Aggiornato al 08/08/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Bartolomeo Pinelli (Roma, 1781 - 1835) - Enea ed il corpo di Lauso

 

Eppure Virgilio ce l’ha detto che il gioco bellico è sempre lo stesso.

E che è (da) sempre divinamente (sovra)gestito. Senza appello.

 

di Alessandra Tucci

 

È sul finale, proprio alla fine che si accende il dubbio, quasi a rimanerne fulminati:

Ma stai a vedere che qui Virgilio ci vuole far capire come va da sempre il mondo.

Per chi ha occhi per vedere, chiaro. Il trucco.

Certo, poteva pure dirlo in due parole, una bella citazione da issare sulla bacheca, quella virtuale. Verrebbe da chiedersi perché gli antichi fossero tutti così restii alla sintesi dialettica, quella da slogan che impatta immediato sullo stomaco senza lo sforzo di andare a fondo e ragionare per comprendere, magari il senso autentico. Versi e versi e versi per dirci che era tutto già deciso. Dal fato, ma tu guarda un po’ il caso. E che ogni scelta umana, candidamente ritenuta eroica, era in realtà costantemente sovra-gestita. Divinamente, chiaro. E senza appello.

Verrebbe da battersi il petto, con tanto di mea culpa tre volte recitato, per il tempo sottratto all’epoca dell’efficienza programmat(ic)a al fine di seguire, epopea alla mano, peripezie e gesta di quelle genti antiche narrateci in latino se il sorriso non illuminasse in ogni istante la bellezza di quei versi e di Enea, figlio di Venere che su di lui aveva alla nascita impresso il marchio della magnificenza accanto a quella pietas che ti accarezza il cuore per tutta la lettura. Un eroe di quelli che ti fanno chiedere chi gliel’ha fatto fare a portare ovunque morte e distruzione se il prezzo da pagare era un dolore lancinante per ogni singola sua azione. Affondava la spada, sì, colpiva sempre il bersaglio. Ma dentro, nel suo intimo, lui annaspava in mezzo al pianto.

Comunque, torniamo a bomba. Quella che Virgilio sgancia sulla scena ultima, il gran finale. A polverizzare velleità eroiche e bizzarrie di autodeterminazione della classe umana, quella eternamente manovale. E amen.

Sul campo umano tutti ormai prostrati, questo l’ultimo atto. Enea ferito nell’ennesimo duello con pronto intervento di Venere che figurarsi se lo lasciava alle cure umane senza tirar fuori dalla stola che l’avvolgeva l’erba medicamentosa, istantanea e sana come natura insegna. Sfiniti, quindi. Feriti, stremati, snervati. Tutti, Troiani e Latini, con addosso la freschezza del brontosauro senza più in gola neanche un rantolo per brontolare.

E Giunone appollaiata su una nuvola, “sovr’un nembo dorato” a dirla tutta, “a mirar questa battaglia” di aitanti dinosauri. Ancora. Un avvoltoio incombente sulla scena ad attendere altro sangue. Quello altrui, chiaramente. Con Giove che osservando sospirava ad ogni ghigno della dea, sorella e consorte per (s)ventura, a lasciarla fare quella sarebbe andata ad oltranza. A telecomandare i suoi giocattolini umani senza spezzarsi, lei, neanche un’unghia.

Va, quindi, il prode Giove, dritto da Giunone. A salvare il salvabile e almeno quattro pezzi tra pedoni alfieri e fanti da riporre nella scatola per la partita successiva. E ci va diretto, di intenti e di parole:

“Che agogni di più? Che macchini e che speri? (…) Ch’entro ti rode?”

Già, ti rode disse. Ormai sulla scena s’era palesato, perché in fondo non lanciare giù agli umani un piccolo suggerimento per una successiva strage, magari quella di Erode.

E perché in fondo, già che c’era, non dirla con chiarezza e trasparenza la realtà dei fatti, quella vera, tanto si sa da sempre che il miglior modo per nasconderla è svelarla a tutti e da sempre tutti gli umani - quattro mentecatti a parte della peggior specie, quella discendente da Cassandra che l’evidenza la vede ma resta ignorata - nel leggerla e ascoltarla si limitano a farsi una risata e poi andare incontro a sconfitta certa oltre che, ma tu guarda l’ironia profetica, predetta:  non i condottieri, non eroi e prodi, non soldati fanti e alfieri, no. È Giunone quella che muove, è lei che ordisce e macchina le vicende belliche di tutta quella bella gente che si crede influente e intanto soccombe. Incredibile, eh? E pensare che tutti pensavamo che questo deus ex machina fosse solo un espediente teatrale senza alcuna reale interferenza col libero arbitrio (del popolino) umano.

“Togliti giù da questa impresa ormai, togliti! E me, che te ne prego, ascolta:

Questa è l’ultima fine. Assai per mare, assai per terra, hai tu fin qui potuto a vessare i Troiani, a muover guerra così nefanda (…) Or più tentar non lece. Ed io te lo vieto.”

E che non si dica più, nemmeno nella landa più remota, che chi comanda, il superdio in persona, non ci comunica, in ogni suo intervento audiovisivo, chi ci guida, più o meno tutta la vita: Su in alto la divinità a muovere i fili. Giù in basso gli umani a scannarsi tra di loro eroicamente tutti convinti di non essere burattini in altre mani, ma trecento giovani e forti. E sono morti. Tutti.

Ma lasciamo stare che le apocalissi in fondo portano solo malasorte. Occhio non vede, cuore non duole. E pace. Quella che si spera per un po’ Giunone si decida ad accordare. Per il bene comune chiaramente, sempre da lodare.

“Così Giuno rispose: (…) Ora per obbedirti è perché stanca di questa guerra e fastidita io sono, cedo e più non contendo.”

Obbedienza, certo. S’è stufata di giocare a battaglia navale, semmai questo.

Ma? Cosa vuole in cambio? Perché ci mancherebbe.

“E sol di questo desio che mi compiaccia (e questo al fato non è soggetto).”

Va bene, sì, tolto di mezzo il fato. Quindi?

“Che per mio contento, per onor dei Latini, per grandezza e maestà dei tuoi, quando la pace, l’accordo e il maritaggio fia conchiuso (che sia felicemente) il nome antico di Lazio e delle sue native genti, l’abito e la favella non si mute.”

Vada per la pace, ottimo. È chiaro a questo punto che l’è andato tutto terribilmente a noia. E la noia non perdona, meno che mai la razza superiore, quella divina. Va chiuso questo gioco per poter passare al successivo, questo è chiaro. E l’urgenza di cambiar diletto e passatempo spiega bene perché la dea sia stata di pretese snaturatamente non giunoniche: solo che le pedine del suo colore e la terra sulla quale lei le muove conservino intatti il nome oltre all’idioma agli usi e ai costumi che lei ha gli ha messo indosso, questo chiede. Insomma, di non farle perdere faccia e reputazione, che Enea e i Troiani non asfaltino con una imperiale gettata globale la civiltà a lei devota. E perdindirindina, mica ha chiesto la luna a Diana.

C’è da dirlo: a Giove si stampò immediato un sorriso a tutto tondo. E vagli a dare torto, con quella giunonica fracassatutto poteva andargli infinitamente peggio.

“A ciò Giove sorride, e così le rispose: (…) e tutto io ti concedo che tu domandi, e vinto mi ti rendo (…)”.

Apposto, accordo concluso.

Tra Giunone e Venere. Con intercessione del superdio, l’immancabile Giove.

E già, perché dall’altra parte della scacchiera umana, fronte a Giunone, c’era Venere. A teleguidare il figlio Enea e tutta la troiana gente.

Che poi il dubbio viene, un altro. Che il mega dio galattico di questo umano regno egoico-bellico abbia solo finto di starsene in disparte per poter indisturbato manovrare lui dall’alto il tutto. Insomma, senza dare nell’occhio. Una mano lava l’altra, questo è un fatto. E insieme applaudono. All’inganno riuscito.

Ad ogni modo e comunque (si) gestiscano ai vertici della piramide. Olimpica, non di Giza.

Latini e Troiani probabilmente tutti giù a scommettere. Darsi all’ippica del resto è da sempre l’unica umana possibilità di vincere. Se la sorte consente, chiaramente. E a vincere non è chi ha combattuto, ma solo chi ha puntato sul cavallo giusto, quello di Troia che già gli storici pronostici davano per favorito.

Non il coraggio di Enea, non quello dei Troiani. Non l’arditezza di Turno, non quella dei Latini.

Tutto è stato deciso, gestito, manovrato, svolto e risolto ai piani alti. Quelli divini. Con l’uomo, giù, completamente ignaro.

Un insider del potere, dunque, questo Virgilio. Ma c’è di più. Ed è per chi volesse andare ancora un po’ più a fondo nel messaggio sotteso all’epopea umana narrataci dallo storico latino.

Per andare oltre, nel dietro le quinte mondane, basta prendere il poema e seguire attentamente Virgilio sul campo di battaglia, esattamente lì dove lui conduce chi lo legge e al contempo non gli consente di comprendere lo schieramento in atto: senza eroi messi sulla scena col numeretto in petto per i quali parteggiare con lo striscione ultrà ben fissato al balcone, è possibile osservare la guerra in sé e per sé, completamente denudata da (ispirati) torti o ragioni. Inumana nel senso più feroce, è contro l’uomo, spietata. Cinica nell’imbastire doppio dolore, uccidere e farsi uccidere, insieme. Ingannevole nel far credere acerrimo nemico un perfetto sconosciuto che in altro contesto potrebbe facilmente diventare compagno o amico, sprezzante dell’istinto umano a tendere una mano all’altro e non il pugno, dopante di falsi credo e certezze allucinate, sobillatrice di ogni ego, droghiera di autolesionismo e distruzione. Trasversale. Ogni guerra è trasversalmente insensata. Senza eccezione.

Ancora, di più, ora che tutti siamo qui, su questo sciagurato campo di battaglia. Basta fermarsi, osservare. Guardarlo in faccia lo scempio che si espande a macchia d’olio. Ovunque. Magari lo capiamo, chi può dirlo, che non ci sono vincitori in guerra. Ognuno, qui, è solo sopraffatto. E vinto.

C’è il giovane Lauso su quel campo infernale a far da scudo al padre, Mezenzio. Di fronte Enea, schiacciato dallo strazio del dovergli spegnere sogni e fiato, lui che in cuor suo non vuole uccidere un adolescente senza esperienza alcuna della guerra, non della vita. E sopra tutto, il ghigno dei divini che osservano il dolore sparso ovunque e affondano sull’acceleratore dell’orrore, quello dell’ineluttabile che non concede alternative, spingendo su Enea perché affondi quella sua spada, su Enea che tutti noi crediamo un eroe senza comprendere che non ha alcun potere su di sé e che l’arrestare quel cuore giovane vuol dire vedere il proprio sanguinare. Per primo e senza soluzione.

Il dolore dell’eroe che un eroe non può neanche mostrare. Il viso resta impassibile mentre si china sul corpo quasi infantile al quale ha appena spento l’alito vitale, lui, Enea, lo prende tra le braccia per sottrarlo al fango della morte ovunque, gli terge il sangue che gli imbratta collo e viso, fin sulla guancia. Gli pulisce quei suoi capelli alla moda. Altro non si legge. Un vezzo della pettinatura, solo questo. A mostrarci, nel silenzio che rimbomba, quanta delicata frivolezza, quanta leggerezza, quanta illusione di vita e quanta fede muoiono quando muore un giovane. Virgilio ci mostra come muore la speranza del futuro e come chi la uccide in realtà è sé che sopprime. Dentro, giù, nell’intimo. Una sofferenza, quella di Enea, per la distruzione che lui stesso è costretto a portare ovunque. Senza sollievo. La pietà per l’empietà della quale egli stesso è portatore. Mosso dall’alto, dai potenti dei e dal fato, senza una propria volontà, senza possibilità di scelta. E senza alcuna via di fuga.

E qui, sulla lacrima che scivola giù tra ciglia e cuore, un lampo della Coscienza Universale si riflette e accende rifrangendo ovunque consapevolezza a schegge. Illuminandoci di immenso. Per un momento magico.

E si comprende forse anche il perché Dante – lui che al fato non ha mai lasciato niente – abbia scelto Virgilio come guida propria e di chiunque lo segua nell’infernale percorso di risveglio interiore. Quello coscienziale.

 

Inserito il:02/08/2022 12:17:12
Ultimo aggiornamento:02/08/2022 12:49:06
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