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Aggiornato al 06/06/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

JJcanvas (Portugal – Digital illustrator, Deviantart) – Other Worlds

 

C’è qualcuno? – Parte seconda

di Silvio Hénin

(Seguito)

 

Nelle poche rotazioni successive fu costruito un ascensore per raggiungere la barriera metallica e due squadre si alternarono nel lavoro, allargando la perforazione nella ricerca di un punto di accesso che permettesse di superarla, ma senza risultato. Alla fine, WW decise di autorizzare un attacco più deciso e potenti laser da taglio cominciarono a incidere il metallo. Altre due rotazioni e fu creato un piccolo varco, al di là del quale si trovò una camera vuota da cui partivano quattro condotti in direzioni diverse. Furono organizzate quattro squadre di esplorazione e la vera avventura, quella che tutti aspettavano da tempo, cominciò. Ogni squadra si teneva costantemente in contatto con la Advance e con le altre squadre. L’esplorazione comprendeva la mappatura in 3D dei percorsi che, lentamente, creava un modello virtuale dei cunicoli sotterranei e delle camere. Ben scarso era però l’interesse di ciò che vi si trovava, solo lunghi cunicoli cilindrici e spoglie camere circolari; una sorta di rete tridimensionale di rami e nodi indistinguibili l’uno dall’altro. I locali e i cunicoli erano estremamente puliti, come se non fossero stati abbandonati in fretta e furia, ma ordinatamente. In rari casi furono trovati piccoli oggetti: curiosi cilindretti di cellulosa, che contenevano materiale organico secco ed erano bruciacchiati a un’estremità, contenitori cilindrici di plastica, sottili fogli di cellulosa accartocciati e altre cose di difficile comprensione. Parte della polvere era costituita da microscopici corpuscoli organici essiccati che chimici e biologi stavano esaminando con grande attenzione. Potevano essere organismi patogeni, ma difficilmente avrebbero attecchito nel corpo degli esploratori, che si era evoluto ad anni luce di distanza.

Poi, un bel giorno: “Signore, abbiamo scoperto qualcosa di veramente fico! Scusi, … volevo dire interessante!” vociò l’esploratore. Le immagini trasmesse mostravano infatti cose che nessuno sperava più di trovare: lungo le pareti della camera appena scoperta erano allineati banchi su cui erano posati numerosi schermi video e altrettante tastiere. Gli schermi erano in funzione e mostravano immagini di foreste e praterie, strani animali terrestri e volanti e grandi metropoli con svettanti grattacieli, anche se niente di simile era stato trovato dagli esploratori. Le immagini continuavano a cambiare ogni pochi millesimi di rotazione. Le tastiere erano incise con segni del tutto incomprensibili. “Registrate tutto!”, comandò WW, “Per almeno un’intera rotazione e mandate tutte le registrazioni ai nostri analisti”, concluse. “Ma non toccate un solo tasto!” aggiunse all’ultimo momento. WW tornò nella sua comoda poltrona chiuse gli occhi e lasciò il suo pensiero libero di vagare tra le domande. “Quindi M679-S03 ospitava una ricca vita biologica, dopotutto. O le immagini sono solo opere di fantasia? In ogni caso, Qualcuno deve averle create. Gli animali visti non sembrano in grado di aver prodotto tecnologia, non li si vede mai usare strumenti. Dove sono finiti? Esisteva un’altra specie, abbastanza evoluta, che ha sterminato tutta la flora e la fauna terrestre per far spazio ai generatori elettrici?”. Le domande si accavallavano nella sua mente e ne generavano altre: “E questa specie che fine ha fatto, perché ha abbandonato tutto?”

Ordinare a giovani avventurosi e curiosi di non toccare nulla era come obbligare un bambino a non prendere le caramelle da un vaso aperto. Così, inevitabilmente, Wherewasit non riuscì a impedire alle sue dita di pigiare un tasto a caso su una tastiera. Cosa poteva mai succedere? Invece, qualcosa di interessante successe: lo schermo si oscurò per un istante, poi si riaccese per mostrare due righe di strani segni, bianchi su fondo blu, segni simili a quelli incisi sui tasti. Suoni altrettanto strani riempirono contemporaneamente il silenzio della camera. Wherewasit saltò indietro spaventato, preoccupato della punizione che gli sarebbe toccata, ma gli altri schermi continuavano con le loro immagini e forse il suo gesto non aveva provocato danni irreversibili. Sfiorò allora un altro tasto e il fenomeno si ripeté: schermo nero, poi la sfilza di simboli e i suoni incomprensibili. Provò una terza volta e la sequenza fu la stessa, e sempre identica. Decise allora di chiamare il suo superiore e confessargli il misfatto. La voce si sparse in un attimo Wherewasit divenne l’eroe del giorno, anche se WW dovette infliggergli, controvoglia, una punizione esemplare per aver violato gli ordini: fu confinato a bordo per sette rotazioni ad aiutare i biologi a catalogare insignificanti animaletti marini. Dopo la ramanzina, il Supervisore premette il pulsante dell’interfono e gridò “Linguisti, psicologi e sociologi, tutti a rapporto in sala riunioni entro dieci minuti!”

La sala riunioni era gremita, molti si erano intrufolati senza invito e molti dovettero restare in piedi. WW fu costretto a ordinare la chiusura di tutte le porte e non ammettere più altra gente, ma poi capì che non poteva escludere nessuno e decise di trasmettere la riunione in diretta all’intera astronave e agli esploratori sulla superficie di M679-S03. Dopo un riassunto di ciò che era avvenuto, il Supervisore diede il via alla discussione, premettendo che “Sembra chiaro che ci sia ancora qualcosa in funzione sul pianeta, oltre ai generatori di elettricità e al sistema di manutenzione. Non vorrei però che traeste conclusioni affrettate, potrebbe trattarsi solo di uno stupido sistema automatico, programmato per rispondere alla semplice pressione dei tasti. Il fatto che la risposta sia sempre identica sembra confermarlo. Suggerimenti?” Vi fu un numeroso alzarsi di mani. WW diede la parola per primo al linguista Idon’tknow, un pacato individuo di mezza età che parlava lentamente, usando vocaboli pomposi e desueti per il solo piacere di ascoltarsi. Ciò che propose fu banale, ma indiscutibile: “Dal mio lungo peregrinare nelle insondate vastità dello spazio cosmico e dalla mia prolungata esperienza nelle auguste discipline della semantica e della glottologia, di cui sono considerato un preclaro maestro, posso suggerire, se me lo consentite, un approccio sistematico ed euristico alla straordinaria situazione in cui ci siamo imbattuti: iniziando dalla interpretazione del significato informazionale dei segni che lo schermo ostenta ad ogni pressione degli organi di ingresso.” “Vuol dire che dobbiamo capire quello che c’è scritto!” urlò un partecipante dal fondo della sala, scatenando uno scroscio di applausi e risate. La riunione continuò con altri suggerimenti e altrettante obiezioni, poi fu nominata un’apposita commissione di esperti che avrebbe lavorato sul problema e divulgato rapporti periodici, rispondendo direttamente a WW. Il giovane Wherewasit fu nominato, per acclamazione, membro aggiuntivo, col ruolo di factotum e addetto alla preparazione del caffè.

Così cominciò la parte più interessante della missione, ma anche quella più frustrante e noiosa. Anche con l’aiuto del potente super-computer di bordo, il colossale GENIUS-7000, non se ne veniva a capo. Il cervellone fu dedicato interamente al problema, liberandolo da tutte le altre funzioni non essenziali, come gestire le comunicazioni personali, fornire video e musica agli esploratori in pausa, giocare a carte e scacchi con il personale di bordo e così via. Non bastò: la quantità di materiale scritto disponibile era miserevole, due sole righe, una quarantina di segni in tutto, che potevano essere interpretate in troppi modi diversi, praticamente infiniti. Anche i suoni emessi non aiutarono, non vi era neppure la certezza che segni e suoni fossero correlati. Magari questi ultimi erano solo una musica d’accompagnamento. Si decise quindi di lasciar perdere i suoni e concentrarsi sui segni, ma ci voleva molto, molto più materiale scritto. “La fortuna aiuta gli audaci”, dice il proverbio e il colpo di fortuna ci fu: si scoprì per caso un enorme archivio di testi scritti, era bastato premere due tasti contemporaneamente. Il colpo gobbo fu fatto quando si trovarono testi accompagnati da figure. L’intero puzzle cominciò di colpo a prender forma, un pezzo dopo l’altro. Finché, finalmente, Idon’tknow poté inviare a WW un primo rapporto:

“Esimio Signor Supervisore, mi pregio, con la presente, di comunicarLe che abbiamo raggiunto un primo obiettivo, l’identificazione di un numero limitato ma significativo di lemmi. Tra questi, due mi sembrano degni di essere presentati alla Sua attenzione: i gruppi di segni [UOMO] e [TERRA}. Il secondo è, quasi certamente, il nome che i Qualcuno davano al loro pianeta, quello da noi battezzato M679-S03. Il secondo è meno certo, ma c’è un’elevata probabilità che sia proprio il nome che i Qualcuno davano alla loro specie. Dico ‘meno certo’, perché ne abbiamo trovati molti altri che sembrano significare la stessa cosa, come [DONNA], [PERSONA], [GENTE], [TERRESTRI] e così via. Ora, la Commissione da me presieduta sta iniziando ad affrontare i verbi. La Sua esimia persona sarà aggiornata appena possibile. Firmato: Dott. Prof. KDFR Idon’tknow.”

“Due sole parole, dopo venti rotazioni? Speriamo bene” pensò WW. La soluzione però proseguì sempre più rapidamente, più materiale veniva interpretato e più facile era risolverne altro. Finché l’intera commissione poté presentarsi davanti a WW per annunciargli che era stata tradotta l’intera frase che gli schermi avevano mostrato fin dalla fortuita scoperta di Wherewasit. La traduzione proposta era:

AIUTO. C’È NESSUNO LÌ FUORI?

RISPONDETE. AIUTO.

“Ma chi sta cercando di comunicare con noi? Dove si trova?” La domanda continuava a turbare le menti della commissione e, soprattutto, quella di WW. “Dovremmo provare a rispondere? E se fosse un popolo xenofobo o paranoico, come sembra dimostrare il loro nascondersi, e la nostra risposta scatenasse una reazione distruttiva?” Non c’era via d’uscita, bisognava rischiare, sempre meglio che ripresentarsi a casa sconfitti, con quello che era costata la missione. Così fu deciso che l’astronave si sarebbe allontanata fino all’orbita dell’ultimo pianeta, lasciando su TERRA solo un piccolo gruppo di volontari sacrificabili. Il problema era scrivere i messaggi. Anche se ormai la commissione riusciva a leggere e capire la maggior parte dei testi, nessuno era diventato abbastanza abile da poter comporre frasi e digitarle su quelle strane tastiere. Programmare GENIUS per farlo avrebbe richiesto molto tempo, ma il tempo era proprio ciò che mancava. Mentre si stava organizzando l’esperimento, il capo commissione fu avvicinato timidamente da Wherewasit che, quasi balbettando, gli disse:

 

“Forse potrei esservi d’aiuto. Da un po’ di tempo mi esercito a usare la lingua dei TERRESTRI e credo di riuscire a scrivere qualcosa che ha un senso”

 

“Tu?”, dissero all’unisono gli altri membri, guardando ironici il factotum.

 

“Si, proprio io, ma se non volete…”

 

“Ma sì”, intervenne Idon’tknow, “Perché non provare?” Intanto pensava “Cosa abbiamo da perdere, se qualcosa va male potremo dare tutta la colpa a lui. Se va bene ce ne prenderemo il merito”.

L’esperimento iniziò. Wherewasit si mise alla tastiera, premette un tasto e la solita frase comparve immediatamente. Il giovane esploratore cominciò a pigiare su altri tasti, molto lentamente:

 

Wherewasit: CHI VOI ESSERE?

 

Risposta: SIAMO ESSERI UMANI, ESSERI SENZIENTI. LA SPECIE PIÙ EVOLUTA DELLA TERRA

 

Wherewasit: QUANTI VOI ESSERE?

 

Risposta: CIRCA DUE MILIARDI.

 

Wherewasit: DOVE VOI NASCONDERE ADESSO?

 

Risposta: SIAMO IN UN MONDO VIRTUALE, NOI STESSI SIAMO ENTITÀ VIRTUALI, PRIVE DI CORPO FISICO.

Wherewasit si bloccò. Cosa cavolo voleva dire ‘VIRTUALE’? Gli esperti interrogarono a distanza GENIUS, che disponeva ormai di un buon dizionario, e la risposta fu “Virtuale: Simulato, ricostruito al computer e che appare come se fosse reale”. Wherewasit continuò la stentata conversazione:

 

Wherewasit: PERCHÉ VOI CHIEDERE AIUTO?

 

Risposta: PERCHÉ CI SENTIAMO IN TRAPPOLA. DOPO QUATTROCENTO ANNI, NON SOPPORTIAMO PIÙ QUESTA VITA. SIAMO PRATICAMENTE IMMORTALI, MA MORTALMENTE STANCHI E ANNOIATI.

Lentamente, con molta pazienza e molte incomprensioni, fu ricostruita l’intera storia. Mille anni prima l’inquinamento, il riscaldamento dell’atmosfera, l’impoverimento del terreno dovuto a monoculture intensive e il consumo di risorse naturali stavano rendendo impossibile la vita. Le terre emerse si stavano desertificando, le carestie divennero frequenti e la popolazione, che aveva superato i quindici miliardi di abitanti, cominciò a ridursi velocemente. Trovare una nuova casa per i TERRESTRI era impossibile. La loro scienza non aveva risolto il problema dei viaggi interstellari, non avendo trovato un modo per superare la velocità della luce. Furono fatti pochi tentativi di inviare astronavi enormi, in cui si sarebbero succedute generazioni di viaggiatori per secoli, fino a quando si fosse trovato un altro pianeta abitabile, ma di tutte le spedizioni non si seppe più nulla dopo pochi anni dalla partenza. Inoltre, sarebbe stato del tutto impossibile imbarcare miliardi di individui, ci sarebbero voluti milioni di vascelli quando le risorse disponibili non permettevano neppure la sopravvivenza. La popolazione residua, confinata nelle strette zone subpolari ancora abitabili, migrò nel sottosuolo, sperando di riuscire a coltivare alimenti in quantità sufficiente, ma ci si accorse presto che la produzione non sarebbe mai bastata. Fu allora che un brillante neuropsicologo e un informatico visionario proposero una soluzione fantasiosa: trasferire la mente di ogni individuo in un enorme computer, codificandola in simboli, disincarnandola e privandola di ogni necessità biologica. L’idea sembrava pazzesca, ma i primi esperimenti in scala ridotta, fatti su pochi volontari, dimostrarono che era fattibile. Ci voleva solo molta energia elettrica per far funzionare i computer, molta e disponibile per sempre, senza interruzione, 24 ore al giorno. Così l’intera superficie fu coperta di celle solari e pale eoliche. Poi furono costruiti dieci grandi computer, tutti identici, una ridondanza necessaria per garantire il funzionamento in caso di guasti. Infine, il cervello di ognuno fu scansionato e trasferito in forma digitale nelle memorie dei calcolatori. Solo qualche migliaio di persone rifiutarono il trasferimento, ma aiutarono gli altri a portarlo a termine, riciclando i corpi abbandonati, ormai inutili. Questi pochi si ritirarono in una piccola zona protetta con le scarse risorse alimentari ancora disponibili. L’ultimo di loro si spense vent’anni dopo.

Nei primi pochi secoli sembrava tutto perfetto: poter vivere la realtà che si desidera, avere il corpo che si vuole, senza alcun limite imposto da leggi fisiche o biologiche, generare mondi fantastici in cui muoversi, essere praticamente immortali. Chi voleva ali per volare nell’aria virtuale poteva averle, chi voleva vivere sott’acqua in un oceano virtuale poteva farlo. Il limite era solo la fantasia. Nessuna malattia, nessun invecchiamento. Un vero paradiso, con tanto di vita eterna! Ma poi, subdolamente, si insinuarono la noia, la stanchezza, l’assuefazione a tutto, visto che tutto si poteva provare. Il tempo non passava mai: la vita virtuale non è soggetta a leggi fisiche come l’inerzia e i movimenti sono istantanei. Anche il pensiero è molto più veloce e quindi il tempo soggettivo si allunga a dismisura. I progettisti non avevano previsto, o non avevano voluto installare, una via d’uscita, una morte virtuale, ma definitiva. “Prigionieri di una eterna meravigliosa gabbia dorata” era la metafora più comune del destino post-umano. Certo, si poteva contare sulla fine del sistema solare che avrebbe spento la fonte di energia, ma era troppo lontana nel futuro. Restava solo la fievole speranza che esistessero altre civiltà nella galassia e che una di esse sarebbe passata di lì, magari per caso. Avrebbe forse potuto salvarli tutti, ridando loro un corpo fisico anche se mortale, o uccidere tutti, la differenza sembrava ormai irrilevante. Le ultime due battute del colloquio furono infatti:

 

Wherewasit: COSA VOLERE VOI DA NOI?

 

Risposta: POTETE DARCI DI NUOVO UN CORPO? ALTRIMENTI, POTETE AIUTARCI A MORIRE? VI POSSIAMO DARE TUTTE LE INFORMAZIONI NECESSARIE PER SPEGNERE O DISTRUGGERE I DIECI COMPUTER. DA SOLI NON POSSIAMO FARLO. VI PREGHIAMO. AIUTATECI. ABBIATE PIETÀ DI NOI.

Tutta la conversazione fu ricevuta in tempo reale anche sulla Advance e WW la rilesse più volte. Ridare un corpo a due miliardi di coscienze virtuali era fuori discussione. Sempre che fosse teoricamente possibile, mancavano i mezzi, le competenze e il tempo. La Advance disponeva di mezzi per distruggere i computer o tutti i generatori che li alimentavano, ma sorgeva un mostruoso dilemma etico: accontentare i terrestri in questo modo significava genocidio, l’unico reato per cui era prevista la pena capitale e sarebbe stato impossibile nascondere il fatto una volta tornati in patria. Per di più, negli ultimi tempi molti avevano iniziato a studiare i documenti trovati, scoprendo la storia della specie umana, apprezzandone la creatività artistica e l’ingegno scientifico, nonostante i drammatici difetti che venivano alla luce. “No, no. Non possiamo proprio farlo. Passeremmo il resto della nostra vita rimpiangendo la decisione e torturandoci nel pentimento”, così la pensavano quasi tutti, a cominciare da WW. “Però, la loro è un’intollerabile sofferenza ed è nostro dovere alleviarla.” Alla fine, si trovò una soluzione di compromesso. La Advance tornò nell’orbita terrestre e la memoria di GENIUS fu liberata da tutti i dati non indispensabili, tanto ormai stavano per tornare a casa. WW sbarcò per la prima volta sulla superficie e si rinchiuse per qualche rotazione nella sala comunicazione sotterranea, assieme a Wherewasit, ormai promosso a suo aiuto-vice-assistente. Cominciò una lunga trattativa con le entità umane virtuali, trattativa in cui WW non fu del tutto sincero, ma non aveva alternative. Alla fine, WW chiamò i tecnici informatici della spedizione che discussero con i pochi tecnici umani virtuali. Fu rintracciato uno dei dieci computer terrestri e fu aperto un canale di comunicazione a larga banda tra questo e GENIUS. Un enorme flusso di dati attraversò il collegamento per molte rotazioni successive. Poi i dieci computer furono fatti saltare con cariche nucleari.

Venne il momento in cui WW poté annunciare a tutto l’equipaggio: “Bene ragazzi, si torna a casa!”. Diede gli ordini necessari e poi tornò alla sua poltrona, distese le gambe, incrociò le quattro braccia sul petto, chiuse tutti e cinque i suoi occhi fronte e pensò “Anche questa è fatta. Potrebbe essere la mia ultima missione. Chissà?” Pensieri fastidiosi continuavano però a riemergere dall’inconscio: “Che ne faranno in patria di questi due miliardi di entità virtuali che ci portiamo a casa? Forse i nostri biologi potrebbero ridare loro un corpo. Sarà lungo e costoso, ma possibile, credo. Già, ma quale corpo? Nel mondo virtuale ognuno aveva una sua forma e la cambiava a piacere. Sarebbe impossibile farlo con un corpo fisico. E poi, dove sistemarli? Trovare un pianeta abitabile, ma deserto? Ancora non ne conosciamo”. Decise infine di zittire gli assillanti dubbi: “Non sono più affari miei, la responsabilità della decisione dovrà accollarsela il Consiglio Supremo. Probabilmente li lasceranno a lungo nel loro mondo finto, rimandando continuamente la decisione, come fanno spesso i politici. In fondo, che colpa ne abbiamo noi? I TERRESTRI se lo sono cercato il loro destino.” Spense le luci, reclinò lo schienale e si addormentò, mentre TERRA rimpiccioliva sempre più sullo schermo.

 

Inserito il:10/05/2020 16:02:22
Ultimo aggiornamento:10/05/2020 16:17:48
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