Aggiornato al 04/12/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Robert Koehler (Hamburg, D, 1850 - Minneapolis, USA, 1917) - The First Snow

 

Rendez-vous con la neve

di Vincenzo Rampolla

 

Sospirata e attesa, è apparsa alla fine, sull’onda delle previsioni.

L’avverti nell’aria, una sottile impressione ti fa dire è aria di neve, e la notte prima la senti venire da lontano. L’hai fiutata, puntuale non manca all’appuntamento. Voluta da tempo, rivelata da radio e tv, nella notte ha tolto i freni. Al risveglio terrazze e parabole sui tetti erano ricoperte, ha imbiancato l’abete, ha piegato il roseto e la mimosa e invaso la tana delle tartarughe. Muta e discreta la vedi, la strusci sulla siepe, non geme, non risponde. Ti avvolge.

Si presenta sfacciata alla città sorpresa nel sonno, alle falde dei monti delle valli del Brembo e del Serio. Sorprende la gente, affascina con il suo imbarazzo, è la sua prima volta a inizio dicembre.

E all’ingresso delle scuole, le frotte di studenti si rincorrono e scivolano e battagliano e si accalcano e i ritmi della nuova giornata arrivano battuti dal richiamo della basilica.         

Leggera, mi parla e mi scrive. La leggo, decifro la forma e gli angoli, la misuro, la soppeso, la stringo, ne calcolo l’area e il perimetro. Ha ispirato poeti e scienziati. Di profilo la studio, la lecco e la gusto. Riempio una tazza, pressata col palmo l’innaffio con sciroppo di menta e il piccolo Michel me la ruba di mano e dal cucchiaino la sorbisce in estasi e la gusta, delizia del cielo scivolata dalle dita degli angeli.

Infiniti fiocchi senza materia, minuscole lettere di un alfabeto dell’Etere, pronte a comporre la trama di una storia, atterrano su ogni cosa, indugiano attente a ogni particolare, finché l’insegna neve non si è distesa su tutto, immensa su strade, auto, boscaglie e campi, colline e sulla montagna brulla con i tralicci e le antenne, innevati ciclopi guardiani delle radioonde. Uno dopo l’altro i fiocchi hanno terminato la discesa iniziata con pazienza dalle nuvole a qualche migliaio di metri, dopo più di due giorni di viaggio per atterrare sulla vetta.            

Eccomi, sono io, la neve. Spengo i colori, li ribalto, divoro l’arcobaleno, rivesto le forme, le annullo. Le so levigare livellare lisciare spianare fino quasi a farle scomparire. Chi può distinguere le cose e i materiali che ricopro? Spettacolo lento, lineare, senza pause, senza spot pubblicitari che mi devastano. Io non sono merce, e nessuno mi compra. Senza click dal telecomando, chi mi può pilotare, controllare, arrestare? E con i colori della vita che nasce, del latte materno e del liquido seminale io trasmetto lo stesso gelido colore della vita che si spegne, il bianco che per i bimbi dell’Africa dei Tropici è colore di morte. Nei giochi di strada, passano più volte polvere e sabbia del terreno su ogni parte della loro pelle scura, dal volto ai piedi fino a darle il pallore del cadavere dell’uomo bianco, l’azungu, e si lanciano in battaglie tra vivi e morti, per la conquista di una lattina di bibita ghiacciata.

Senza mano dell’uomo, senza violenza, chi può modificare il mio ritmo regolare, sottrarmi i cristalli e il loro silenzio. Che cos’è un fiocco se non un insieme di cristalli di neve? Formato da vapore acqueo o da una goccia d'acqua cristallizzata composta da miliardi di molecole e se la temperatura scende sotto zero i cristalli si combinano in infiniti modi e danno vita a geometrie con forme di aghi e di stelle. Ci sono scienziati specialisti di valanghe che li studiano per ricavarne dati precisi sull'atmosfera di origine e sulle temperature che influiscono sui moti delle masse nevose. Sono loro che lanciano in tempo gli allarmi di valanghe ai ribelli del mondo: mi hanno disturbata e ferita con gli sci, hanno violato il mio letargo e io ripago a valle con un fragore di morte e devastazione.

Fragile, delicata, nemica del caldo e del sole, sono amica del vento e del gelo.

Sono senz’anima, come i non luoghi dell’uomo, i sottopassi, le piazzole d’autostrada, i corridoi della metro, così come le spianate di ghiaia o i campi desolati. La Natura non mi ha dato antenne per percepire, né mi ha dotata di una sensibilità umana o d’animale, semplicemente partecipo alla realtà delle cose dell’uomo, mi mostro modellandole, le appiattisco, ne rubo la natura reale, le maschero, le rivesto a modo mio, per possederle, inghiottirle, conservarle.

Sembra che gli esquimesi Inuit e Yupik conoscano almeno un centinaio parole per esprimere la realtà della neve, ciascuna in grado di coglierne le sfumature più sottili, come la consistenza, il colore, la tenacia di continuare a convivere con i fiocchi divenuti ghiaccio, induriti dalla pressione della mano dell’uomo. Non è così. Nella lingua della Groenlandia sono due sole le parole: qanik (neve nell'aria) e aput (neve per terra). Da queste radici derivano parole come qanipalaat (soffici fiocchi di neve che cadono) e apusiniq (cumulo di neve), ma sono molti i diversi dialetti in ogni regione e un concetto può essere espresso da loro  con un’unica lunghissima parola. Gli eschimesi non hanno centinaia di parole per la neve, hanno molte parole per tutto e questo ci riporta all’igloo, ove stagionano durante il periodo della caccia, luogo in cui vivono una dura esperienza in immersione continua sotto la neve da loro lavorata in ghiaccio, con nuove espressioni linguistiche e nuove sensibilità adatte per definire tali condizioni ambientali.

La neve è uno spazio bianco, sintesi di tutti gli altri colori, è una pausa di gioia, una sospensione del tempo. Nemica del tempo, lo attacca, lo maltratta, lo stordisce, è la magia del sonno che la rende capace di annullarlo a comando e cristallizzarlo e riportarlo in vita con le labbra di una favola. È un invito alla pazienza e alla cura, quasi a custodire qualcosa di prezioso. Eppure a volte perdo la calma e mi agito, mi trasformo in un panno infinito, una coperta inamovibile, la prova categorica che già ho messo le mani su qualcosa che è divenuto mio, che muto è sgusciato nel regno del ricordo, con immagini uniche di vita e di morte, sotto e sopra, due volti della stessa maschera.

La neve, rivela anche il suo enorme peso fatto di fiocchi, ognuno dei quali, inconsistente e leggero, ha un’identità inviolabile e in ogni istante ha una vita propria da difendere e custodire, unica e che non può essere ripetuta. E l’enorme addizione di tutti i fiocchi di una nevicata ha un’energia senza pari, capace di bloccare il traffico di una città, di arrestare la produzione di un impianto, di impedire il funzionamento di aeroporti e reti ferroviarie, di condizionare la vita degli anziani, di interrompere l’esecuzione delle attività commerciali, di obbligare la chiusura delle scuole, di intralciare la vita della gente con gli ostacoli per recarsi al lavoro.

E accade che la neve si penta e che la sua anima abbia un sussulto e si abbandoni a un atto di rimorso. È così che gli uomini ritrovano il senso di spazi perduti e il piacere di comunicare tra loro attraverso i modi semplici e naturali di tempi passati. Si misurano le distanze con i passi, si vede il tempo attraverso la clessidra e si risveglia la rete di relazioni personali fondate sulla condivisione tacita e genuina, svincolata da insidie, a partire da una fiducia di base, impulso primario al tempo della nascita delle varie forme di comunità. Si riscopre il senso della sorpresa e della visita, il calore del focolare, la favola letta accanto al presepe, il valore dell’ascolto e della narrazione, la realtà del pasto in comune, l’aiuto reciproco diffuso tra le famiglie, allora praticato dai contadini come necessità concreta e con simbolico scambio di doni; dalla lampada di Aladino risorge l’humanitas che fa di ogni fiocco un desiderio e della parola la complicità dell’umano, al di là dei doni preconfezionati, gelidi e formali.         

E rinasce il pupazzo di neve, innocente immagine simultaneamente viva e morta, addobbato di colori, l’anima posticcia, incollata dal gelo della notte. Sempre esposto a morte prematura, la sua origine pagana vede in lui il richiamo al gioco e alla fantasia, all’ingegno e allo scherzo, di giorno al vicino odioso da schernire, di notte alla suocera da sacrificare.

E ancora neve sulla pelle dell’uomo in carne ed ossa, sugli impegni del giorno, sulla fissazione di portarli a termine, di chiuderli per non intaccare la sua immagine, ossessionato dal perfezionismo, braccato dall’assillo degli orologi a muro, al polso, nello smartphone, nell’auto, sul comodino. Neve sui perché. Neve sul rapporto causa-effetto, sul predominio della ragione, sull’etica familiare, sulla falsità e l’inganno, sul tradimento e l’ignoranza. Sulla trasgressione e le maschere che porta.

Per la neve l’ultima notte, gli ultimi fiocchi sono un momento di angoscia, quasi impossibile da immaginare e vivere. La realtà della neve risiede perfetta nel suo destino di scioglimento, liquidità, disfacimento genetico, come un atto vissuto nella narrazione e nella scrittura di se stessi nelle righe vuote di una pagina Word; potrebbe restare candida per una vita intera, in eterna attesa, chiusa dalla paura che l’autore ha di scoprirsi, di dirsi colpevole o innocente, nel lento avanzare del gelo alle sue dita. Così il fiocco, nel preciso istante in cui esiste, esprime attraverso la visibilità la sua caducità, l’imperfezione e la limitatezza, l’illusione di sopravvivere a ogni evento e di restare fiocco in eterno. E ora, prossimo alla fine, il fiocco arranca, sembra volere reincarnarsi in un’altra vita e ritornare tra i fiocchi iniziali, risucchiati in un’incontenibile regressione. Uno dopo l’altro, fino all’ultimo, il mondo intero racchiuso in un unico ultimo piccolo cristallo, resiste fino all’estremo, fino al punto in cui anche le analisi dello scienziato ne percepiscono il valore assoluto: è solo un velo, una terapia, un trattamento che si rivela futile palliativo, la pallina di mollica che si dà al condannato per simulare il tranquillante. Non di risanamento, non di miglioramento né di salute, ma profondo simbolo di dono, di valore e di considerazione. Sotto quel manto traduce il mondo a una dimensione infinitesima, lo protegge e a fine corsa, i fiocchi sentono l’oggetto, il corpo e cessano, anche quando il mondo si è ridotto alla dimensione di atomo. Travolte dalla magia della neve, le cose sembrano sciogliersi sotto i fiocchi, segnare la fine di tutto ciò che le copre, per fare poi riemergere la vita stessa ma diversa, tramutata, incanutita, con le sue onde vitali scandite sul monitor, ma ora annebbiate da segnali virtuali, vita diversa, anch’essa imbiancata  e con pulsazioni sempre più lente e destinate ad appiattirsi.

Dolce e leggera. Sensazione di un’esistenza effimera che ci sfiora e ci contagia.

Appare, vive, discende, cessa la discesa, scompare, si annulla, chiude il suo ciclo vitale e la sua anima sublima, quasi a sfidare le leggi della gravità e della Natura. E la neve dei primi di dicembre non tornerà mai più, non nella stessa forma, e comunque non sarà più la stessa neve, eppure sempre priva di calore e di energia. Già si vede nei cumuli ghiacciati lasciati dagli spazzaneve o ai margini delle strade, per poi tornare a scorrere, come acqua insozzata da terra e polvere, sorgente di nuova vita, liquame alla ricerca negli scarichi di un nuovo ciclo. Altri giorni di neve verranno a imbiancare gli stessi luoghi, ma saranno occhi diversi che ne osserveranno il passaggio, narrazioni di altri esseri infettate dalle proprie storie. Altre parole a delineare mondi nuovi, per una vita che appare stabile nelle regole più profonde e al contempo è mutevole e aperta per le infinite maschere che è pronta ad indossare, una vita di certo multiforme, come un cristallo, fluida, incerta pur di continuare a esserci, a esistere nel moto perenne della Natura.

Stamane le strade sono sgombre, immerse nella frenesia del traffico e dei rumori di una giornata salutata dal sole. Le cime delle colline sono bianche, ancora per poco ghiacciate, lassù, al confine tra la realtà del quotidiano e il profondo situato altrove, ignoto e lontano, chissà dove celato.

Tutto è imbevuto di energia e calore. E Michel dalla scodella coglie nel piccolo cucchiaio l’ultimo sprazzo di vita di quei fiocchi.

(consultazione:      i molti modi di chiamare la neve in inuit – susanna villani; il mito della neve – mazza; il punto quotidiano – il racconto – r.porro; girotondo.com – come e perché n.22; ilenia morandi - blog pineta; cristina stecchini -  racconti ghiacciati; valeriia vakhrusheva – il mito del ghiaccio; chione – wikipedia ; lisa – storie e leggende, il bucaneve; lettere dalla facoltà – università politecnica delle marche)

 

Inserito il:21/12/2021 19:26:15
Ultimo aggiornamento:21/12/2021 19:38:07
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