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Aggiornato al 20/09/2018

Ilya Glazunov  (1930 - San Pietroburgo) - Ritratto di Pertini  - 1984

 

Cibo e Politica - 3

 

A cena con Pertini

di Tito Giraudo

 

“Venta ndé a pié cul trumbun d’ Pertini” (bisogna andare a prendere quel trombone di Pertini). Così si espresse Sergio Borgogno per chiedermi di andare a ricevere l’allora Presidente della Camera alla Stazione di Porta Nuova di Torino. Sarebbe arrivato per chiudere il Festival dell’Avanti che mi era toccato di organizzare.

Oggi può stupire che un dirigente socialista torinese rivolgesse quell’epiteto nei confronti del vecchio socialista. Sergio era un sanguigno, probabilmente pensava che Pertini indulgesse spesso e volentieri nella demagogia. Non mi scandalizzai di sicuro perché “le vecchie guardie” sono sempre considerate superficialmente dalle nuove classi dirigenti. E poi con il senno di poi……

Rottamazione ante litteram, per usare termini renziani. Ma veniamo all’antefatto:

Era il ‘68. In una nota piazza del Borgo S. Paolo si svolgeva quell’anno il Festival provinciale dell’Avanti. Naturalmente una cosetta rispetto ai faraonici Festival dell’Unità.

Nonostante il mio primo lavoro fosse il sindacalista, non avevo certamente abbandonato l’attività nel Partito, anche quelle semi ludiche.

Alla Fiom di Torino, che allora era in via Principe Amedeo, avevo tanti nemici, nel Partito invece solo amici. Erano anni quelli in cui l’impegno sindacale e quello politico spesso coincidevano. Socialisti e comunisti eravamo imprestati al Sindacato anche se le cose stavano cambiando e l’autonomia dei sindacalisti dai rispettivi Partiti iniziava a farsi largo.

Molti di noi socialisti, avevano seguito Lombardi nella fronda a Nenni, così come i comunisti torinesi, capitanati da Sergio Garavini, erano Ingraiani convinti (da Ingrao, allora capo della sinistra interna). Ad ogni buon conto pur che non rompessi troppo le scatole mi concedevano libertà e quindi non ebbi difficoltà a organizzare quel Festival.

Era niente di che. In quella Piazza Galimberti, alcuni stand, un palco per i comizi, il ballo a palchetto, roba paesana insomma ma quello non era il PSI craxiano…

Pertini scese dal treno e io lo vidi da lontano. L’avevo visto sul palco romano nella giornata dell’unificazione tra PSI e PD. Mi era sembrato un vecchio comiziante, parlò tra il disinteresse generale.

Quell’ometto venne verso di me come se mi conoscesse. Era il Presidente della Camera ma non aveva alcuna scorta. Altri tempi….

“Ciao Sandro” gli dissi, come si usava a sinistra anche con i monumenti. Era cordiale ma sbrigativo. Lo informai che prima di portarlo al Festival si poteva andare a cena. Acconsentì, ritengo anche con un certo entusiasmo. Il treno Roma-Torino a quell’epoca impiegava quasi una giornata e quindi tutt’al più era stato al vagone ristorante, o forse no, visto che mangiò con estremo appetito. Chiacchierava volentieri con i giovani e quindi anche con me non fece eccezione.

Si informò su cosa facevo e quando seppe che provenivo dalla Olivetti, si illuminò.

Pensa Giraudo, quando facemmo fuggire Turati dall’Italia: Adriano l’aveva ospitato a Ivrea e poi con la sua macchina lo portò da me al porto di Savona. Avevo organizzato tutto, ci imbarcammo per la Francia su una barca di pescatori miei amici. Che tempi quelli, mi è toccato pure di fare l’imbianchino per campare.

Adriano, che allora non conoscevo, tornò a Ivrea. Il padre, Camillo, era un socialista riformista come me, anche se già allora era un industriale di successo. Adriano era uno strano uomo, sembrava timidissimo ma quando iniziava a parlare delle sue idee e dei suoi progetti era inarrestabile. Forse noi socialisti non eravamo maturi per collaborare veramente con lui e il suo Movimento. La sinistra l’ha considerato un concorrente e quindi combattuto, secondo me lui ha sbagliato come industriale a mettersi in politica”.

Poi, fece parlare me. Io non trovai di meglio che raccontargli di mio padre che da socialista rivoluzionario era diventato un fascista. Aveva però conservato l’amicizia di Camillo e quando nelle giornate dell’occupazione delle fabbriche era stato massacrato dai rossi, l’ingegnere di Ivrea se l’era preso con sé e ne aveva fatto un riparatore di macchine da scrivere. Gli raccontai delle persecuzioni che aveva avuto durante il Fascismo e di come dopo la Liberazione fosse stato epurato.

Pertini mi disse che molti compagni causa l’interventismo avevano fatto la scelta sbagliata. Avrei voluto, con lui, approfondire, ma la cena era finita e dovetti accompagnarlo al Festival, tuttavia ebbi l’impressione che quando si trattava di parlare del fascismo cessasse la sua bonomia.

Cenammo da Ferrero, un ristorante elegante che allora era sotto i portici di Corso Vittorio Emanuele, di fronte alla stazione, di fianco al “Ligure”, al tempo un bar ma che era stato un cafè chantant fin dalla Belle Epoque. Fu la prima volta che cenai in un ristorante di lusso, mi sembrava che il Presidente della Camera lo meritasse e Borgogno non aveva lesinato.

Ho cercato di ricordarmi cosa mangiammo, non ci sono riuscito e in un primo momento pensavo di fregare i lettori e inventarmi una ricetta per quella cena con Pertini. Il personaggio era schietto e quindi non merita una bufala. Non lo rividi più, se non in televisione da Presidente. Quando lo elessero mi ricordai di quella cena che forse avrei dimenticato se Pertini da “trumbun” non fosse diventato: Pertini.

Ho comunque il ricordo, se non di quella, di altre cene:

 

Le piole dei Socialisti

Ho cercato di ricordare i posti che noi ragazzi della Federazione Giovanile frequentavamo la sera.

Quella che mi ha lasciato un ricordo indelebile è: ” La Rosa Bianca”.

Una vera piola.

In fondo, ma proprio in fondo al Corso Vercelli, prima di arrivare alle case popolari della Falchera. Si trovava in una casa di campagna all’imbocco della Statale per il Canavese. Mio padre mi disse che ci andava sovente con il suo amico Gioda, e che era già una piola nell’ottocento.

Il menù, non era certo da voli pindarici. Tutti i giorni, pranzo e cena: agnolotti, milanese con patate fritte, e se proprio volevi scialare un antipasto: salame crudo e prosciutto cotto, (il prosciutto crudo in quel posto non lo conoscevano).

Ci andavamo, qualche volta alla Domenica e sempre al primo maggio.

Nelle feste comandate gli antipasti si arricchivano: “barice al verd” (acciughe al verde), vitel tonné e anche con  i secondi si scialava con un arrosto di sanato.

Il Sanato è il vitellino da latte, ora carne proibita ma allora di uso comune in Piemonte, con quella carne cucinavano anche la milanese soffriggendola rigorosamente nel burro, quello che sfrigola ma senza bruciare.

Può sembrare un menù banale ma vi assicuro che dopo cinquant’anni il gusto della milanese della Rosa Bianca l’ho ancora in bocca. Dimenticavo, il vino era sempre sfuso servito nei mezzi litri,  quelli con il bollo per intenderci.

Si andava anche alla Trattoria dell’Amicizia, una piola in corso Casale ai piedi della collina e della strada per Pino, Pino torinese è un paese in cima a una collina di fianco all’altra collina, quella di Superga.  Per me, Pino, era il posto dove mi portava la mamma quando dopo la Liberazione andava a trovare papà. In realtà si trattava della “Nuove” il carcere torinese dove il camerata fu rinchiuso per un mesetto. Mamma aveva fantasia ma non ho mai capito perché chiamasse quel vecchi forte (altro che Nuove): Pino.

Cucina semplice ed economica anche quella dell’ “Amicizia”, servita in un locale affrescato con figure popolari. Poco più in la sulla strada che porta a Mongreno si andava a mangiare il gran piatto dei formaggi.

Posti a spirale su un gran piatto, si partiva dal più dolce per finire al più piccante, il terribile : “ brus”, preparato con scarti di formaggio immersi nella grappa.

Anni dopo, anche per ragioni di lavoro ho frequentato posti ben più prestigiosi ma quei gusti e quella compagnia non li ho mai dimenticati, mentre non ricordo “nevvero” (Sandro d’abitudine intercalava il termine) quello che io e Pertini mangiammo quella sera.

 

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Inserito il:22/11/2016 19:16:26
Ultimo aggiornamento:09/12/2016 08:31:23
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