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Aggiornato al 19/09/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Menote Cordeiro (Janauba, Minas Gerais, Brazil - ) – Lemanja, Queen of the Sea, Copacabana

 

Homo Brasiliensis

di Graziano Saibene

 

Quando sono arrivato a Rio, alla fine degli anni '70, la necessità di dominare il più presto possibile la lingua del posto mi ha spinto a seguire puntigliosamente un saggio consiglio, che a posteriori si è rivelato fondamentale: seguire ogni giorno il telegiornale delle 20:30 della Rede Globo e la successiva telenovela: il primo, per essere riconosciutamente raccontato in un linguaggio assai corretto e chiaro, da giornalisti dalla dizione perfetta; la seconda, per essere uno spettacolo assai popolare, i cui attori usano invece un linguaggio consono ai personaggi interpretati, con anche le cadenze e i modi dialettali della gente comune, e grande sfoggio delle “frasi fatte” e dei neologismi assai velocemente incorporati nel portoghese brasiliano.

In principio ho dovuto impegnarmi e forzare un po' la mia natura per farmi piacere l'una e l'altra lezione quotidiana: a quella età non mi interessava molto né la politica (in verità se ne parlava pochissimo, qui c'era ancora una dittatura militare, con relativa censura), né la cronaca; e soprattutto non ero mai stato attirato dal genere di spettacoli a capitoli, i cosiddetti serial tv, preferivo di gran lunga gli shows musicali, lo sport, i film.

Tuttavia non ho tardato a scoprire che, fra le eccellenze che già riconoscevo ed apprezzavo come caratteristiche peculiari e positive di questo popolo, dovevo inserire anche la capacità di sfornare con continuità tele-romanzi a puntate quotidiane di più che apprezzabile livello qualitativo.

Le maggiori compagnie televisive, soprattutto la Rede Globo, ma anche Bandeirantes e SBT, producono e mettono in onda nelle varie fasce orarie diverse telenovelas, utilizzando le proprie imponenti risorse strutturali e umane, cioè non solo grandi studi di registrazione, ma anche un impressionante numero di autori, sceneggiatori, registi, e soprattutto attori, tutti con una assai notevole qualità professionale.

In genere le storie prevedono un flusso principale, e una serie di altri “affluenti” secondari, che corrono spesso parallelamente per poi innescarsi nella corrente dominante al momento giusto, oppure esaurirsi, se giudicati non più funzionali al successo della trama. Ciò potrebbe sembrare strano, ma ho progressivamente scoperto che è dovuto proprio al meccanismo di gestione “attiva” della produzione di questo genere di intrattenimento, che è diventato così popolare e pervasivo della vita sociale, da meritare sia ampi spazi su quotidiani e riviste, che indici di ascolto impensabili dalle nostre parti.

Infatti i vari capitoli vengono registrati e montati pochi giorni o settimane prima di andare in onda; e spesso sono previste versioni con qualche variante, da tenere pronte per essere messe in onda in alternativa alla principale.

Il pubblico viene sottoposto a continui sondaggi, anche inconsciamente, per valutare potenziali livello di gradimento, simpatia per personaggi o evoluzione degli eventi, e ciò consente agli autori eventuali correzioni in corsa, che toccano sia la storia in sé, sia lo spazio attribuito ai vari attori; il quale può aumentare o diminuire, sempre allo scopo di mantenere alto l'indice d'ascolto.

Quest'ultimo è infatti il vero tiranno, perché ovviamente determina il valore delle inserzioni pubblicitarie, che costituiscono il fattore di finanziamento di tutto il gruppo emittente. In questo caso è talmente importante, che persino l'orario di inizio di una partita di calcio serale trasmessa in diretta viene normalmente posticipato a orari al limite dell'assurdo, per non rubare spazio e spettatori al capitolo della novela. Osservazione da non sottovalutare: qui il calcio è una passione trasversale, sia per genere che per fasce di età, come la telenovela: e, quindi, è bene che non si facciano concorrenza.

Bisogna però riconoscere anche un'altra caratteristica, che spesso influenza le storie messe in onda nelle telenovelas: che non sono solo una rappresentazione dei caratteri e delle tradizioni di questo popolo, ma cercano spesso di approfittare della loro popolarità per portare all'attenzione degli spettatori argomenti giudicati importanti dal punto di vista educativo, quasi a voler sensibilizzare l'opinione pubblica spesso troppo distratta e incapace di assumere atteggiamenti critici seriamente motivati. Spesso si è trovato il modo di focalizzare anche la tendenza di moda. Cioè di volta in volta, l'omofobia, il razzismo, la violenza sulle donne, le nuove forme di famiglia, la devastazione prodotta dal consumo delle droghe, e così via.

Quanto detto fin qui sulle telenovelas brasiliane, le rende sì godibili sul posto, ma assai meno, una volta tradotte e esportate, come spesso avviene, in altri luoghi culturalmente troppo diversi, e comunque tagliati fuori dal meccanismo dell'interattività che ho descritto precedentemente.

E così, di novella in novella, - durano mediamente 3 o 4 mesi, 6 puntate a settimana - non solo ho appreso il linguaggio parlato a tutte le latitudini di questo esteso Paese, comprendendone anche le sfumature e gli assai usati doppi sensi allusivi; ma ho imparato anche a conoscere più a fondo le caratteristiche di questo popolo, che, nella sua peculiare e relativamente breve storia, ha tuttavia finito per incorporare e sintetizzare aspetti e colori non sempre presenti in altre popolazioni, pur vicine e confinanti.

Dopo i miei primi anni da emigrato, ho cominciato a chiedermi se qui non si fosse già formata una nuova etnia, distinta da quella di altri più antichi territori, non una vera e propria razza, ma almeno una distinta evoluzione dell'Homo Sapiens, con caratteristiche proprie, dovute a fattori diversi come la accentuata miscela di DNA e di culture, o climatici, o altri ancora, in barba al relativamente breve periodo (500 anni non fanno sicuramente un'era, per lo meno geologicamente parlando).

Qualcuno – non so fino a che punto scherzandoci sopra – mi ha raccontato una leggenda che viene ricordata puntualmente, quando le cose in Brasile volgono al peggio. Dice che Dio, una volta creato il Mondo e distribuito le ricchezze e le caratteristiche naturali nei vari continenti, rispondendo a critiche nemmeno tanto velate da parte di un gruppo di arcangeli, che gli avevano fatto notare come in quello che sarebbe diventato il Brasile, aveva posto solo caratteristiche positive, dimenticandosi di temperarle con quei fattori negativi, tipo terremoti, vulcani, deserti, ghiacci perenni, venti e uragani, che aveva invece distribuito un po' in tutto il resto della Terra: "Aspettate a giudicarmi, quando vedrete da quale razza di umani la farò popolare!"

La leggenda potrebbe finire qui. Ma quel "qualcuno" (giuro che si tratta di un "carioca legítimo"), ha voluto completare la sua lezione con alcune considerazioni e conclusioni a dir poco "maliziosamente autoironiche".

Il Brasile ha, come già detto, solo poco più di 500 anni: prima dell'arrivo dei navigatori europei che l'hanno "scoperto" e certificato, ci vivevano poche tribù di "indios", sparse nelle immense foreste, o, più raramente, nelle zone costiere: tutti relativamente felici di vivere senza molti problemi – e, viste le favorevoli condizioni climatiche, anche senza vestiti - in un grande paradiso, generoso nell'offerta di cibo e altre comodità di sussistenza, alla portata di chiunque senza troppa fatica.

I colonizzatori portoghesi, che, dopo qualche scaramuccia, soprattutto coi rivali Olandesi e Francesi, si sono impadroniti di questo immenso territorio, riscontrata l'impossibilità di utilizzazione della manodopera locale (sia per scarsità che per inattitudine) sono ricorsi alla importazione massiccia di schiavi africani, per farsi "aiutare" a sfruttare con la miglior resa e il minor costo possibile le grandi risorse, sia agricole che minerali, delle nuova colonia. Anche questi ultimi, strappati violentemente dal loro habitat primitivo, hanno appreso a "lavorare" a prezzo di continue frustate e terribili umiliazioni.

È importante rilevare che questo è stato l'ultimo Paese al mondo ad abolire la schiavitù, che è durata - ufficialmente – fino al 1888!

Il carioca di cui sopra ha concluso la sua maliziosa tesi sulla popolazione – della quale anche lui si confermava orgogliosamente parte, - facendomi notare che neppure quei Portoghesi, che avevano iniziato la colonizzazione del Brasile, erano proprio dei gran "lavoratori": quasi sempre si trattava di avventurieri con pochi scrupoli, spesso in fuga dal loro Paese, da cui si aspettavano qualche gratitudine per le opportunitá aperte e i numerosi doni che trasportavano in Patria ad ogni rientro.

A quel punto, il Brasile era certamente più "nero" che "bianco", ma è un fatto incontestabile che proprio i colonizzatori portoghesi si sono sempre prodigati per diluire non solo i colori, ma anche le usanze, le culture e le religioni, mischiando frequentemente il tutto, con risultati spesso sorprendenti.

Solo per fare un primo esempio, basti pensare a come ancor oggi gran parte della popolazione che si definisce "credente" frequenta indifferentemente le chiese e i riti del candomblé (rituali importati dall'Africa) e dell'umbanda, che è nata in Brasile dalla contaminazione del primo - importato dall'Africa con gli schiavi - col cattolicesimo e altre filosofie religiose, mettendo in atto quello che è stato chiamato "sincretismo religioso": solo per fare un esempio, agli dei (Orixàs) della religione politeista e spiritista africana vengono associati nomi dei santi più venerati nel cristianesimo, Yemanjà (dea della fertilità, ma anche del mare) si trasforma nella Madonna, Ogun, sempre rappresentato armato e a cavallo, diventa San Giorgio, Exù Sant'Antonio, e così via.

Non di rado preti e pastori delle varie chiese cristiane diffuse in Brasile, compresa la Cattolica, partecipano e fanno propri alcuni dei rituali africani, come l'imposizione delle mani, e l'assegnazione di "penitenze" tipiche quali offerende e preghiere di invocazione destinate a questo o quel Santo/Orixà.

Quando passeggio all'alba sulla battigia della spiaggia di Copacabana, m'imbatto di frequente in persone, quasi sempre in abiti bianchi, che affidano fiori alle onde dell'oceano, o imbandiscono vassoi di cibo e bevande che lasciano sulla sabbia con qualche candela accesa, - cibarie che, sorprendentemente, nessun altro osa toccare, nemmeno i gabbiani! - e si soffermano qualche minuto a pregare rivolti al mare.

Ma ci sono altri aspetti nella vita dei Brasiliani, o, meglio, nella loro peculiare sensibilità, che li ha portati a sviluppare alcune tendenze e capacità che li distinguono nettamente da altri popoli: tenterò di farne argomento di qualche prossimo "lavoro".

Se ne sarò capace.

 

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Inserito il:30/05/2018 16:45:10
Ultimo aggiornamento:30/05/2018 16:55:36
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