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Aggiornato al 09/12/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Véronique Wibaux (Chartres, Francia) - Gratitude

 

Tra gratitudine e riconoscenza

di Giorgio Cortese

 

Cari lettori,

ho un carissimo amico, di rara disponibilità, con il quale sono in rapporti epistolari, da cui stavo aspettando un testo che mi aveva promesso, e invece ho ricevuto una strana missiva in cui afferma: “Non capisco perché mi torni così arduo seguire le promesse fatte, che pur non sarebbe così difficile portare a compimento: ma è una forma di stanchezza che tu dovresti cercare di trasformare non in lemmi, bensì in ragionamenti che abbiano un loro qualsiasi significato. Leggi, correggi e invia: cercherò di essere più ragionevolmente efficiente, sia per me che per il prossimo mio come me stesso. Buon lunedì al quale, se te ne punge vaghezza, cerca di far seguire una buona settimana, per non parlar di un sereno prosieguo.

E, per ora, ciao”.

E aveva aggiunto un altro testo, comunque divertente com’è sua consuetudine, che non potevo lasciare inevaso. Era giocoforza affrontare l’argomento della “promessa” intesa come attività, ed io mi sono esibito così.

Promettete, promettete a lungo….

 

Ho trovato in un libro recentemente letto questa frase: “Promettete, promettete a lungo, perché la speranza è più viva della riconoscenza…”. E questa frase mi aveva fatto riflettere, per cui avevo ritenuto fosse degna di essere conservata tra i miei appunti sparsi.

Le promesse, purtroppo, sono una prerogativa dei politici che al riguardo non si risparmiano. Come diceva il Grillo Parlante in Pinocchio di Collodi: «Non ti fidare, ragazzo mio, di quelli che ti promettono di farti ricco dal mattino alla sera. Per il solito, o sono matti o sono imbroglioni».

Quello che però mi ha colpito di quella frase trascritta è la seconda parte che riguarda la riconoscenza, ben più fragile ed effimera rispetto all’attesa e alla speranza di favori. Questa è una amara umana verità: quando siamo ritenuti necessari da altri per un favore, siamo ritenuti di considerazione e rispetto. Poi, una volta raggiunto il loro scopo, queste persone ti blandiscono e come dice un vecchio adagio tradotto dal piemontese: “cadiamo dal libro”, perdiamo di considerazione.

Personalmente, quando cado al cospetto di queste persone, cado felice, perché se non hanno rispetto e riconoscenza non meritano neanche la mia, essendo miserabili res nullus!

Impariamo, allora, la riconoscenza pura e sincera, quella bella parola che si trasforma in un felice sentimento di gratitudine per l’apprezzamento di un beneficio ricevuto. Il lemma deriva dal participio presente di riconoscere, che è dal latino recognoscere. Per riconoscere è necessario prima conoscere, questo è chiaro. Ogni giorno, nel mio quotidiano cammino nella vita, mi imbatto in tante persone a cui molte volte non bado poiché non le conosco, e molte volte per superficialità non riconosco nemmeno chi conosco. Riconoscere è prendere consapevolezza di chi mi è familiare e su questo andamento germoglia la riconoscenza.

Il lemma può sembrare un sinonimo di gratitudine, ma quando sono grato il mio animo ha una predisposizione umile; invece provare riconoscenza è un processo che coinvolge, oltre all’animo, anche il pensiero, perché se conosco il bene che mi è stato fatto, conosco e rispetto la persona per mezzo della quale è avvenuta questa altruistica azione.

Se la gratitudine mi fa dire con il cuore “grazie”, la riconoscenza mi porta a pensare che porterò l’amico sempre nel mio animo e nei miei pensieri con benevola complicità, con umano eterno rispetto.

Caro amico, come scriveva lo scrittore americano Mark Twain nella sua autobiografia: “La gratitudine è un debito che di solito si va accumulando, come succede coi ricatti: più paghi, più te ne chiedono!”.

Ed io ben felice lo vado accumulando nei tuoi confronti.

 

Inserito il:18/11/2021 11:46:39
Ultimo aggiornamento:18/11/2021 11:52:29
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