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Aggiornato al 25/09/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Guglielmo Sansoni detto Tato (Bologna, 1896 - Roma, 1974) - La Marcia su Roma

 

Il nostro novecento - Capitolo 17

di Tito Giraudo

(seguito)

 

17. Su le soglie del bosco…

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse…

“La pioggia nel pineto” di D’Annunzio, chissà perché è l’unica poesia imparata a scuola che ricordo, e mi torna alla mente mentre mi appresto a descrivere le giornate che i fascisti dedicarono alla marcia sulla Capitale. Il Creatore in quei giorni fu tentato da una riedizione italiana del diluvio.

Pioveva già a Napoli, quando i fascisti organizzarono un’adunata preparatoria all’insurrezione. Pioveva su tutta l’Italia Centrale. Pioveva sulle squadre fasciste partite baldanzose in camicia nera, gagliardetti e ammennicoli vari. Pioveva sui Quadrumviri della rivoluzione nel loro quartiere generale di Perugia. Pioveva su Mussolini tornato a Milano in attesa che i giochi diplomatici e la politica avessero la meglio. Pioveva su Pietro e Mario a Santa Marinella, quasi alle porte di Roma. Lì era concentrato il grosso dell’armata fascista. L’umore, come il tempo, era tetro, i timori tanti. Lontano si vedevano i soldati che preparavano le difese.

Facta, il Presidente del Consiglio, una timida controfigura di Giolitti, sembrava deciso a resistere, attendendo che il Re firmasse lo stato d’assedio. Pioveva anche sul Vate, Gabriele D’Annunzio. Il suo umore in quei giorni tendeva certamente al plumbeo. L’inventore della marcia su Roma si vedeva scippato della paternità della sua creatura e senza grandi spazi di reazione. L’incontro tra D’Annunzio e Mussolini si era ormai risolto con la disfatta del poeta. Eppure, all’inizio, le maggiori chances le aveva proprio il Vate. Richiamato dal dorato esilio parigino dove s’era rifugiato per debiti, incarnava il massimo della retorica interventista. Non essendo uomo né di destra né di sinistra, piaceva a tutti coloro che erano favorevoli all’azione. Per di più aveva la stoffa del comandante eroico: il suo raid su Vienna aveva creato il mito.

Per Mussolini era tutto meno facile: su troppi terreni il paragone con il poeta non reggeva. Avendo velleità artistiche, Benito aveva imparato a suonare il violino, ma lo strimpellava solamente. Aveva anche velleità di romanziere, ma il suo massimo successo fu la pubblicazione a puntate dei suoi feuilletons popolari sui giornali socialisti di provincia. Anche dal punto di vista amoroso non era certo un epicureo come Gabriele, piuttosto un ginnasta che pratica quotidianamente l’arte delle “sveltine”. Nemmeno in guerra era stato all’altezza. Ottimo soldato, venne ferito non in battaglia ma nel corso di un banale incidente d’addestramento. Poteva contare tuttavia su due opportunità: era un grande giornalista, nel frattempo diventato un ottimo politico che avrebbe saputo cavalcare gli avvenimenti molto meglio di D’Annunzio, il quale brucerà tutte le sue carte nell’avventura fiumana.

Il Dopoguerra ha fatto scoppiare tutte le contraddizioni del Paese. Il movimento operaio e i suoi partiti si sono fossilizzati sulla Rivoluzione d’Ottobre e sulla nascente teoria della dittatura del proletariato, dando alle sacrosante lotte operaie quell’impronta rivoluzionaria che gli ha alienato le simpatie della piccola borghesia.

Sul fronte interventista invece è proprio D’Annunzio a tenere bordone. La “vittoria mutilata” diverrà il cavallo di battaglia che lo porterà all’impresa fiumana. Capitanerà quel movimento degli Arditi nato come reazione degli ex combattenti (soprattutto ufficiali) all’intolleranza delle sinistre pacifiste e all’insipienza governativa nelle trattative con gli alleati per il bottino di guerra.

Mussolini, nonostante le apparenze, è tendenzialmente un moderato. Non è più un socialista rivoluzionario in senso classico e massimalista. Ha preso atto della nascita di classi emergenti. Capisce che il capitalismo industriale non è un nemico da abbattere, ma una forza propulsiva da controllare e non da distruggere. Della rivoluzione russa – che pur gli ha dato ragione sulla teoria della guerra come momento di rottura con i vecchi regimi – ha colto gli aspetti deteriori, legati alla strumentalizzazione del proletariato da parte di una classe dirigente borghese, pronta a far terra bruciata per conservare il potere.

Persino in politica estera Mussolini è un moderato, nonostante le strumentalizzazioni patriottiche su Il Popolo d’Italia (per ragioni di bottega). Se si leggono attentamente i suoi articoli, all’inizio è un wilsoniano. Il presidente americano, come ogni tanto accade ai leader di quel popolo, è un’anima bella che crede nella Società delle Nazioni e non prende in considerazione l’ingordigia delle potenze europee vincitrici. Predica quindi un’Europa dei popoli ed è contro ogni forma di imperialismo.

La fine dell’impero austriaco porrà il problema dei Balcani. Trieste e il Trentino Alto Adige diventeranno italiani, mentre si potrà discutere per l’Istria. Ma la Dalmazia è slava, e tale dovrà rimanere. Gli ambienti nazionalisti naturalmente tendono ad amplificare la vittoria Italiana, gli oltre due milioni di morti, i debiti di guerra. La Dalmazia deve essere italiana e Fiume, dove è presente una fortissima componente etnica, diventerà il simbolo di queste rivendicazioni, peraltro mai contrattate nel patto di Londra antecedente la guerra.

Tornando a Mussolini, le pretese italiane sulla Dalmazia lo vedono prima contrario, poi tiepido assertore. Sull’impresa di Fiume e su D’Annunzio dimostra altrettanta moderazione, non tanto a parole, ma nei fatti. “Mollerà” brutalmente il comandante per allearsi con Giolitti, che sarà il liquidatore liberale, sia delle velleità rivoluzionarie del movimento operaio, impantanato nelle febbri da sciopero che lo porteranno all’occupazione delle fabbriche; sia dell’avventurismo patriottico di D’Annunzio e di parte del Paese.

Di marciare su Roma ne parlarono gli Arditi fiumani, per dare una spallata definitiva al vecchio regime quando le cose si stavano mettendo male. L’idea sarà ereditata dai fascisti e questa volta messa in pratica con maggiori possibilità di successo. Sarà Mario, in una notte di pioggia a Santa Marinella, in una specie di delirio causato dalla febbre, a dare a Pietro la sua versione relativa al “genio” di Benito. Ma veniamo all’antefatto.

Pietro, troppo impegnato nel suo nuovo lavoro, a Napoli non c’era stato. Mario naturalmente sì, per poi spostarsi a Santa Marinella, punto di concentramento dei fascisti piemontesi, liguri e toscani. Pietro l’aveva raggiunto in quel posto di mare insieme agli squadristi torinesi. Erano partiti all’alba con un treno speciale da Porta Nuova; passando per Asti e Alessandria, avevano caricato i camerati della provincia. Quella mattina le divisioni tra fascisti sembravano lontane. Non che Pietro fraternizzasse con Brandimarte e la sua banda, ma la rivoluzione valeva un minimo di unità.

Il treno procedeva a rilento, si diceva che i ferrovieri rossi facessero di tutto per non farlo arrivare. Era ancora buio quando le camicie nere di Torino si erano ritrovate ai giardini di Porta Nuova. Erano in molti, ma non moltissimi, qualche centinaio, forse un migliaio. I borghesi fascisti dell’ultima ora si erano defilati. Finché si trattava di parlare di rivoluzione, tutti erano rivoluzionari, ma adesso che la si doveva fare sul serio, il discorso era diverso. Mussolini d’altronde era stato perentorio: ora o mai più!

In quei giardini si erano formati due gruppi: da una parte Pietro e i mussoliniani; dall’altra, i devecchiani con Brandimarte e Gaschi. Questi ultimi erano più numerosi, e soprattutto armati: niente di trascendentale, qualche moschetto, pistole e pugnali. Nemmeno la marcia su Roma, tuttavia, riuscirà a pacificare le due anime del fascio torinese. Quel mattino tutti sentono che si sta compiendo un evento storico, quindi è meglio superare le divisioni, ma non al punto da avere un unico concentramento. Saliranno sul treno separati, come da anni lo sono nella Federazione di Torino. Un gruppo di torinesi era già partito per Napoli con Gioda, ma tutti si ritroveranno al concentramento di Santa Marinella.

I due gruppi aspettano dunque rigorosamente divisi, gli uni dalla parte del “Ligure”, gli altri oltre la fontana, verso Via Roma, all’epoca non molto elegante, con palazzi che non reggono il confronto con quelli di Via Po, e nemmeno con quelli di Via Garibaldi, la vecchia Via Dora grossa che costituiva la passeggiata elegante dei torinesi del ‘700. Tutti, qualche minuto prima delle sei, entrano sotto la grande volta dell’ingresso di Porta Nuova, gremita di fascisti giunti dalla provincia. I camerati di Vercelli e Novara sono arrivati nella notte, il loro treno da Porta Susa ha raggiunto la stazione qualche ora prima della partenza del convoglio. Avrebbe dovuto esserci entusiasmo; in realtà, adesso che finalmente la rivoluzione è alle porte, l’umore di quella massa si intona al cielo. Solo in treno qualcuno inizierà a cantare e a poco a poco la tensione si scioglierà. Sono in tanti, quasi tutti giovani, e anche per loro vale il detto: ora o mai più!

Pietro è in uno scompartimento con i camerati della Fiat. Non sono ancora arrivati ad Asti che entra Gaschi. È un devecchiano convinto che, come vede Pietro, esclama, alludendo a Mario: «Allora, il don Bosco del fascismo dov’è?»

«Non ti preoccupare, Gioda era con il Duce a Napoli, e ci aspetta a Santa Marinella» risponde Pietro al quale, cogliendo lo sfottò, monta immediatamente la mosca al naso.

«Non mi pare di aver visto il suo nome tra i quadrumviri della rivoluzione fascista – lo incalza l’altro. – Invece, guarda caso, uno dei quattro si chiama Cesare Maria De Vecchi. E Mussolini dov’è? Mi hanno detto che è tornato a Milano. Noi a fare la rivoluzione e i signori tattici in attesa che gli offriamo il potere su un piatto d’argento! Se le cose vanno male noi in galera, lui in Svizzera!»

«Se non te ne vai, prima ti spacco la faccia, peui it fico cola pistòla ant ël cul!

L’espressione di Pietro non lascia presagire nulla di buono, e nello scompartimento ci sono solo i fedelissimi di Gioda e di Mussolini. Gaschi preferisce tirare dritto e andare a fare le sue battute in altri vagoni. Se il buongiorno si vede dal mattino, la pioggia prima e i devecchiani poi, contribuiscono a creare un’atmosfera tutt’altro che serena. Pietro non riesce a capire come quel monarchico, capo di delinquenti, possa essere, dopo il Duce, uno dei quattro uomini che guidano la rivoluzione. L’accusa poi che Benito si sia prudentemente imboscato a Milano, fa il paio con tutte le altre. «Mussolini è un tattico che pensa solo al compromesso con i liberali e i socialisti.» «Mussolini, mentre noi diamo battaglia ai rossi, vuole il patto di pacificazione, e non solo con quei bastardi di sindacalisti, ma pure con i riformisti e quei baciapile dei popolari!» Queste le battute che troppe volte ha dovuto sentire.

Sono mesi, ormai, che sull’onda frondista dei ras anche a Torino la polemica divampa furiosa. E adesso sapere che De Vecchi è uno dei quattro fascisti che guidano la marcia, sconvolge quei fascisti della prima ora che hanno seguito Mussolini sul programma rivoluzionario del ‘19. Sono in crisi soprattutto perché Mario non è lì con loro. Lui sì che con le parole avrebbe fatto tacere quei banditi! L’umore di Pietro è sempre più nero. Poi quando il treno ad Asti incomincia a caricare tante camicie nere, probabilmente meno divise dei torinesi e quindi più entusiaste, l’euforia prende il sopravvento e nelle lunghe ore che impiegano i treni ad arrivare a destinazione, la tensione si allenta poco alla volta. Avrebbero incontrato Mario alla stazione e con il loro segretario federale sarebbero andati non solo a Roma, ma in capo al mondo.

Piove dalle nuvole sparse…

Quel treno passò sotto il diluvio. Già a Genova non caricò più nessuno, si fermò per tutta la giornata in piccole stazioni piene di militari. I fascisti che si affacciavano al finestrino capirono che la partita non era facile. Tutti però avevano in comune una dote: il coraggio! E la convinzione (errata) che i protagonisti di quella rivoluzione fossero loro. Mario era il segretario del fascio di Torino, godeva della simpatia e del rispetto di gran parte dei torinesi, e anche gli avversari, pur non ammettendolo apertamente, riconoscevano che i fascisti di Gioda non erano quelli di De Vecchi e Brandimarte. Quando Mussolini, preoccupato dall’isolamento politico causato dal fascismo intransigente dei ras, si collocò in posizione critica arrivando ad auspicare un patto di pacificazione con le sinistre, anche i mussoliniani torinesi vennero colti di sorpresa: troppi erano gli odi maturati. Ma era bastata una telefonata di Mario a Benito, perché Pietro e compagni si allineassero con lui.

Chi sono i quadrumviri di quella rivoluzione?

Italo Balbo è uno dei ras. Emilio De Bono – un vecchio generale, fascista della prima ora – ora tiene i rapporti con l’esercito. Michele Bianchi, ex sindacalista, è un uomo di Mussolini. Cesare Maria De Vecchi, essendo da sempre filo monarchico, è il tramite tra il Fascismo e la Corona. Un tramite per la verità alquanto ambiguo, che gioca sulle divisioni interne della casa reale, tenendo i contatti con i “soliti” Aosta, ramo cadetto sempre pronto alla fronda nei momenti difficili. Anche nella scelta dei quadrumviri Mussolini dimostra di essere un animale politico di particolare acume. Non crede alla possibilità di conquistare il potere con la rivoluzione fascista, sapendo o intuendo che l’elemento determinante che può portarlo al governo rimane la contrapposizione tra la sua rivoluzione e quella dei socialcomunisti.

Il Paese è a una svolta. La vecchia classe politica liberale è all’ultimo stadio di consunzione. La Monarchia è definitivamente confinata in un ruolo mediatorio. I suoi alleati fedeli sono le destre e gli alti gradi dell’esercito, ma non bastano per garantire la sopravvivenza. Gli industriali, la nuova classe economica, nell’insieme non ha veri riferimenti politici. Preoccupata unicamente di garantirsi protezionismi doganali con il governo e la definitiva chiusura della vertenza sui “sovrapprofitti” di guerra, è divisa sull’atteggiamento da tenere nei confronti del dualismo fascismo-comunismo. Una parte degli industriali è ormai schierata, dopo la stagione delle rivoluzioni in fabbrica, su una posizione di mera reazione, capitanata da Agnelli che, per la pace sindacale, dà un colpo al cerchio e uno alla botte. In tutte queste forze prevarrà la scelta del male minore. Queste probabilmente erano le considerazioni di Mussolini, tornato a Milano non certo per paura che le cose si potessero mettere male. Aveva infatti sempre dimostrato coraggio da vendere! Il suo ritorno a Milano aveva il significato di consentire una parvenza istituzionale.

Lì, acquattato come un gattone, aspetterà le proposte che non tarderanno ad arrivare. In qualche modo è riuscito ad arginare lo squadrismo che non ha creato lui, ma che certo gli è servito per arrivare fino a quel punto. Penserà in seguito anche a sistemare quella partita.

Piove...

Piove anche nel pineto. Piove su D’Annunzio. Uno dei tanti sconfitti di quella rivoluzione piccolo borghese che in due anni, incruentemente e quasi incredibilmente, ha liquidato una sinistra potentissima e in grande espansione, e un mondo liberale che, sebbene diviso e privo di forza propulsiva, rappresentava ancora la maggioranza della classe dirigente italiana.

Piove

Piove su Mario che sta male. Già a Napoli ha avuto una crisi che per un giorno l’aveva tenuto lontano dal convegno. Piove su Pietro che a Napoli non c’era stato per ragioni di lavoro. Pietro non ha potuto essere vicino all’amico, ma lo costringerà poi ad abbandonare lo scalcagnato bivacco degli squadristi torinesi.

Ma scalcagnata sarà un po’ tutta la marcia su Roma. E scalcagnata come i fascisti era tutta l’Italia: Destra, Sinistra e Centro. Scalcagnata era la Monarchia con il suo piccolo Re che aristocraticamente disprezzava i fascisti e in quei giorni era macerato dal dubbio se consentire a Mussolini l’ingresso dalla porta principale, cedendo quindi al ricatto di quell’armata Brancaleone. Di questo e di altro parlarono Pietro e Mario quella notte, nell’albergo faticosamente trovato da Pietro per consentire al suo amico, che aveva la febbre, di stare al coperto. Mario aveva resistito per non abbandonare i suoi fascisti torinesi in quell’accampamento di fortuna, fatto di tende militari e di squadristi armati alla bell’e meglio con il morale a terra. Un po’ per il tempo pessimo e molto per la consapevolezza che la partita che avrebbero giocato non era certo priva di pericoli. Nel raggiungere Santa Marinella avevano notato come l’esercito in armi si stesse preparando ad affrontarli. Moschetti, cannoni e disciplina, contro armi di tutti i tipi, dalle pistole ai coltelli, ma soprattutto inutili manganelli, buoni in dieci contro uno, ma inadeguati per affrontare l’esercito.

Pietro era riuscito a trovare una camera per Mario buttando letteralmente fuori due camerati avvocati che, a suon di palanche, affrontavano comodamente la rivoluzione. A un primo diniego Pietro aveva detto: «Il camerata Gioda sta male. I casi sono due: o lasciate la camera con le buone, oppure cari squadristi ëd Madama Adel (la famosa tenutaria torinese) quel manganello che dite di aver usato contro i rossi ve lo ficco su per il culo.»

Vuoi per il tono convincente di Pietro, vuoi per la minaccia di sodomia da parte dei camerati avvocati, fatto sta che i due lettini nella camera spoglia passarono di proprietà. Mario poté finalmente mettersi a letto e l’amico lo assistette con affetto. In quelle due giornate di logorante attesa degli eventi discussero a lungo. Non si erano parlati molto in quell’anno, Gioda impegnato a consolidare la parte sana del fascismo torinese e Pietro a costruire il proprio futuro lavorativo. Camillo, come promesso, lo aveva ufficialmente nominato manutentore di tutte le macchine per scrivere Olivetti presenti a Torino.

Fare la manutenzione a un marchingegno scrivente consisteva nel togliere dai meccanismi interni lo sporco e la polvere che si accumulavano, ma soprattutto pulire con l’alcol i caratteri di piombo delle leve. Occorreva farlo almeno una volta al mese per macchina, quindi un lavoro continuo che, unito alle frequenti riparazioni, consentiva a Pietro un lavoro costante e ben pagato. Aveva aperto, su consiglio di Camillo, un’azienda artigiana, assunto un ragazzo che l’aiutava, e comprato una motocicletta per spostarsi rapidamente. Era rientrato così in Fiat, non più da operaio, ma da padroncino. Era soprattutto la sua posizione di fascista della prima ora, ferito e amico del Federale, a farne un personaggio. I compagni, pur non riservandogli tenerezze, riconoscevano che il fascismo di Pietro era diverso da quello di Brandimarte, e che il suo essere squadrista era una contrapposizione violenta ma leale. In Fiat Agnelli aveva definitivamente preso il sopravvento, non solo sugli operai e i loro sindacati, ma soprattutto sui soci, ridotti a comparse, a parte il Commendator Gualino.

Lo stabilimento del Lingotto era in costruzione e politicamente Agnelli, a parte l’antipatia per De Vecchi, non era né a favore né contro il fascismo. In fabbrica comunque aveva impedito lo sviluppo del sindacalismo fascista, anche a costo di avvicinarsi a quello della Fiom. In quel periodo forse soffriva anche lui della “sindrome di Stoccolma”. De Vecchi l’aveva più volte stuzzicato e lui temeva che tra fascisti e comunisti si tornasse al gran casino sindacale. In fondo i suoi operai rossi non gli erano antipatici, sul piano professionale erano specializzati e non ne poteva fare a meno. Non aveva avuto problemi nemmeno a trattare con i bolscevichi e il governo russo che, tramite il comunista Bombacci, (proprio il vecchio amico di Benito, Mario e Pietro) avanzavano proposte commerciali. La partita finale Agnelli la giocherà alla finestra e quindi, nella circostanza attuale, si limiterà a non giocarla.

Quella notte Mario parlò con Pietro più di quanto avessero fatto in tutto quel 1922. Come al solito fu Pietro ad aprire le danze. La faccenda di De Vecchi quadrumviro non riusciva a mandarla giù. Sapendo che anche Gioda in quell’ultimo anno aveva avuto problemi con lui, cercò di farsi spiegare come mai il Duce, che era loro amico, avesse potuto affidare a un individuo tanto infido un incarico tanto importante.

E qui Mario si prodigò in un lungo monologo. Sarà stata la febbre, o anche solo la voglia di pensare ad alta voce, ma egli passò la notte parlando e soprattutto ragionando con sé stesso, finché le parole si stemperarono nel sogno, il suo e quello di Pietro.

«Pietro, tu sai che le mie perplessità su De Vecchi, fin dal giorno della costituzione dei fasci, erano politiche e non personali. Poi, quando fummo attaccati anche fisicamente dai rossi, e tu ne sai qualcosa, lui fu in prima linea con un coraggio che devo riconoscergli. Nel fascio c’è posto per tutti i patrioti, anche quelli che non sono dei rivoluzionari come noi due. Poi però sono nati i ras ed è venuto fuori un altro tipo di fascismo. Noi a Torino, deboli come eravamo, ci difendevamo, e loro attaccavano.

«Certo la loro situazione era ben diversa dalla nostra. Loro non avevano a che fare con una classe operaia come quella di Torino, né con i nostri ceti produttivi. Quello squadrismo è diventato talmente forte da condizionare lo stesso Benito. Qui, caro amico, l’uomo è uscito fuori con tutta la sua statura politica. Nei momenti in cui io e te dubitavamo sul futuro del movimento, Benito ha giocato una partita a carte con la storia, e questa partita la sta vincendo.»

«Sì, ma i De Vecchi e i Farinacci sono diventati troppo importanti» l’interruppe Pietro.

«Allora, Pietro, fomse a la fnesta e vardoma la situassion. Farinacci, l’unico che ambirebbe a essere il contraltare del nostro Duce, è sempre più isolato. Durante la battaglia per il patto di pacificazione erano tutti contro di noi, ricordi? Mussolini sembrava aver perso la partita, ma in pochi mesi ha recuperato prima Grandi, poi Balbo, eliminato Marsich e condizionato Farinacci. atension, amis (fa attenzione, amico), dei ras nel quadrumvirato c’è solo Balbo, che tra l’altro è un eroe di guerra e un uomo leale.»

«E De Vecchi?» insiste Pietro.

«De Vecchi ha imitato i ras, ma non ne ha la stoffa. Si è circondato dai Brandimarte e soci che sono solo dei sicari e che prima o poi lo trascineranno in disgrazia. Lo sai che la gente per bene a Torino è con noi! Vuoi sapere perché Cesare è un quadrumviro? Caro Pietro, questa non è una rivoluzione, ricordati sempre quello che ti dico! Anzi lo è, ma il potere non lo prenderemo noi in camicia nera. Lo prenderà Benito con la sua intelligenza e il suo tatticismo. De Vecchi è l’esempio lampante. Mussolini l’ha fatto quadrumviro perché tiene i rapporti con Casa Savoia, sa che l’esercito è schierato.

«Facta ha dichiarato lo stato d’assedio. Nulla potremmo fare, né sarebbe giusto, contro l’esercito che ha giurato fedeltà al re. Cosa credi, Benito ha rinunciato a combattere la monarchia non perché si è convertito, ma perché la rivoluzione fascista non la si farà contro lo stato rappresentato dal Re e dall’esercito di Vittorio Veneto! Vedrai che il Re non firmerà lo stato d’assedio e vuoi sapere perché? Il Re non ci ama, ma teme ancora di più la rivoluzione pussista (da PUS: partito ufficiale socialista) e comunista. Sa bene quello che hanno fatto Lenin e compagni ai Romanoff. Tutti trucidati. Qui si tratta di fare una scelta tra due rivoluzioni. La nostra, che lo ridimensionerà, l’altra che lo impiccherà. Questo vale anche per tutti gli altri. Prendi il Papa, credi che non sappia cosa sta succedendo ai preti in Russia? E gli industriali, che fine hanno fatto quei pochi che c’erano? Vedrai che anche i kulaki, i piccoli proprietari terrieri russi, faranno la stessa fine. Il Socialismo, caro Pietro, ha creato un mostro. I nostri ex compagni non hanno capito che non prendendo le distanze e predicando la rivoluzione, quelli che erano solo contrari sono diventati nemici irriducibili che hanno – e te lo dico con cognizione di causa – sopportato un certo tipo di squadrismo. Anche i compagni intelligenti come Gramsci e il tuo ex amico Palmi, li ricordi? Interventisti con noi nel ’15, si sono prima integrati nella macchina pussista, poi con l’Ordine nuovo hanno dato il via a quell’estremismo ideologico che li ha portati al comunismo di stampo bolscevico.

«Dio solo sa se Mussolini non abbia cercato di superare le divisioni della guerra! Nel ’18, a vittoria conclusa, bastava che i pussisti ammettessero che avevamo ragione nel dire che dopo la guerra tutto sarebbe cambiato, si sarebbe così aperto un nuovo dialogo. Abbiamo mai attaccato il sindacato e le stesse lotte operaie quando erano sindacali e non politiche? E dopo, quando le squadre hanno esagerato con la violenza, non è stato Benito a proporre il patto di pacificazione? E cosa hanno risposto socialisti e comunisti? Calunnie! Come quella, ti ricordi, dei soldi che Benito avrebbe preso dai francesi per fondare Il Popolo d’Italia. C’è mancato poco, e tu lo sai, che sul patto di pacificazione fossimo messi tutti quanti in minoranza. C’è voluto il genio tattico del nostro Duce per volgere in vittoria quella che poteva essere una sconfitta. Il rifiuto dei compagni ha dimostrato al paese chi voleva veramente lo scontro.

«Fallito il tentativo con massimalisti e comunisti, Benito ha tentato con quelli che potevano essere degli alleati naturali, Turati e compagni. Brave persone, ma senza palle! Nemmeno la CGIL c’è stata e allora non bisognava perdere tempo, incanalare i ras e disciplinare lo squadrismo per quanto possibile. Tutto questo Mussolini è riuscito a farlo. Balbo e Grandi si sono inquadrati, De Vecchi, te lo assicuro, non è un grande problema. Benito lo usa, poi se sgarra, vedrai che fine farà. A Napoli, quando Benito ha tenuto il comizio in Piazza del Plebiscito, che è la più grande piazza della città, tra la folla c’erano molti monarchici che hanno iniziato ad acclamare il Re. A quel punto De Vecchi, al fianco del Duce, gli ha sussurrato di gridare anche lui: Viva il re! Benito la prima volta ha fatto finta di non sentire, poi, dato che l’altro insisteva, lo ha fulminato con uno sguardo dicendo: Piantala! Adesso però anche lui è utile, perché l’atteggiamento del re sarà determinante.»

«Ma se lasciamo trattare De Vecchi non faremo mai la rivoluzione!» lo interruppe Pietro.

«Sta calmo – lo fermò Mario. – Ieri ho parlato al telefono con Benito, mi ha detto che ci hanno offerto un ministero, quello degli Interni, e che De Vecchi insisteva perché accettasse. Il Duce mi ha detto: O tutto o nulla! Non si fa una marcia su Roma per diventare il gendarme di questa classe dirigente. Pietro, stammi a sentire, io non so quanto vivrò ancora…»

«Ma ‘t ses mat?» (ma sei matto?) protestò Pietro.

«Fame parlé. Ho una malattia del sangue, una specie di cancro che mi mangia i globuli bianchi, terrò duro più che potrò, ma potrebbe non bastare. Io ho dato la vita per il Fascismo e per la mia famiglia. So che per quanto riguarda Teresina e le cite, te e i camerati non le abbandonerete, ma per quanto riguarda il partito tu sei uno dei pochi di cui mi possa fidare. Il fascismo è nato da pochi di noi, che fin dal primo momento abbiamo seguito il Duce. Non ti nascondo che qualche volta, anche se non te l’ho mai detto, le decisioni di Benito mi hanno lasciato perplesso. Nel Dopoguerra, giustamente, sposa prima le teorie wilsoniane, poi sostiene quel matto di D’Annunzio nell’impresa fiumana. Dopo, di fatto, qui lo dico e qui lo nego, appoggia il compromesso di Giolitti con la Società delle Nazioni. Entra nel listone e ottiene la consacrazione politica in Parlamento, quella tentata e non raggiunta nel ‘19. Anche in questo caso aveva ragione lui. La sua posizione, anche se apparentemente contraddittoria, è servita a mettere i piedi nel parlamento. Se oggi tanti deputati ci sostengono lo dobbiamo a quelle posizioni.

«Prendi il patto di pacificazione. Benito è arrivato quasi alla rottura con i ras, ma ha avuto la forza di proseguire fino a che non si è fatto dire di no, almeno nei fatti, da tutte le sinistre. So che lui voleva farlo, come so che cerca ancora l’appoggio dei riformisti e della CGIL. Si sente sbilanciato dalle squadre dell’Emilia e della Toscana, che usano la violenza fine a se stessa e che inevitabilmente ci condannano all’isolamento. Se la marcia su Roma riuscirà, il merito è solo di Benito. Pietro, se ti lascio solo, ricorda le parole di questa sera: tu non sei un fascista, sei un mussoliniano. Promettilo!»

«Piantala, Mario, io e te faremo ancora tante battaglie e tante mangiate alla Rosa Bianca!» rispose Pietro, spaventato dal tono dell’amico. Per la prima volta contemplò l’ipotesi di perdere quello che era diventato più che un fratello, e di essere lasciato politicamente e umanamente solo. Avrebbe voluto dire ancora tante cose, fare tante domande, ma si accorse che Mario si era addormentato. Il viso pallidissimo, una maschera che non faceva presagire nulla di buono. Pietro quella notte fece brutti sogni.

Al mattino entrava dalla finestra un raggio di sole. Mario dormiva tranquillo, sembrava che il pur breve sonno l’avesse fortificato, il suo colore era tornato normale. Bussarono alla porta.

«Camerata Gioda – urlò una voce, – al telefono da Perugia.» Era Bianchi, che telefonava per avvertire che sua Maestà il Re d’Italia aveva invitato il Cavaliere Benito Mussolini per conferirgli l’incarico non di Ministro dell’interno, ma di Capo del Governo.

Benito ancora una volta aveva vinto……

(Continua)

 

Inserito il:10/03/2020 18:28:33
Ultimo aggiornamento:10/03/2020 18:42:36
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