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Aggiornato al 19/09/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Yaela Digilov (Israel, 1998 - Deviantart) - Good for Nothing Lackey

 

Articolo di una serie di racconti dell'autore sull'orrore, la paura, il mistero e l'impossibile, ispirati a fatti di cronaca o vissuti personalmente o immaginati nel futuro.

 

Il venditore

di Vincenzo Rampolla

 

Sono un incapace. Lo ammetto. Lo devo ammettere. Mi sono fatto coraggio e lo dico. Più passa il tempo e mi rendo conto che non so fare nulla, assolutamente nulla. Per la maggior parte della gente è una disgrazia. Per me è una manna dal cielo. Sono felice e non mi lamento. Mi accontento e non mi piango addosso. È la mia forza, la mia vera grandezza: essere impreparato, inabile, inesperto, inadatto a fare qualcosa, qualunque sia.

Quando ricerco un nuovo lavoro la mia abilità si concentra sulla cura degli annunci per un posto tranquillo o per il mestiere che sembra più semplice o per quell’altro meglio pagato. Tutti si equivalgono alla fine. Alle persone racconto ciò che ho fatto: entro nei minimi particolari e mi esprimo correttamente. Parlo chiaro con un linguaggio accurato e raffinato anche se mai sono andato a scuola e nella vita mai ho fatto qualcosa di preciso. L’ho pure scritto nel curriculum vitae, nero su bianco. E la gente se la beve.

Chi sente la mia storia, all’inizio trova in me una gran dose di modestia. Non realizza subito il fatto. Forse non ci dà il giusto peso o finge di non intendere. È così che prima o poi un lavoro me lo affibbiano. Accade però che dopo le prime battute venga nettamente alla luce che la mia testa è ben lontana dal mondo del lavoro e dalle sue regole. Eppure nessuno dice mai che io sono un fannullone o uno privo d’iniziativa. Sono sempre disponibile. Se mi chiedono ad esempio di trasportare qualcosa o di mettere in ordine delle merci o anche di guidare un carrello montacarichi il più delle volte rimango immobile impietrito davanti alle casse e ai cartoni da sballare. Li osservo smarrito li contemplo mi chiedo ripetutamente che cosa ci faccia io lì davanti a quelle cose e a quelle persone sempre pronte a trattarmi male a mettermi in agitazione, in certi casi a insultarmi o a cacciarmi via in malo modo …

Sembra un paradosso: ciò che mi mette in cattiva luce è che mi piace andare a fondo in ciò che faccio. Mi interessa sopra ogni cosa. È innegabile che per apprendere io abbia bisogno di più tempo degli altri, ma riesco sempre a fare quello che mi chiedono e ai lavori manuali prediligo quelli di concetto. Tutto ciò a condizione che la gente mi mostri prima con chiarezza e con semplici esempi ciò che devo fare - più volte se necessario - soprattutto se si tratta di lavoretti nuovi. Allora sì che vado spedito. Nessuno mi ferma più. In queste occasioni confesso di sapere svolgere il mio compito con particolare cura ed entusiasmo. Capita purtroppo che i capi perdano in fretta la pazienza. A loro non va giù che per imparare a fare una cosa io chieda che venga prima eseguita da un altro e che mi mostri ogni dettaglio.

-Tanto vale farcela da noi, senza chiedertela. - sbraitano.

In questi casi metto il cuore in pace. A fatica, lo ammetto, devo rintuzzare la voglia di tirare fuori il fatto che non so proprio fare nulla.

Trascorsi alcuni mesi dal giorno dell’assunzione vengo immancabilmente messo alla porta. In genere la gente si fa prendere dal sentimento e ci si lascia di buon grado. Mi rifilano quattro soldi di buonuscita e mi ritrovo a ricominciare daccapo. In quindici anni di questa vita mi sono mosso un po’ dappertutto e sono riuscito sempre a cavarmela. Un principio a cui sono particolarmente fedele è che mai vengo licenziato perché sono giudicato un incapace bensì per la fregatura presa quando i responsabili si accorgono che sono decisamente un buono a nulla. Il che è ben altra cosa. Loro non vanno di certo a raccontare in giro che mi hanno cacciato perché non sapevo fare nessun lavoro. Nessuno crederebbe che sono stato assunto pur essendo un incapace. Anche nell’ipotesi che qualcuno ci credesse tutti se ne starebbero ben zitti per non passare loro per fessi e incapaci e per avere assunto una persona che non sapeva fare niente, assolutamente niente.

Alla fine devo ammettere che ho lavorato per un’infinità di aziende senza avere prodotto nulla di nulla. Eppure ho perfezionato la mia capacità di vendere molto bene il fatto che non so fare nulla. In quest’arte posso dire di essere diventato un artista: maestro del non sapere fare.

Sotto sotto c’è un segreto.

Non si tratta di espediente o di inganno, ma di uno stile di vita e una regola fondata su tre grandi principi.

Il primo: non avere mai studiato nulla di particolare per potere essere in grado di svolgere un preciso lavoro anche se semplice come lavare i vetri, impacchettare polli, raccogliere pomodori, allineare merci sugli scaffali di un magazzino.

Secondo: avere girovagato in lungo e in largo il mondo

Da ultimo essermi fatto le ossa soprattutto negli stati dove quest’arte è ben più apprezzata che nel paese in cui vivo. Volente o nolente nelle altre nazioni per sopravvivere ho dovuto imparare a cavarmela da solo. Ho consolidato le mie doti e posso dimostrare che non solo non so fare nulla, ma che anche ci riesco egregiamente in moltissime lingue straniere. Ciò richiede una bravura non comune e un continuo esercizio mentale. In pratica se non sono in grado di scaricare le merci in un deposito o di lavare un’automobile nella lingua madre continuo naturalmente a non saperlo fare in tutte le lingue da me conosciute, senza mai destare sospetti.

Ecco svelate le ragioni che mi hanno portato a considerarmi, ovunque sia andato, uno specialista dell’incapacità di produrre un alcunché di concreto, abilità questa che non può esistere disgiunta dalla virtù di non essermi mai abbandonato all’improvvisazione. Almeno di questo mi sono convinto che a voler preparare sui due piedi le cose che non so fare prima o poi vengo scoperto e perdo ogni diritto alle mie rivendicazioni.

Una volta durante un colloquio di selezione il responsabile che mi intervistava - uomo straordinario - insieme ai miei pregi aveva subito afferrato la mia nullità. Mi chiese apertamente come riuscissi a farmi assumere.

- Anche se la gente non mi crede dico sempre la verità. - avevo risposto.

È chiaro che se nessuno dà credito a quel che dico e mi attribuiscono invece una grande umiltà professionale - bontà loro - in nessun caso ho fatto credere il contrario. Posso essere stato assunto in moltissime aziende, mai con la menzogna o l’inganno. Onestà e correttezza in primo luogo. Vincono sempre.

E quando in altre occasioni mi chiedono nei colloqui perché ho cambiato così tante aziende.

- Per guadagnare qualche soldo in più. - ho sempre detto.

È questo il copione che invariabilmente si ripete a ogni incontro.

A dire il vero il nocciolo della questione non sta nel continuo girovagare da un’azienda, all’altra bensì nelle mille infinite occasioni avute per dimostrare sinceramente quanto fossi un incapace.

Chi mai avrebbe potuto provare il contrario.

 

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Inserito il:16/08/2019 12:29:48
Ultimo aggiornamento:16/08/2019 15:27:02
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