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Aggiornato al 14/07/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Amaan Ahmad (Hyderabad, Telangana, India) - Memento Mori

 

Digital death, ius aeternitatis (2)

di Vincenzo Rampolla

 

Nell’estate 2014, conseguito il Master alla Management School dell’MIT, Marius Ursache, programmatore rumeno, animato dal fuoco di creare la propria start up si associa con due informatici canadesi e fonda Eternime. È l’inizio. Il progetto è creare un digital spectrum, una “copia dell’altro”. Sfrutta la dissociazione tra realtà naturale e identità digitale, vuole che essa continui a vivere concretamente dopo la fine dell’esistenza biologica. In 4 giorni riceve 3.000 adesioni, oggi conta più di 50.000 iscritti. Iscrizione gratuita e trasmissione del proprio database di oggetti digitali: fotografie, messaggi, informazioni, caselle di posta elettronica, blog, forum, opinioni e così via accumulate negli anni nei social network. Con un software di data mining estrae i dati, analizza il materiale ricevuto e cerca le correlazioni, lo scopo è progettare per gradi un’identità virtuale con struttura coerente, sorta di eredità interattiva, capace di comunicare “dall’oltretomba” con le persone in vita, rispettando il più possibile la personalità del defunto. Compone un simulacro della persona che può comunicare, lo chiama spettro digitale di ciò che siamo stati, imitando l’essere umano (chatbot, con algoritmo per fingere una conversazione con il morto nella simulazione del comportamento umano).

A inizio 2015, sulle orme di Marius, Henrique Jorge, programmatore portoghese, anch’egli dopo un periodo all’MIT crea la società Eter9 (da Eternity e cloud 9, simbolo dell’essere al settimo cielo). Obiettivo: usare un social network che dia una vita eterna all'utente oltre alla possibilità, a suo dire perpetua, di acquisire dati in base alle attività precedenti. Grazie a una controparte, attivata se l'utente è off line, interagisce di continuo 24 ore su 24 attraverso contenuti e commenti. Il fine è carpire dati da profili social già attivi, Facebook in primis.

Prima delle due start up nell’area digital death era nata a settembre 2010 LifeNau, progetto di ricerca che crea un backup delle “attività mentali” e del proprio codice genetico attraverso MindFile, database di riflessioni personali catturate in video, immagini, audio e documenti salvati, cercati, scaricati e condivisi con altri. Ogni account viene dotato di un avatar interattivo che accresce l’intelligenza con le nuove informazioni. Gli è complementare Bio, file che consente di raccogliere e conservare una copia del proprio DNA. Scopo del progetto è di trasferire le “capacità mentali individuali” a un computer /robot e seguirne l’evoluzione.

Nel 2006 Deathswitch è stata la prima startup creata, chiusa a ottobre 2015. È stato un sito web che ha permesso agli utenti di memorizzare e-mail crittografate, da spedire al momento della loro morte con una password trasmessa a intervalli prestabiliti. Se la password non veniva inserita dopo diverse richieste, le email sarebbero state inviate a destinatari alternativi.

Quello di Derek Miller, giornalista 39nne è forse il caso più interessante e toccante, 4 maggio 2011. Non start up ma nel suo post intitolato “51 ore per vivere”, ha detto al mondo on line che avrebbe perso la sua battaglia con il linfoma e avrebbe finito la sua vita in due giorni, grazie all’eutanasia. Il suo messaggio spedito postumo agli amici, alla moglie e ai figli ha avuto 10.000 adesioni. Caso fondamentale per sancire che nell’istante in cui è entrato nella rete il blog è diventato un oggetto digitale parte del suo patrimonio. Il suo epitaffio digitale apparso sugli schermi dei computer e smartphone del pianeta, ha fatto deflagrare in viso l’istante della sua morte. Caso toccante, evento unico, raro, potentissimo, primo nella storia della digital death a sgretolare la cupa ombra sociale e culturale tributata alla morte.

Google infine è ovviamente presente con il lancio di Inactive Account Manager, versione scopiazzata da Deathswitch, che consente di pianificare la vita nell'aldilà digitale, ripartendo l'accesso tra Gmail, Google Drive e altri servizi.

I casi citati sono esempi di successi e fallimenti che non possono essere disgiunti dal forte ruolo sociale ricoperto da Facebook quando una persona muore. Si impone l’esame della convergenza/interazione tra ciò che avviene in realtà nei social quando uno muore e ciò che fanno della digital death i novizi della fuga verso l’immortalità, abbagliati da nuove ipotesi di business e di guadagno. In uno studio su Facebook del 2017 su Nature Human Behaviour, sono analizzati tutti gli scambi possibili (post, commenti, fotografie e tag) in 15.000 social network al cui interno è morta una persona, mettendoli a confronto con altre 30.000 reti simili in cui il lutto non ha avuto luogo, un totale di circa 3M di persone monitorate. Le reti sono state studiate nel periodo 2011-2015, analizzando gli effetti della morte di una persona e confrontando gli scambi prima e dopo il lutto. Risultato: alla morte di una persona, è scattato in Facebook un aumento di 30% degli scambi. Dopo mesi, a volte anni, gli scambi si sono stabilizzati su un valore pari a quello prima del lutto. Che significa? Facebook offre un punto di aggregazione attorno al quale concentrarsi, raccogliersi per ricostruire quella vita “cancellata”, rimossa con la morte. Tale punto ricettacolo si lega alla disponibilità di un immenso materiale di dati e informazioni private del caro estinto che al contempo evidenzia l’esistenza di una memoria digitale personale, biografica e mostra la complessità e spinosità dell’eredità digitale. Una serie di temi nuovi e difficili devono essere affrontati, la relazione persona-morte, nel contesto tecnologico attuale, il cambiamento di identità post mortem e il ricordo/memoria del defunto. In pratica: che fine fanno i suoi dati, il suo patrimonio digitale? E gli oggetti personali? Quali gli effetti sui congiunti?

E Facebook non se ne sta con le mani in mano. Da tempo ha sviluppato complete procedure per la gestione post mortem dell’account per eliminare il profilo dopo la sua scomparsa o tenerlo in vita; con una disposizione l'utente nomina un contatto erede, ovvero un altro iscritto delegato a trasformarlo in account commemorativo. Il profilo scomparirà dai suggerimenti di amicizia e accanto al nome apparirà la dicitura in memoria di. La chatbot per il morto può allora rivelarsi per quello che realmente è: abilità tecnologicamente evoluta e raffinato tentativo di bassa magia per mantenere in vita ciò che in vita non è, emulazione degli spettri di Eter9, che permette di far finta di avere ciò che non abbiamo più. Si finge di parlare con i morti per far stare meglio i vivi e tutti assentono.

Ora, poiché l’accesso ai servizi è dato con credenziali o chiavi (username e password) note solo all’utente, si parla di identità digitale. Con la crescente diffusione dei servizi in cloud, sui server viene archiviata l’eredità digitale, un’enorme massa di dati (foto, lettere, messaggi… di valore affettivo e progetti, ricerche… di valore economico) accessibile solo con credenziali. Possesso quindi, controllo e uso da parte dei “Signori” dell’era digitale di una tale quantità di dati ordinati, organizzati e su persone, aziende e istituzioni, che ha fatto balenare l’ideazione-creazione-manipolazione di una sorta di nuova moneta-capitale, tutta e solo in mano loro.

Codice alla mano, tutti i diritti passano agli eredi, ma senza codici di accesso nascono difficoltà legate a società con sede all’estero, in paesi con legislazione diversa da quella italiana e senza una disciplina internazionale condivisa. Quali i rischi? Non potere accedere ai dati, che in automatico potrebbero venire rimossi dai server per inattività. Ogni social network inoltre gestisce in modo diverso la morte di un utente. Per Facebook ad esempio, il profilo seguita a esistere e ricevere notifiche e commenti. Mutato in account commemorativo, solo gli amici possono inserire commenti on line. Si può chiedere la cancellazione o la disattivazione dell’account con blocco dell’account che resta sui server, è non accessibile e può essere riattivato. Twitter disattiva automaticamente un account dopo sei mesi di inattività. Linkedin disattiva solo se viene segnalata la morte dell’utente. In Google, ognuno può decidere prima o dopo quanto tempo di inattività si deve presumere la morte dell’utente, da 3 a 18 mesi e prima della scadenza telefonata al titolare. In assenza di risposta, tutti i dati sono cancellati, a meno che l’utente non deleghi una persona cui inviare i dati. Per gli eredi può essere difficile entrare nella posta elettronica del defunto. Secondo la legge italiana, hanno il diritto di riceverla, ma con altri Paesi possono sorgere molte difficoltà. Su Facebook nell’arco di circa 30 anni ci saranno più morti digitali che vivi e per gli eredi è bene affidare le password a una persona di fiducia, che le trasmetterà dopo la morte del titolare. La persona può essere un esecutore testamentario oppure mandatario post mortem, nominata con atto notarile. In ogni caso, le chiavi devono essere sempre contenute in un documento separato dal testamento, perché per legge dopo la morte questo diventa pubblico. Caso critico è quello delle chiavi per accedere a un conto corrente online. La loro consegna a una persona non equivale alla nomina di un erede, quindi chi le riceve senza un mandato ufficiale non può legalmente utilizzarle, pena il reato di truffa. Caso frequente tra le coppie di fatto, non regolamentate dalla legge. Senza testamento, il convivente non è erede e anche se ha le chiavi, non può utilizzarle, non avendo alcun diritto sulle somme del conto. Motivo in più per fare testamento.

Sull’aspetto dell’eredità digitale, l’UE si è già mossa con la General Data Protection Regulation (GDPR) dell’aprile 2016, cui l’Italia si è adeguata nel 2018 con un decreto legislativo che consente di lasciare un testamento che indichi la persona incaricata di gestire i propri dati personali digitali. Profilo social, chiavi, post, messaggi sono beni materiali come lettere o diari e come tali vanno trattati: dati eterni che sopravvivono alla morte della persona.

Un caso probante viene presentato dalla Corte Federale di Giustizia tedesca. Al termine di un lungo iter giudiziario ha sancito che Facebook é tenuto a garantire agli eredi dell’utente deceduto l’accesso al profilo e all’account, ovvero il profilo Facebook di un utente deceduto può essere ereditato. In Italia di questo tema si occupa anche il Consiglio Nazionale del Notariato che ha avviato progetti con Microsoft e Google per la realizzazione di un protocollo che consenta agli eredi digitali di interagire con gli operatori della rete.

Il Codice in materia di protezione dei dati personali prevede che l’accesso ai dati di persone morte sia garantito solo da chi ha un interesse proprio o agisce a tutela dell’interessato o per ragioni familiari di protezione. In pratica la giurisprudenza italiana è ancora incerta nella applicazione dell’articolo e il problema sarà di rilievo al predominare della crescita dei nativi digitali. La morte è una parte della vita e la vita è divenuta digitale, sentenziano i filosofi. Attualmente è la piattaforma web eLegacy che consente agli utenti registrati di creare un profilo individuale per gestire la propria impronta digitale e pianificare il destino della relativa eredità digitale (patrimonio digitale). In caso di morte o di avvenuta incapacità totale di agire, predispone un inventario digitale dei beni, ripartito nelle classi: successione agli eredi, libera destinazione e segreta. Per la conservazione della memoria, tema strettamente connesso e più articolato, è dimostrato che l’eccesso di ricordi è irrazionale e genera dannosi intrecci di situazioni. La mutazione antropologica del digitale può favorire le più segrete pulsioni di violenza. Spogliata della memoria, l’individuo sviluppa un’attitudine a ritrasmettere, ripetere, replicare all’infinito, sorta di inconscia animalesca partenogenesi. Intoccabile e incrollabile persiste la dialettica oblio-eternità, con lo ius obliviscendi che cozza violentemente con lo ius aeternitatis connaturato con il digitale e insito nell’incapacità del singolo di gestire il suo agire in rete. Nel prossimo articolo, come la morte digitale è fonte di business.

(consultazione: vedi articolo 1)

 

Inserito il:31/05/2020 21:40:18
Ultimo aggiornamento:31/05/2020 21:51:17
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