, la caccia e il whisky, si innamorava continuamente e cercava sempre qualcosa anche se non sapeva mai cosa. Ma veniva di tanto in tanto anche il grande Elserino Piol che ci regalava il whisky JB, allora di gran moda, e poi tanti amici che portavano amici, infatti nelle serate molti non si conoscevano e si incontravano per la prima volta.

Si andava a mangiare Alla Bella Toscana in Via Larga dove un grande e simpatico interista e ristoratore toscano, Don Cesare con la sua splendida moglie e le sue belle figlie, ci trattava benissimo e in più ci faceva credito. Il ristorante che era di fronte al Teatro Lirico ospitava, specie la sera, artisti e bellezze femminili che si trascinavano impetuosi accompagnatori o aspiranti tali.

Qualche volta si andava anche dai Matteoni in Piazza V giornate, da Dario e Alberto, dove poi ci si trasferì definitivamente quando Don Cesare decise di ritirarsi e dove si ritrovava gran parte dell’informatica milanese non solo Olivetti (almeno la più brillante) e sono stati anche conclusi accordi importanti nelle telecomunicazioni. Ma si andava anche al Colosseo (locale vicino all’attuale sala cinematografica gestito da Don Cesare dopo Alla Bella Toscana e adesso c’è il solito outlet di abbigliamento) dove sopra c’era il ristorante e sotto un locale per suonare e ballare frequentato da aspiranti cantanti (i concorsi per le voci nuove erano continui) e giovanotti in amore e dove si andava dopo cena a vedere questo mondo che cercava strada e qualcuno, come Nino il bello una specie di Nino Frassica ante litteram anche lui di Messina infatti, si aggirava per la sala con l’aria del viveur (come si diceva una volta) in cerca di interessi.

Si andava a vedere l’alba a Trezzo d’Adda, a cercare la notte i panifici aperti per fare colazione all’alba con pane caldo e cioccolato, a girare per i locali milanesi dove si suonava il jazz come la Taverna Mexico o come l’Aretusa, si andava a sentire il chitarrista sentimentale alla birreria Alla Vecchia Stazione di Via Vittor Pisani oppure quello più spagnoleggiante della Parete. Senza trascurare il Ragno d’Oro di Porta Romana e naturalmente il Derby di Viale Monterosa. Siccome la zona che ci piaceva era quella di Porta Lodovica (o della Bocconi come si dice) l’aperitivo da Gattullo era frequentissimo.

C’era una Milano con una voglia straordinaria di fare, giovani con voglia di divertirsi e di lavorare allo stesso tempo, il piacere di scoprire cose, di ascoltare, di frequentare, di avere amicizie. Con Nicola frequentavamo il barbiere Biagio (un amico) in Piazza Erba che era come erano i barbieri una volta, luoghi di incontro, appuntamenti fissi con amici e dove si diventava amici a prescindere dall’età, dalla posizione economica e dal ruolo sociale, dalle appartenenze politiche o sportive, bastava avere speranze di futuro.

Io avevo finalmente una filiale vera in Lombardia e facevo un lavoro che mi piaceva molto. La Filiale era stata guidata prima da Renzo Santo, un ligure brusco, colto e intelligente, aggressivo e poco simpatico, facile a credere e facile a inalberarsi, cosa che lo faceva diventare oggetto di grandi scherzi in particolare da parte di Mario Faioni. Come quella volta che quest’ultimo pubblicò sul Corriere un annuncio nel quale si proponeva in vendita la Flavia di Santo appunto, nuova ad un prezzo stracciato causa trasferimento immediato all’estero e al povero Renzo arrivarono alcune migliaia di telefonate interessate e che lo obbligarono a passare una intera giornata al telefono.

In Filiale presto si creò un ambiente molto simpatico, si lavorava in amicizia e si era tutti solidali. Ricordo Mario Pacciani, che era responsabile di tutti gli impianti e che forse era il più assennato di tutti, Claudio Romano un friulano serio, Walter Locatelli che poi andò a Parigi a dirigere l’informatica di quella consociata e che interpretava la parte del giovane milanese ghe pensi mi, Vittorio Madera che poi sviluppò la sua carriera all’estero anche lui con successo, il gigante buono Mallamaci, Pasi e il monzese Corbella che si occupava dei grandi elaboratori e che era alto, pazzo e simpatico. C’erano anche Mimma Petrolo in segreteria che gestiva tante cose, una romana a Milano con tanta voglia di vivere e di simpatia, e la bellissima Flora che già flirtava con l’amico Giuliano Caldiroli e che poi sposò. Giuliano, un amico di sempre, una persona che ha costruito la sua vita pezzo per pezzo con educazione, impegno e tanta simpatia. Commercialmente operava Piero Nelli, un caro amico con il quale abbiamo condiviso battaglie, amicizie, incontri e speranze anche dopo. Piero era un fiorentino doc, di poche parole ma simpatico e con una grande capacità relazionale.

Nella divisione nella quale operavo, che era l’elettronica, i rapporti erano buoni con amici e colleghi. Ricordo Carlo Navone, una persona seria, sempre un po’ rigido e con valori antichi spesso, un amico generoso e intelligente, Carlo Peretti, un altro fiorentino che ebbe poi grandi ruoli in tutta l’informatica italiana e che era sempre disponibile con la sua capacità di capire e mediare e capiva in anticipo persone e situazioni, Lodovico Gaetani che aveva l’aria di un bibliotecario ma faceva il commerciale, Alberto Senshenauser un napoletano con un nome tedesco e che giocava a fare il tedesco, Franco Tatò era il direttore del personale e si capiva che a lui le persone non gli piacevano e avrebbe preferito cacciarle piuttosto che motivarle e molti di noi si sono sempre chiesti come è stato possibile che un uomo con una simile visione potesse fare il capo del personale, forse perché era laureato in filosofia.

Ma intanto la Olivetti aveva deciso di vendere la Divisione Elettronica alla General Electric, Elserino Piol che era il capo commerciale venne sostituito da Giacomo De Sabata, andò per molti mesi ad Harvard e poi passò alla Olivetti dove divenne Direttore Marketing a livello di gruppo, la prima volta che l’azienda creava formalmente questa funzione.

Giacomo De Sabata era un ex comandante di marina, spadino d’oro alla Accademia di Livorno, parente del grande musicista Victor, uomo di mondo, di modi gentili, abituato a muoversi in qualsiasi salotto. Il suo formalismo era superiore a qualsiasi altra cosa, si poteva perdere anche un affare, ma non si doveva mai rinunciare ad uno standard di comportamento, probabilmente l’influenza dell’accademia unita alla sua educazione era molto robusta. Inoltre, era molto ordinato ma aveva poca memoria e aveva sempre la scrivania cosparsa di bigliettini (usava dei memo di colore rosa) dove era costretto ad appuntarsi tutto per non dimenticare, se per caso qualcuno spostava anche casualmente uno di questi biglietti quella pratica si poteva considerare evasa.

Molti di noi capirono in breve tempo che dovevano cercare altre opportunità per non cancellare del tutto la propria fantasia. Infatti, dopo poco si interruppe il mio percorso con i grandi computer per tornare nella Olivetti che intanto stava annunciando le apparecchiature di connessione con i computer, i terminali. E quello fu il mio approdo nel vecchio mondo che cercava di camminare verso il futuro.

 

Inserito il:15/01/2018 22:47:50
Ultimo aggiornamento:15/01/2018 22:59:22
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