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Aggiornato al 23/01/2019

Alessandro Bruschetti (Perugia,1910-Brugherio,1980) - Sintesi fascista - 1935

 

Corrado Stajano  -  Eredità   -   Recensione

di Michele Pacifico

 

Il contributo dell’Italia alla cultura politica, alla tecnologia e alla fisica nel XX secolo è stato enorme, se si pensa a Guglielmo Marconi, per la tecnologia e a Enrico Fermi (e con lui a tutto il gruppo dei giovani fisici di “via Panisperna”) per la fisica.

Malauguratamente, altrettanto enorme è stato il contributo che l’Italia ha dato alla politica creando il fascismo, un’accozzaglia di desolanti e turpi banalità contrabbandata per una concezione politica e filosofica della società e della politica.

Inventato da Benito Mussolini negli Anni Venti del secolo scorso, il fascismo si diffuse come un fuoco nella prateria nel resto d’Europa, dove arrivò al potere espressamente in Spagna con Francisco Franco e in Germania con Adolf Hitler, per attecchire successivamente in Ungheria, in Romania e in Jugoslavia.

I danni creati nel sistema sociale europeo e mondiale dal fascismo in tutte le sue forme non si possono calcolare: la guerra civile spagnola, la seconda guerra mondiale, la Shoah e altro ancora sono testimonianze incontestabili della nefandezza di quella dottrina. Eppure, nell’anno di grazia 2017, novantacinque anni dopo la marcia su Roma e settantadue anni dopo la fine della guerra mondiale con la sconfitta militare dei fascismi europei, un numero sconcertante di italiani si dichiara fascista, sostiene che il fascismo fece grande l’Italia e che un governo ispirato da quella dottrina potrebbe dare nuovo lustro al nostro Paese.

Non è possibile contrastare queste convinzioni – che hanno trovato anche il modo di essere rappresentate in Parlamento – con provvedimenti giudiziari o legislativi: l’unica strada percorribile per assolvere il dovere morale di combattere il fascismo in tutte le sue forme è quella della cultura, lavorando con tenacia a far conoscere il fascismo storico per quello che è stato, in tutte le sue manifestazioni non soltanto politiche e militari, per demolire i pregiudizi che attribuiscono un qualsiasi valore politico o culturale a quel sistema.

In questa prospettiva, l’ultima proposta narrativa di Corrado Stajano – Eredità – è un testo di grande valore, non soltanto letterario, ma storico e ideologico.

Giornalista e scrittore di successo, Stajano pubblicò nel 1991 il libro Un eroe borghese, un capolavoro di giornalismo e di analisi sociale, che ricostruiva la cupa vicenda che portò all’assassinio su commissione dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore del fallito impero bancario di Michele Sindona.

Eredità è apparentemente una testimonianza autobiografica: l’autore, che è nato il 24 settembre del 1930, è cresciuto culturalmente e socialmente nel periodo di maggior successo del regime fascista, e l’eredità alla quale si riferisce il titolo è il lascito culturale, nel senso antropologico del termine, dell’educazione ricevuta dal sistema, che lo arruolò d’autorità come tutti i suoi coetanei fra i Figli della Lupa, quando era alle elementari.

La narrazione va ben oltre i temi autobiografici, tratteggiati peraltro in modo molto illuminante e per certi versi commoventi, rendendo molto bene le reazioni sconcertate del piccolo Figlio della Lupa, inquadrato da un maestro in sahariana nera con i compagni di classe in un corteo di giovanissimi impegnati a sventolare bandierine italiane e tedesche al passaggio del corteo formato da Ciano e Ribbentrop in visita a Como nel 1939 per una celebrazione della firma del Patto d’Acciaio.

Il libro si sviluppa seguendo un artificio espositivo molto interessante: a lunghi brani narrativi che descrivono con lucida precisione persone ed eventi, seguono brani più brevi, differenziati tipograficamente, nei quali si ricorda di volta in volta l’epilogo tragico degli eventi raccontati nelle pagine precedenti, per cui il quadro generale della Como del 1939, nel momento di massimo successo del regime fascista in Italia, viene messo a contrasto con quanto accadde dopo, devastando protagonisti e realtà sociali come inevitabile conseguenza dell’inconsistenza politica, culturale e militare del regime.

Fa da contrappunto alla descrizione di quel momento di forzato entusiasmo popolare la riflessione dell’autore sul cupo destino che avrebbe falciato di lì a pochi anni le vite di quegli stessi gerarchi.

Gradualmente l’autore allarga il campo d’osservazione, descrivendo la progressiva maturazione del giovinetto e il mondo che lo circonda, scegliendo per caratterizzarlo tre figure rappresentative della Como di quel momento storico: Alida Valli, Giuseppe Terragni e Margherita Sarfatti, tratteggiando con acute osservazioni le loro personalità e il loro tormentato rapporto col fascismo e con Benito Mussolini in particolare.

Alida Valli, nata a Pola e vissuta a Como negli Anni 30 prima di ottenere i suoi grandi successi nel mondo del cinema, fu indubbiamente una delle protagoniste del cinema dei “telefoni bianchi”, turgidamente melodrammatico e deliberatamente lontano dalla rappresentazione della realtà sociale di quel periodo. Stajano la inquadra con attenzione e rigore nel contesto in cui si trovò a vivere e a lavorare e ne salva la dignità, ricordando le circostanze in cui fu accusata di essere una spia del regime e una collaborazionista delle SS, per essere poi riconosciuta del tutto incolpevole per quelle accuse.

Dell’architetto Giuseppe Terragni, il massimo esponente del razionalismo italiano, realizzatore della Casa del Fascio di Como nel 1936, considerato uno dei capolavori dell’architettura italiana del Novecento, Stajano traccia un profilo fortemente empatico, cercando di capire e spiegare i complessi meccanismi mentali che portarono Terragni a essere al tempo stesso un uomo di grande cultura e intelligenza e un fascista militante, al limite del fanatismo, per poi essere costretto dagli eventi a ricredersi perdendo tutta la sua fede politica dopo aver vissuto in prima persona l’esperienza della campagna di Russia: “La lucentezza, la levità, l’eleganza, l’ordine naturale della sua architettura erano crollati nella steppa, nel fango, nel sangue” (pag. 52).

Margherita Sarfatti, per molti anni la ninfa egeria di Mussolini agli inizi della sua carriera politica, possedeva una villa detta il Soldo non lontano da Como, nel comune di Cavallasca.

“Donna colta, di acute intuizioni, con il demone del denaro e della fama, padronale, assolutista, egocentrica, scalatrice naturale, modello di presunzione e d’ambizione, critica d’arte, giornalista e scrittrice, politica agguerrita, quasi un aruspice di tempi che riterrà celestiali e saranno invece gravidi di rovina . . . fu un modello del trasformismo nazionale, politico e culturale, non soltanto di quel tempo” (pag. 58).

Come è noto, Sarfatti scrisse una biografia agiografica di Mussolini, che venne pubblicata prima in inglese nel 1925 dall’editore Thornton Butterworth col titolo The Life of Benito Mussolini e successivamente, nel 1926, in italiano da Mondadori col titolo Dux, Nonostante il livello culturale indiscutibilmente elevato dell’autrice il libro è una vergognosa manifestazione di piaggeria “un imbarazzante reperto non soltanto del fascismo, ma della debolezza e anche della dissennatezza e del servilismo dell’animo umano, segno di un tempo di vergogna che provocò rovina e morte” (pag, 59).

Questo giudizio perentoriamente negativo è seguito da una serie di citazioni tratte direttamente dal testo di Dux, che non lasciano alcun dubbio sulla penosa qualità non soltanto letteraria dell’opera.

La narrazione prosegue allargando l’orizzonte alle fasce sociali diverse e lontane da quella, di media borghesia, del protagonista: si descrivono i meccanismi di puntigliosa e burocratica sorveglianza poliziesca ai danni di chiunque appaia come una minaccia per il regime, anche se si è limitato a canticchiare Bandiera rossa uscendo malfermo sulle gambe da un’osteria dopo la mezzanotte.

Ma la misura non è mai colma e il grottesco si trasforma in tragico quando a essere perseguitati – e non soltanto con una multa – non sono più gli ubriachi ma gli ebrei, la cui unica colpa è di esistere e di trovarsi a vivere in un paese che ha perso qualunque senso della dignità e del rispetto.

La dichiarazione di guerra a Francia e Gran Bretagna annunciata alla radio da Mussolini coglie tutti di sorpresa e segna l’accelerarsi del processo di maturazione politica e sociale del protagonista, la cui età lo tiene lontano dai campi di battaglia, ma non dalle sofferenze indotte dal vivere in un paese in guerra, che si fanno progressivamente più penose a mano a mano che si rivela in tutta la sua desolazione l’abissale scarto fra l’immagine gloriosa della potenza militare italiana diffusa dalla propaganda fascista e la realtà di una guerra combattuta senza mezzi adeguati e agli ordini di capi militari e politici felloni.

Alla fine della guerra, nella primavera del 1945, “il Figlio della Lupa, dopo quello che ha visto e sofferto, non diventerà Balilla, non indosserà mai più nella vita un’uniforme, neppure per gioco, e non ubbidirà mai più a maestri con la sahariana nera. Sente di assomigliare a Pinocchio: «Com’ero buffo, quand’ero un burattino!».” (pag 117)

Stajano racconta nella parte finale del libro la Milano buia degli anni della RSI, dei bombardamenti “a tappeto” degli inglesi e degli americani, della penuria, del freddo e della paura.

“La città è una caldaia di pece nera. È ridiventata il covo del fascismo delle origini, popolata di bande all’avventura” (pag. 120).

L’adolescente smarrito vaga per la città, i “fascisti in cui … si imbatte gli sembrano i bravi di don Rodrigo, con le loro uniformi nere, i teschi da morto sui baschi portati spavaldamente di traverso sulla fronte” (pag. 143).

Fra tutto quel gelido squallore Stajano fa emergere l’immagine di un uomo diverso, autentico e forte di una dignità che ha radici profonde: “dietro l’abside [del Duomo bombardato] tra le macerie e con le macerie, un frate ha costruito un altare di fortuna. È un gigante alto quasi due metri, dai capelli rossi. Celebra la messa e dopo il Vangelo la sua predica fa sobbalzare. Il suo vocione reboante rompe il silenzio, le sue parole sulla giustizia umana e divina, sull’indipendenza dei popoli, sulla sofferenza dell’uomo contro la guerra e la sua violenza sembrano venire da un altro pianeta, mentre il terrore opprime la città impastata di sangue”. (pag. 145).

Il predicatore è David Maria Turoldo, un frate che partecipò alla Resistenza e fu una delle figure più nobili del cattolicesimo militante italiano. “Per tutta la sua vita padre David Maria Turoldo resta fedele alle scelte della giovinezza, il rifiuto della Chiesa-potere, il rifiuto delle crociate e dei roghi degli eretici, la lotta ininterrotta dalla parte delle minoranze intellettuali e politiche. Sarà la Resistenza la memoria indelebile di tutta la sua vita inquieta, una sorta di categoria dello spirito, più che una scelta politica e sociale. La coscienza del Vangelo incarnato” (pagg. 147-148).

Stajano conclude questo splendido libro impastato di memoria, testimonianze e profonde riflessioni, con il racconto del ritorno a casa del padre, ufficiale del Regio Esercito, internato dai tedeschi in vari campi di detenzione per essersi rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò. Sono solo un paio di pagine, ma sono davvero commoventi.

Corrado Stajano - Eredità

Milano: il Saggiatore, 2017. p. 166 € 18

 

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Inserito il:20/09/2017 20:09:24
Ultimo aggiornamento:21/09/2017 10:26:07
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