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Aggiornato al 17/06/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Daniela Vasileva (Bulgaria, 1971 - Las Vegas) - Seashell in the sea of dreams

 

Conchiglie

di Simonetta Greganti Law

 

I ricordi possono nascondersi dentro qualsiasi oggetto.

A volte abbandonano le zone più recondite del nostro cervello per tornare a rifugiarsi tra i meccanismi di un’apparecchiatura, dentro le pieghe di un indumento, nel mezzo delle pagine di un diario o di quelle degli album di fotografie.

Si annidano ovunque, come la polvere. Restano silenti per lunghi periodi, come ibernati e poi, basta un nonnulla per ridestarsi da quel letargo e tornare alla vita con l’energia degli anni passati.

E allora parlano e tornano ad emozionare.

In questa occasione una reminiscenza era riemersa dalle spirali di una conchiglia.

Valery guardava quella che un tempo era sua madre, la guida della sua famiglia, ma che ora si confondeva in tutto, perfino nei gradi di parentela e, a momenti, si comportava da sorella, altre da figlia oppure solo da amica, ma ancora più tristemente, ogni tanto la fissava senza riconoscerla affatto.

Eppure quella conchiglia aveva avuto il potere arcano del bacio di un principe delle fiabe ridestandola dal suo torpore. Forse era riuscita, come fa un archeologo a riportare alla luce il passato sepolto dal tempo.

La donna stringendo quel guscio di mollusco che le era capitato tra le mani sembrava risentirsi improvvisamente giovane e un sorriso iniziò ad illuminarle gli occhi ormai spenti dalla malattia.

Un repentino turbine di vento stava mulinando nella sua mente trascinando i fogli staccati di tanti calendari passati. Pareva come se il cervello, apatico da anni, avesse momentaneamente ritrovato una nuova linfa vitale grazie al fluire dei ricordi inaspettati.

La conchiglia era diventata la chiave magica della memoria e rigirata tra le mani sembrava avere la capacità di trascinarla nel vortice della sua spirale ricca di simbolismo e di sacralità riuscendo a redimere i ricordi intrappolati nella ragnatela del tempo.

Con un gesto, un tempo familiare, la vecchia donna accostò il prezioso monile all’orecchio e, come se questo fosse un cellulare ancora più tecnologico degli ultimi in commercio, sembrò permetterle di collegarsi con gli anni della sua giovinezza. Valery non esitò a pensare che sua madre, ascoltando lo sciabordare del mare che riecheggiava in quella nicchia madreperlacea, si fosse magicamente ritrovata sulle spiagge del passato, ai tempi di tante estati felici. L’eco prodotta dal vuoto creatosi tra l’orecchio e la conchiglia l’aveva sicuramente riportata ai mesi estivi della sua adolescenza quando rideva sempre e senza alcun motivo, come lei stessa era solita raccontarle negli anni in cui vivevano ancora insieme. Anche in quell’istante, quel sorriso stava riaffiorando su labbra sgonfie e ormai appassite.

“Cosa stava ipotizzando sua madre?” si domandava Valery, “chi poteva essere con lei in quel preciso momento?” “Forse il primo amore che, a detta dei proverbi, non si dimentica mai… neppure con l’Alzheimer. Chissà se dall’altra parte di quel filo telepatico c’era qualcuno che allo stesso tempo la stava contattando con la forza del pensiero!”

Forse, osservando la spirale della conchiglia che si avvolgeva vertiginosamente su se stessa, era riuscita a ritrovare, tra i tanti fili imbrogliati della mente, quello da dipanare per riuscire a sbrogliare la matassa tanto intrigata della sua memoria.

Nella fantasia di Valery queste congetture nascevano spontanee, anche se illusorie, dall’osservazione della madre estasiata. Sì, ne era convinta, la scultura opalescente che quella stringeva tra le mani per ospitare il suo orecchio curioso, la stava trascinando, con la potenza del canto del mare, nella stessa isola dove erano naufragate remote giornate piene di sole e di entusiasmo.

Sorprendentemente, ancora sorridendo, la madre offrì la conchiglia alla figlia, forse per dare una risposta a quelle domande mai formulate ma che, probabilmente era riuscita a percepire.

Solo allora Valery comprese il mistero di cosa ci fosse dall’altro lato di quella cornetta e si rese conto che la sua ragione si era nutrita di inutili leggende. Tutte le sue ipotesi relative a un ritorno della memoria passato erano rapidamente crollate.

Il canto del mare che si percepiva dentro alla conchiglia era un’esperienza di autoascolto, era un modo per ritrovarsi soli con se stessi proprio come durante un’immersione.

Sprofondando nell’intimità degli abissi si entrava in un’altra dimensione.

Addentrandosi nell’acqua il mondo si allontanava, sparivano i rumori e il silenzio diventa così potente da permettere di poter ascoltare i battiti del cuore o la voce dell’anima.

Non contava più niente di quello che era in superficie, era come tornare a respirare nel liquido amniotico, nell’utero materno, la prima dimora di un individuo. Era un ritorno alle origini, una forma di sicurezza interiore. Sott’acqua la comunicazione non era più verbale, erano le sensazioni quelle che trasportavano.

Ecco perché sua madre sembrava così felice ascoltando quella voce liquida, aveva ritrovato un senso di benessere e di tranquillità interiore, le erano sparite ansie e paure. In quel movimento infinito dell’onda del mare che non trova mai tregua ella aveva ritrovato la sua beatitudine.

Grazie alla sperimentazione di questo ordine di realtà alternativo, alle sensazioni uniche provate dal lasciarsi trasportare in un mondo senza leggi di gravità ella poteva volare libera negli abissi.

Valery era riuscita a comprendere la felicità di un mondo puro, quello in cui sua madre vagheggiava da tempo. L’uomo non muore finché riesce a sognare, e consapevole di questa affermazione si rallegrò del fatto che la mamma vivesse a lungo nel suo mondo incantato proprio perché fatto di sogni.

Con movimenti accurati ripose nella scatola da cui l’aveva presa la conchiglia a spirale del nautilo e ne estrasse altre due, questa volta di capesante, dalla caratteristica forma a ventaglio.

Adesso fu Valery ad osservarle per prima e, ispirata dall’idea di regalare a sua mamma una perla-dolcetto, corse in cucina per preparare uno sfiziosissimo dessert improvvisato.

Mescolando 100 gr di ricotta, 80gr di zucchero a velo vanigliato e 60 gr di farina di cocco ottenne un impasto che forgiò con le mani in palline da rotolare in altra farina di cocco prima di deporle all’interno della conchiglia. Ecco una prelibatezza in tema mare, una perla per deliziare il palato e che avrebbe fatto riflettere sulle imperfezioni della vita.

La natura le aveva insegnato che da un dolore si potevano generare cose splendide e preziose, ovvero il formarsi di una perla dall’infelice ingresso di un granello di sabbia all’interno dell’ostrica. Allo stesso modo aveva compreso che perfino una malattia difficile come l’Alzheimer poteva condurre a un’esperienza positiva, bastava avvolgere il corpo indifeso di sua madre con l’unica sostanza cicatrizzante che era l’amore.

La vita è dolore inaspettato che però sa produrre insegnamenti preziosissimi: vere perle di saggezza.

 

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Inserito il:12/06/2019 11:22:25
Ultimo aggiornamento:12/06/2019 12:17:16
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