Aggiornato al 15/04/2024

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

 

La Rivoluzione Inglese III - Repubblica e dittatura

di Mauro Lanzi

 

Il tentativo di Repubblica

Non basta decapitare una monarchia per far nascere una Repubblica (Commonwealth fu il termine usato), ma l’evento può aprire la strada ad una dittatura: ed è quello che accadde in Inghilterra.

Si inizia con il terrore; numerosi esponenti monarchici vengono giustiziati, altri oppositori, in gran numero, vengono deportati alle Barbados, che non erano, ai tempi, un paradiso per turisti, viene imposta una feroce censura sulle pubblicazioni. L’esecuzione del Re aveva originato un’ondata di indignazione, che esplode nelle rivolte di Irlanda e Scozia, quest’ultima capeggiata dall’erede al trono, Carlo II; è paradossale osservare come gli scozzesi, che erano stati la causa prima della rovina di Carlo, divengano ora i più convinti sostenitori degli Stuart, sino alla fine. Ancora una volta, però, la buona sorte è dalla parte del Rump Parlamient e di Cromwell, nominato comandante in capo dell’esercito; la rivolta cattolica in Irlanda è soffocata nel sangue, tra stragi e malattie si perde quasi un terzo della popolazione, i possidenti cattolici vengono espropriati in una vasta area del Paese, le loro terre assegnate ad inglesi protestanti; si può dire che la questione irlandese nasca proprio allora. Non diverso l’esito della guerra in Scozia, che si conclude con una eclatante vittoria inglese a Worchester, 5 settembre 1651: le forze monarchiche sono accerchiate e massacrate per le strade della città, più di 10.000 soldati sono fatti prigionieri, lo stesso Carlo II si salva con una fuga romanzesca.

Anche sui mari la fortuna arride alle armi della repubblica; la ricostruzione della flotta era iniziata con il tanto esecrato “ship money”, voluto da Carlo I, poi il Lungo Parlamento aveva stanziato somme enormi per creare una flotta capace di affrontare le navi del Re; i risultati si raccolgono ora, le flotte monarchiche guidate dal principe Ruperto, sono costrette a rifugiarsi prima in Portogallo, poi nel Mediterraneo e si disperdono. Emerge l’abilità dei nuovi capitani, militari presi dall’esercito, non i privateers dell’epoca elisabettiana; sopra tutti l’ammiraglio Robert Blake, il Nelson del seicento, che si distingue anche nel successivo scontro con gli olandesi; causa del conflitto il “Navigation Act”, del 9 ottobre 1651, che escludeva dal cabotaggio sui mari inglesi le navi straniere e che, soprattutto, riservava al solo naviglio inglese il commercio con dipendenze e colonie. Il Navigation Act, fu una delle misure più significative del breve periodo repubblicano; rimarrà in vigore per più di duecento anni ed è considerato da molti la base della supremazia sui mari e dell’impero inglesi. Gli olandesi, che, a quei tempi, erano i carrettieri dei mari, sentirono la misura come un affronto, la guerra era inevitabile; gli olandesi potevano schierare una flotta potente ed ammiragli di grandi capacità, come Van Tromp e De Ruyter, ma Blake, dopo alcune sconfitte, li superò; la tregua firmata nel 1653 sancisce la vittoria inglese.

Vittoriosa per terra e per mare la Repubblica incontra sul fronte interno le maggiori difficoltà; l’opinione pubblica era in maggioranza ostile, l’orientamento era prevalentemente monarchico, anglicano o presbiteriano, pesava soprattutto la gravosa fiscalità ed il declino economico del Paese che non era più amministrato per il decadere di istituzioni secolari legate al precedente regime.

Di questa situazione esercito e Rump si rinfacciavano la responsabilità: il Rump riteneva che la soluzione consistesse nel congedo del New Model Army, non più necessario dopo la fine della guerra; l’esercito, logicamente non era d’accordo e prospettava la necessità di nuove elezioni, per porre rimedio alla dilagante corruzione morale e finanziaria. Lo scontro si faceva sempre più acceso, i componenti del Rump, consci della loro impopolarità, volevano garanzie, proponevano che le elezioni riguardassero solo i seggi vacanti, conservando le loro posizioni. Visto l’atteggiamento negativo dell’esercito, tentarono di far passare di sorpresa un bill che perpetuava il Rump e sostituiva Cromwell a capo dell’esercito. Cromwell decide che è ora di agire: il 20 aprile 1653, al momento della votazione fa entrare in Parlamento due file di moschettieri, caccia dalla sala i deputati e fa chiudere la porta a doppia mandata. Un bello spirito affisse un cartello al portone. “Affittasi, vuoto”.

             

La Dittatura

La repubblica era vissuta pochi anni, basata sulla precaria intesa tra un Parlamento privo di legittimazione e consenso e l’esercito; pur tuttavia, in questo breve periodo, aveva conseguito risultati importanti, la sicurezza alle frontiere era stata ristabilita, si era creata l’ossatura di una marina militare che farà la grandezza dell’Inghilterra, il Navigation Act era la premessa all’impero, si era gettato il seme di una moderna democrazia. Vale la pena sottolineare, che questo breve intermezzo tra la decapitazione del Re e la dittatura di Cromwell è l’unico periodo repubblicano di tutta la storia inglese; l’Inghilterra è stata una repubblica per quattro anni in tutto.

La rottura dell’intesa non poteva portare che al potere personale di un solo uomo, Oliver Cromwell, unica autorità superstite. Cromwell desiderava sinceramente uscire da questa situazione, ma, da uomo di poca cultura (era intimamente rimasto uno squire, un piccolo proprietario di campagna), non aveva strategie precise, né un’idea politica, andava per tentativi. Il primo esperimento fu un Parlamento “nominato”, non eletto, nella speranza che deputati di sicura fede si dimostrassero più docili e concordi; così non fu, esplosero feroci dissidi soprattutto in materia religiosa ed il Parlamento rimise il suo mandato a Cromwell nel dicembre 1653. L’iniziativa tornò allora nelle mani dell’esercito che, tramite il consiglio degli ufficiali, licenziò un documento “Instrument of Government”, una specie di Costituzione imposta, che prevedeva tre organi deliberanti, il “Lord Protettore”, incarico assegnato a Cromwell, un Consiglio di Stato, un Parlamento (da definire). Ha così ufficialmente inizio la dittatura, dato che dei tre istituti previsti, solo il Lord Protettore, grazie all’appoggio dell’esercito, poteva esercitare i suoi compiti; il Parlamento, due volte eletto e convocato, fu presto sciolto da Cromwell che non apprezzava le iniziative o anche le discussioni dei suoi membri. Il secondo scioglimento, dopo soli 16 giorni di sessione, precedette di poco l’epilogo: durante tutto l’inverno del 1657 una fastidiosa influenza aveva afflitto il Lord Protettore, poi erano ripresi gli attacchi di malaria; il 3 settembre 1658 Cromwell spirò.

Un giudizio sull’operato di Cromwell, nel periodo della dittatura, deve considerare tre aspetti differenti: in campo religioso Cromwell fu sostanzialmente un tollerante, lasciò che ognuno praticasse il suo credo, puritani, presbiteriani, anche i cattolici, purché non creassero problemi in campo politico. I suoi maggiori successi li riportò in ambito militare, prima la vittoria nella guerra civile, poi i successi in campo internazionale, la presenza inglese alle Antille fu rinforzata dalla conquista della Giamaica, l’ammiraglio Blake, entrato nel Mediterraneo, sconfisse le flotte barbaresche e francesi, creando le premesse del futuro primato inglese sui mari; infine un corpo di spedizione inglese, alleato con i francesi, sconfisse le forze spagnole conquistando Dunquerque: l’Inghilterra torna protagonista nella grande politica europea. Dove Cromwell fallì fu in politica interna: per ovviare al disordine nelle province, affidò l’amministrazione delle stesse a Maggiori Generali, presi logicamente dall’esercito, che esercitarono il loro mandato con pugno di ferro, attirandosi l’odio della periferia inglese, da sempre riluttante ad un controllo centrale. Soprattutto Cromwell non riuscì mai a dare lineamenti istituzionali al suo potere; rifiutò anche la corona reale, che l’ultimo Parlamento gli aveva offerto, perché questa proposta comportava ristabilire un nuovo Parlamento nella pienezza dei suoi poteri, cosa che Cromwell non tollerava: così, però, si aprivano le porte alla Restaurazione.

La successione avvenne apparentemente senza scosse, il figlio maggiore di Cromwell, Riccardo, venne eletto Lord Protettore senza opposizioni. Riccardo però non aveva né il carisma né la spregiudicata energia del padre, si trovò subito a dover fronteggiare il solito problema finanziario, aggravato dalla recente svolta, in termini interventisti, della politica estera inglese. Si dovette riconvocare un Parlamento, che confermò l’incarico a Riccardo, ma poi cercò di ovviare all’eccessivo indebitamento riducendo le spese militari; i militari, ovviamente lo sciolsero. Poi, però, il Consiglio degli Ufficiali, che non sapeva come affrontare la crisi finanziaria, i contribuenti si ribellavano all’esazione di tasse non deliberate dal Parlamento, si risolse a riesumare il Rump, già licenziato da Cromwell. Riccardo, a questo punto, fu colto da sconforto, decise di dimettersi, imitato dagli altri membri della famiglia; la dinastia dei Cromwell scompare dalla scena politica.   

 Tramontato il Protettorato, il redivivo Rump, popolato dagli stessi personaggi, con le stesse idee, credette di poter fa rivivere il simulacro di Repubblica, seguita alla esecuzione del Re, ma non ne esistevano più le basi; scomparso il Lord Protettore, ad esempio, chi comandava l’esercito? Nello stesso esercito cominciavano ad emergere divisioni, le truppe mal pagate non obbedivano più a nessuno; a Londra prevaleva il disordine, i soldati estorcevano denaro con la violenza, mentre al Nord si affermava il potere del generale Monk, il solo che sembrava essere in grado di raccogliere fondi sufficienti per finanziarsi. Finì che il Rump invitò Monk ad entrare in Londra per ristabilire l’ordine, poi si dissolse per la rinuncia della maggioranza dei suoi membri; si dovettero invitare a tornare al loro posto i componenti del Lungo Parlamento, resuscitando così un altro cadavere, che si sciolse quasi subito per dar posto ad una nuova assemblea, raccolta in emergenza con criteri arbitrari, che fu detta “Convenzione”. La confusione istituzionale era al massimo, la monarchia appariva a molti come l’unica via d’uscita; Carlo II colse la palla al balzo; nel momento più opportuno  diffuse la “Dichiarazione di Breda” (14 Aprile 1660), con cui prometteva il perdono e la libertà di fede a tutti: tanto bastò perché maturasse il processo già in atto; il 25 Aprile i Comuni invitano Carlo II a tornare “al suo Parlamento e all’esercizio del Suo regale ufficio”, il 25 Maggio lo Stuart sbarca a Dover accolto da Monk in ginocchio ed accompagnato fino a Londra da manifestazioni di entusiasmo popolare. Beffardo Carlo commenta: ”Ho fatto male a non tornare prima, tutti quelli che incontro non desideravano che il mio ritorno!!”

 

La Restaurazione

Carlo II (1660 – 1685)

Con la Restaurazione si conclude uno dei periodi più convulsi e sanguinosi, ma anche più fecondi della storia inglese; occorre sottolineare che il motore della Prima Rivoluzione era stato il problema religioso che si era trasformato gradualmente in argomento politico, portando allo scontro tra il Re ed il Parlamento, alla guerra civile, alla esecuzione del Re, alla dittatura. In tutto ciò, l’Inghilterra era cambiata, era stata ricostruita la flotta, premessa del futuro dominio sui mari, si erano gettate le basi dell’impero, l’Inghilterra era tornata da protagonista sul continente; soprattutto si era avviato un dibattito politico circa i ruoli e le competenze di esecutivo, potere legislativo e autonomie locali. La Restaurazione sicuramente mise un freno agli eccessi del Lungo Parlamento e poi del Rump, che avevano preteso di riunire le funzioni di legislativo, esecutivo e, a volte, anche giudiziario, ma non cancellò quanto di buono era stato creato, non si tornò più al “Personal Rule”, si comprese che si doveva comunque governare con un Parlamento, trovare un equilibrio tra esecutivo (monarchia) e Parlamento, si dovevano smussare gli spigoli del confronto religioso; il cammino sarà lungo ma il retaggio delle vicende trascorse non andò perso, non fu dimenticato.

Carlo II aveva 30 anni quando salì al trono, aveva trascorso buona parte della sua gioventù (dai 16 anni) in esilio, tranne il breve drammatico periodo del rientro in Scozia: non era stato neppure un Re in esilio, era stato un rifugiato, un esule in miseria, respinto da tutte le Corti. Nessun regnante inglese ebbe modo di conoscere così a fondo il Continente, anche perché non c’è modo migliore per conoscere un paese straniero che guadagnarsi da vivere in esso oppure, e questo fu il caso, farci la fame. D’altro canto, forse nessun regnante, nessun uomo di stato inglese amò e comprese tanto il suo Paese, quanto Carlo II, che rifiutò sempre, anche nei momenti più difficili, la conversione al cattolicesimo, che gli avrebbe guadagnato la simpatia delle corti europee, ma avrebbe reso impossibile il suo ritorno in patria.

Carlo II non aveva la dirittura morale o la fede profonda del padre, era un cinico, un gaudente, anche immorale, gli sono state attribuite 17 amanti, oltre a numerosi figli illegittimi (la moglie, Caterina di Braganza era sterile), ma in più del padre aveva fiuto politico, capiva gli inglesi.

Con la “Dichiarazione di Breda” Carlo aveva promesso due cose, perdono e rispetto delle fedi: per il primo punto si stabiliva che dovessero godere di totale amnistia tutti, tranne “quelli nominativamente eccettuati dal Parlamento”. La Convenzione, che era stata riconosciuta come Parlamento da Carlo al momento del suo insediamento, ritenne di dover dare una prova della sua autorità ed anche della sua conversione alla causa monarchica, perseguendo, in forza di questo punto, i “regicidi”, cioè coloro che avevano firmato l’ordinanza di esecuzione del Re; questi divennero i capri espiatori di tutti gli eccessi del passato, molti erano morti, ne sopravvivevano trenta, alcuni riuscirono a fuggire, altri furono graziati, ma in 13 salirono al patibolo, per essere messi a morte in modo atroce: anche i cadaveri di Cromwell e di alcuni suoi collaboratori furono dissepolti ed impiccati. Fu un gesto di inutile ferocia, ma segnò una rinnovata concordia tra Parlamento-Convenzione e Re, che portò ad alcuni risultati significativi, la restaurazione della Camera dei Lord, a cui Carlo chiamò 142 membri, la smobilitazione dell’esercito, passo fondamentale per il riequilibrio finanziario del Paese, la concessione di alcune tasse e contributi, come “tonnellage e poundage”, ostinatamente negate al padre dal Lungo Parlamento.

Di più difficile composizione, come logico, fu la questione religiosa; Carlo aveva meglio definito la Dichiarazione di Dresda, con la successiva Dichiarazione di Worcester: in essa il Re consigliava (ma non imponeva) l’uso del “Prayers Book”, ristabiliva i vescovi nei loro seggi, consentiva il rientro dei ministri anglicani nelle loro sedi, prometteva la convocazione di una conferenza episcopale, cui partecipassero anche i presbiteriani, per il riordino della Chiesa.  Una mano gliela dette il II Parlamento, convocato subito dopo lo scioglimento del Parlamento-Convenzione; fu un’assemblea che durò un tempo infinito, dal 1661 al 1679, verrà anche detto lungo Parlamento o Parlamento Pensionario, ed era costituita in larga misura da monarchici, perciò, nella sua prima fase venne anche detto Parlamento-Cavaliere: questo Parlamento iniziò con l’abrogare l’Atto di Esclusione dei vescovi, che così potevano rientrare alla Camera dei Lord: poi in cinque sessioni approvò il cosiddetto “Codice di Clarendon”(dal nome del ministro autore dei testi), che comportava una serie di misure, a partire dalla revisione in senso antipuritano del Prayer Book, alla esclusione dall’insegnamento di chi non fosse esplicitamente approvato da un vescovo o non prestasse il giuramento di obbedienza passiva, alle multe o altre sanzioni per chi partecipasse a riunioni religiose non anglicane. Particolarmente dure furono le misure stabilite contro i Quaccheri, molti dei quali si decisero ad abbandonare il Paese; un gruppo, con a capo William Penn, emigrò in America, fondando la Pennsylvania. L’onda lunga della repressione raggiunse la Scozia, dove alcuni dei Covenanter più in vista furono messi a morte, i vescovi furono reintrodotti con la forza, ritornò anche il Prayers Book; i presbiteriani che non intendevano piegarsi, tenevano le loro riunioni in zone impervie, guadagnandosi l’appellativo di “Whiggamores”, conduttori di bestiame. Da qui, il termine “whigs”, che definirà un partito protagonista della politica inglese per almeno due secoli.

La Restaurazione si afferma in pieno, la Chiesa Anglicana trionfa, con le sue gerarchie e le sue liturgie, sempre più complicate e fastose; è questo il periodo anche del “witch hunt”, la caccia alle streghe. Tutti conoscono il caso delle “Streghe di Salem”, avvenuto nel 1692 in America, ma le origini erano in Inghilterra, dove la persecuzione fu assai più feroce che nei paesi cattolici, complice l’intolleranza ispirata dal “Codice di Clarendon”. Lo Stuart cercò di mitigare questo soffocante estremismo religioso, emettendo nel 1662 la Dichiarazione d’Indulgenza, che limitava gli eccessi del Codice, ma i Comuni la respinsero per le sospette aperture ai cattolici; non è vero che Carlo aspirasse ad un ritorno al cattolicesimo, voleva semplicemente un paese più aperto e più moderno.

A questo periodo del regno di Carlo risalgono i primi passi dell’espansione dell’Impero: la moglie portoghese, Caterina di Braganza aveva portato in dote le città di Tangeri e Bombay: Tangeri fu presto abbandonata, ma Bombay fu ceduta alla Compagnia delle Indie orientali (che fu autorizzata da Carlo anche a battere moneta e a levare truppe); iniziò da lì la sorprendente ascesa della Compagnia che doveva portarla a dominare tutto il subcontinente indiano, grazie anche al progressivo decadere della potenza portoghese nella regione. Il matrimonio dette l’avvio alla politica di alleanza tra Inghilterra e Portogallo che sarà una costante della politica inglese negli anni a venire. Il rinnovato impulso al mercantilismo inglese, favorito da questa alleanza, porta inevitabilmente l’Inghilterra allo scontro con le maggiori potenze marittime di quel momento, Spagna, Francia ed Olanda. La guerra con la Spagna fu condotta, come ai tempi di Elisabetta, dai “privateers”, pirati e tagliagole che avevano stabilito la loro base operativa alla Tortuga, per depredare i traffici spagnoli. Il più famoso tra questi fu il pirata Morgan, che giunse a saccheggiare nel 1670 la città di Portobello (attuale Panama), una delle principali roccaforti spagnole; anziché punirlo per i suoi misfatti, il governo inglese lo nominerà cavaliere e governatore della Giamaica.

 

Molto più complesso fu lo scontro con l’Olanda, inizialmente appoggiata dalla Francia. I mercanti olandesi si erano dimostrati particolarmente attivi su tutti gli scacchieri, dall’Estremo Oriente (Indonesia), all’Africa, all’America del Nord: qui il loro obiettivo erano le terre bagnate dal fiume Hudson, fiume scoperto nel 1609 da Henry Hudson, un esploratore inglese al servizio della Compagnia delle Indie Occidentali (nel 1524, però, vi era già giunto Verrazzano).  In questa zona gli Olandesi avevano creato due insediamenti, il primo a nord per fronteggiare i francesi, Fort Orange, oggi Albany, il secondo più a sud sull’isola di Manhattan, che, con il nome di New Amsterdam, prosperò rapidamente grazie ai traffici con gli indiani ed all’afflusso dei perseguitati religiosi da tutta Europa. Agli inglesi, che consideravano tutte le coste americane un’estensione della Virginia, la presenza olandese non andava giù: New Amsterdam fu attaccata da corpi militari levati nelle colonie, appoggiati da una flotta inglese al comando del fratello del Re, il duca di York. Proprio in suo onore, la città, conquistata nel 1664, fu rinominata New York; una saggia politica di conciliazione trovò il consenso dei residenti olandesi che, accettato il nuovo regime, costituiranno la futura aristocrazia della città (Stuyvesant, Vanderbilt, lo stesso Roosevelt). Ma il conflitto tra Olanda ed Inghilterra doveva scoppiare per altri motivi, principalmente per rivalità commerciali, in primo luogo il lucroso commercio degli schiavi dalle coste africane: la seconda guerra anglo olandese scoppiò il 14 marzo 1665 e vide grossi nomi schierati da entrambe le parti, per gli inglesi gli ex ufficiali cromwelliani Monk e Montagu, più il principe Ruperto, ma per gli olandesi il più grande personaggio della loro storia militare, l’ammiraglio Michiel De Ruyter, tuttora considerato in Olanda un eroe nazionale. La guerra vide vittorie e sconfitte da entrambi i lati, ma l’Inghilterra dovette subire due gravi disastri, una grande pestilenza e, nel 1666, il gigantesco incendio di Londra, in cui andò distrutta anche la cattedrale di San Paolo; l’incendio fu l’occasione per ricostruire il centro di Londra, opera in buona parte del grande architetto Christopher Wren. Per far fronte alle ingenti spese della ricostruzione e per riarmare la flotta, Carlo fu costretto a richiedere un importante contributo al Parlamento, che lo concesse a condizione di poterne controllare la spesa; Carlo, considerando questa condizione una violazione delle sue prerogative, prorogò il Parlamento, rinunziando al riarmo della flotta, fiducioso anche nell’esito delle trattative di pace avviate a Breda.

De Ruyter invece approfittò di questa circostanza per compiere un’impresa spettacolare: risalì il Tamigi fino alle porte di Londra, cogliendo di sorpresa la flotta inglese in disarmo, molte navi furono date alle fiamme, altre catturate e rimorchiate fino alle basi olandesi; il fregio di prua dell’ammiraglia inglese, la Royal Charles, è tuttora conservato al Rijsk Museum. L’Inghilterra fu salvata da Luigi XIV, che iniziava in quegli anni una serie di campagne dirette contro i Paesi Bassi, per cui la pace di Breda del 1667 non fu troppo gravosa per l’Inghilterra.  Ma non era che una breve pausa: Luigi XIV aveva deciso di chiudere i conti con l’Olanda, che voleva trasformare in un protettorato francese; aveva per questo bisogno dell’aiuto inglese, pagato con denari sonanti. Le operazioni, iniziate nel marzo 1672, prevedevano un’invasione da sud di una potente armata francese e di uno sbarco sulla costa olandese, sotto la protezione congiunta delle due flotte, di un corpo inglese. De Ruyter, tornato in mare, riuscì ad impedire lo sbarco, mentre l’apertura delle dighe ed il conseguente allagamento dei campi impedivano l’avanzata francese: l’attacco francese determinò un capovolgimento politico in Olanda, con il ritorno al potere della fazione orangista, Guglielmo d’Orange divenne “Staatholder” prendendo le redini della guerra. Carlo, esaurito il contributo francese, non aveva più denari per proseguire il conflitto; così, spinto anche da fazioni parlamentari al soldo degli Orange (dilaga in questo periodo la corruzione politica, il Parlamento merita appieno il soprannome di Parlamento pensionario!), Carlo decide un riavvicinamento all’Olanda, che culmina con la pace tra Province Unite ed Inghilterra e con il matrimonio di Maria, figlia del duca di York, futuro Giacomo II, e Guglielmo d’Orange, matrimonio che avrà conseguenze impreviste e devastanti per gli Stuart (1678). Anche la Francia, bloccata da una coalizione favorevole all’Olanda è costretta a desistere dai suoi piani (febbraio 1679).

Sul piano interno si segnala il riaccendersi della questione religiosa; Carlo tenta di riproporre la “Dichiarazione di Indulgenza”, in una forma più morbida che in passato: confermati i privilegi della Chiesa Anglicana, veniva sospesa l’esecuzione delle leggi contro i non conformisti ed i ricusanti (cioè i cattolici), ma anche in questa forma la misura viene rigettata dal Parlamento e Carlo è costretto a ritirarla. Non contenti di ciò, i Comuni votarono il famoso Test Act”, in virtù del quale, chiunque ricoprisse cariche pubbliche era tenuto al giuramento di fedeltà al Re, in quanto Capo della Chiesa Anglicana, a prendere la comunione secondo il rito anglicano, a negare il dogma della transubstanziazione.

Il clima decisamente anticattolico si inasprì ulteriormente per effetto del cosiddetto “Complotto Papista” (“Popish Plot”) che avrebbe avuto come scopo l’assassinio del Re, per sostituirlo col fratello, il Duca di Yok, notoriamente cattolico; a questo, la fantasia popolare, eccitata da voci messe in giro ad arte, aggiungeva piani di stragi di protestanti ad opera dei congiurati cattolici. Una specie di isteria collettiva si impadronì del Paese e del Parlamento, che iniziò a diramare ordini di arresto e a mandare sotto processo un gran numero di innocenti, molti dei quali furono anche messi a morte in maniera atroce. Carlo, pur convinto dell’innocenza degli accusati non osava opporsi: solo quando i Comuni arrivarono ad attaccare il suo primo ministro, Danby, minacciandolo di impeachment, Carlo si risolse a congedare il Parlamento Cavaliere (1679).

Strana evoluzione di un Parlamento durato più di tre lustri, che era iniziato sotto i migliori auspici per la monarchia, al punto di meritarsi l’appellativo con cui è conosciuto; il fatto è che i parlamentari, che avevano seduto per tanto tempo, si erano progressivamente resi conto del loro potere, visto che Carlo si era a sua volta convinto che era più conveniente governare attraverso il parlamento, piuttosto che contro. Occorre sottolineare che il Parlamento inglese di quei tempi era alquanto distante dall’idea che noi abbiamo di rappresentatività democratica; i delegati erano eletti con criteri diversissimi da contea a contea, a volte scelti da un ristretto numero di “aldermen”, cioè notabili locali, il più delle volte designati direttamente dai grandi proprietari terrieri; iniziava in quest’epoca il sistema, che esploderà nel secolo successivo, detto dei “borghi putridi” (“rotten boroughs”), cioè distretti elettorali decaduti in termini di popolazione ed importanza economica, che continuavano ad inviare lo stesso numero di rappresentanti, mentre grandi città di recente origine non ne inviavano alcuno. Evidentemente questo sistema poteva esistere perché serviva ad alcune cricche di potere, soprattutto la nobiltà terriera che, facendo eleggere i suoi deputati, si aspettava che gli stessi rappresentassero i suoi interessi: a loro volta gli eletti, che, di base, ricevevano dalla loro circoscrizione solo un modesto rimborso spese, si aspettavano di avere accesso ad incarichi remunerati, contavano su qualche mancia, quando non si prestavano ad episodi di corruzione spicciola.

 Il sistema elettorale inglese era quindi l’espressione di una oligarchia corrotta e corruttrice, ma era comunque preferibile al dispotismo monarchico vigente in Europa; il sistema inglese, pur tra aberrazioni e follie, era riuscito a fare uscire il dibattito sui grandi temi della nazione fuori dalle segrete stanze, in un contesto specifico, aperto al pubblico nelle sue discussioni e nelle sue delibere, il Parlamento; non era poca cosa!!

Questo sistema, accanto a iniziative vergognose, come per il “Popish plot”, era anche capace di produrre norme e leggi di grande valenza, come ad esempio, la prassi del controllo di commissioni parlamentari sulle leggi di spesa o, di più, la norma detta dell’”Habeas Corpus”, pilastro portante del sistema giudiziario inglese, licenziata sotto forma di legge proprio in questo periodo; secondo questa norma, nessun suddito inglese poteva essere privato della sua libertà individuale senza il mandato di un giudice. Oggi ci appare un concetto scontato, ma nell’Europa continentale l’arbitrio di monarchia e nobiltà erano la vera legge!! Nasceva così, passo dopo passo, l’Inghilterra moderna.

Con lo scioglimento del “Parlamento Cavaliere” finisce l’idillio tra Carlo II e l’istituto parlamentare: la nuova Camera dei Comuni, eletta pochi mesi dopo lo scioglimento della b precedente, risulta ancora più sfavorevole alla Corte che poteva contare solo su 30 voti certi, contro i 150 nella precedente. Imbaldanziti da questa maggioranza, gli estremisti prendono in mano le redini del Parlamento; vengono mandati in prigione anche coloro che si permettevano di dubitare del complotto papista, Danby viene impeached e messo in prigione, ma, soprattutto viene votato l’”Exclusion Bill”, un provvedimento che, se ratificato, avrebbe escluso dalla successione il fratello del Re, il Duca di York, apertamente cattolico; Carlo II ovviamente si rifiuta di ratificare il bill, come rifiuta di divorziare dalla moglie Caterina di Braganza, notoriamente sterile, per dare una discendenza al trono.  

Intorno a questo argomento aspramente conteso si vengono a creare i due partiti storici inglesi: esistevano da tempo un Court Party, espressione degli interessi della Corona, ed un Country Party, espressione dell’opposizione. Ora queste formazioni si strutturano proprio a seguito della contesa sull’”Exclusion Bill” , con un partito “Tory”, vicino alle posizioni di Carlo, ed un partito “Whig” (nome derivato dai presbiteriani scozzesi che si opponevano alle disposizioni in materia religiosa del governo) favorevole all’Exclusion Bill: Whigs e Tories domineranno la scena politica inglese per i prossimi due secoli, alternandosi al governo ed all’opposizione e gettando le basi di quel sistema bipartitico che è ancora l’asse portante della democrazia inglese. Dopo il tramonto della questione per cui erano nati, i due partiti continuano ad animare la dialettica politica, divenendo l’uno, il Tory, espressione della grande proprietà terriera, mentre l’altro si fa interprete degli interessi dei nuovi ceti mercantili ed industriali. 

Di fronte al rifiuto reale di ratificare l”Exclusion Bill”, il Parlamento vota ancora per questa legge e si propone di sancire la propria indissolubilità: questa era stata la premessa della guerra civile ed il Paese è spaventato da questa prospettiva; Carlo II intuisce il sentire della gente, scioglie il Parlamento e scioglie dopo poche sedute anche il neoeletto consesso che aveva ripreso i temi del precedente.   Il Pese resta indifferente, nessuno neppure tenta di aizzare le folle londinesi: Carlo non convocò più Parlamenti per il resto del suo regno, aveva vinto, la Restaurazione poteva dirsi completata (Marzo 1681)!

Il potere del Re divenne incontrastato, a seguito del fallimento di un complotto whig, avente come oggetto l’assassinio del sovrano e del fratello Duca di York; i capi dell’opposizione vengono giustiziati o fuggono in esilio, Carlo è circondato dal consenso di tutta la nazione. Purtroppo il felice periodo ha beve vita; il 6 febbraio 1685 Carlo II muore dopo un breve agonia: secondo una versione dei fatti diffusa dal fratello, in ”articulo mortis”, il Re si sarebbe  convertito al cattolicesimo,  confessandosi e prendendo i sacramenti, secondo il rito cattolico.

 

Inserito il:09/10/2023 11:10:23
Ultimo aggiornamento:09/10/2023 11:33:28
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