Aggiornato al 19/05/2022

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Voltaire

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Storia della Persia - 2

(seguito)

di Mauro Lanzi

                               

Così parlò Zarathustra

La storia della Persia classica iniziò prima di Ciro il Grande e fuori dai confini dell’Iran attuale, in una località detta Battria, oggi chiamata Balkh, una città situata nel nord dell’Afghanistan, non lontano dal fiume Amu Darja, che segna il confine con gli stati dell’ex Unione Sovietica; qui nacque intorno al 630 a.c. uno dei personaggi più eminenti della storia dell’umanità, Zarathustra.

Zarathustra (o Zoroastro nella dizione greca) non può dirsi un persiano, la nazione persiana doveva ancora nascere, era un battriano, ma comunque un indoeuropeo, un aryas un guerriero, un ariano, della stessa etnia quindi dei futuri persiani, ai quali si può quindi assimilare, anche perché la sua religione si diffonderà principalmente in Persia. Della sua vita conosciamo assai poco, secondo gli Avesta, che sono la sua Bibbia, Zarathustra fu il terzo figlio di una nobile famiglia di allevatori di cavalli, quindi una famiglia benestante: il padre rivestiva anche il ruolo di sacerdote di una piccola comunità, presiedeva alla celebrazione di riti e sacrifici, che avevano lo scopo di ingraziarsi la benevolenza della schiera di divinità, gli “ahura”, che popolavano quel mondo. Zarathustra avrebbe dovuto seguire le orme del padre, ma ben presto sentì il vuoto di quei riti, abbandonò a vent’anni la casa paterna ed iniziò un vagabondaggio che durò dieci o forse anche venti anni; un giorno sulle rive dell’Amu Darja gli apparve un angelo che lo condusse al cospetto dell’Essere Supremo, Ahura Mazda, e da questo “incontro” si racconta che Zarathustra derivò l’ispirazione per la sua dottrina, che parla della lotta cosmica tra le forze del bene e del male, “Ahura Mazda “ (il saggio signore, Dio) e “Angra Mainyu” (lo spirito del male, Satana), della continuazione dell’esistenza dopo la morte, del premio/punizione nell’aldilà, di paradiso e inferno, della resurrezione dei morti nel giorno del giudizio universale; tutto ciò prima che profeti di altre religioni annunciassero gli stessi principi. Si suppone che la ”rivelazione” sia avvenuta tra il 610 ed il 590 a.c., seicento anni prima della predicazione di Gesù Cristo.

Sette, secondo la tradizione furono gli incontri tra il profeta ed il suo Dio, che infine gli ordinò di diffondere la sua fede; Zarathustra iniziò allora la predicazione della sua dottrina, che non fu, ovviamente, bene accolta dai sacerdoti dei riti tradizionali; il profeta fu costretto a fuggire dalla sua patria, Battria, e trovò rifugio presso il principe del regno di Corasmia, che aderì al suo credo. Qui Zarathustra trascorse anni tranquilli, ma alla fine anche qui lo raggiunse l’animosità dei suoi nemici: morì assassinato a 77 anni, intorno all’anno 550 a.c.

Molto si è discusso circa le fonti da cui Zarathustra trasse i lineamenti fondamentali del suo credo, a meno che non si voglia prestar credito alla storia delle apparizioni; una religione monoteista esisteva già, la religione ebraica, ma Ahura Mazda ci appare diverso, più astratto del Dio ebraico, non interviene nelle vicende terrene, non ha un’immagine corporea; ancora oggi gli zoroastriani vengono detti gli adoratori del fuoco, perché solo l’inconsistenza eterea del fuoco può rendere l’essenza della divinità. Secondo alcuni, Zarathustra avrebbe subito l’influsso della religione indiana, non tanto nella versione vedica che era la dottrina ufficiale degli arii e ammetteva un Pantheon di divinità, quanto nella cosiddetta Upanishad (dottrina segreta), la dottrina cosmica predicata da guru eremiti, cui sembra si sia ispirato anche Buddha (che peraltro è coevo di Zarathustra).  

Comunque sia, a Zarathustra bisogna riconoscere alcuni lineamenti innovativi di importanza fondamentale; Zarathustra è l’inventore di Satana, il principio del male, ben diverso da Lucifero, che è un angelo caduto, quindi, in una certa misura espressione della volontà divina; il male nella visione zoroastriana è alternativo al bene e dalla lotta tra i due principi si decidono le sorti degli uomini, che sono chiamati a fare una libera scelta fra di essi. Esistono altri aspetti assolutamente originali della predicazione del battriano, come la vita nell’aldilà o la resurrezione dei morti, per cui è naturale e lecito chiedersi come questi siano migrati nella cultura e nel credo giudaico-cristiano.

Secondo l’opinione di alcuni storici, tutto nasce dalla più grande crisi della storia ebraica; nell’anno 587 a.c. il re babilonese Nabucodonosor conquista Gerusalemme, ne abbatte le mura, deporta parte della popolazione in Mesopotamia; è l’evento noto come cattività babilonese del popolo ebreo.   

Nelle angustie della prigionia i sacerdoti e gli anziani ebrei si trovano in difficoltà a spiegare al popolo i motivi di quella sciagura; perché il loro Dio li aveva abbandonati?  Gli ebrei di quei tempi conoscevano i Dieci Comandamenti di Mosé, sapevano dell’ira divina verso i peccatori, delle concrete punizioni che potevano giungere dal cielo.

Ma quale colpa doveva espiare il popolo ebreo in quei frangenti?

La classe sacerdotale ebraica è obbligata ad una profonda riflessione, ad un ripensamento circa le grandi questioni della vita e della fede; si fanno strada le idee zoroastriane con cui il clero ebreo era venuto in contatto: una giustizia compensatrice nell’aldilà, punizioni o ricompense non in questa vita ma in una vita futura, la resurrezione dei morti in un giudizio universale che verrà alla fine dei tempi, idee che offrono agli ebrei prigionieri una giustificazione del loro stato ed una speranza “che ne infonda al patire virtù”. (Nabucco).

Testimonianza di questi cambiamenti la ritroviamo nel “Libro di Daniele”, un ebreo accolto alla corte di Nabucodonosor grazie alla sua capacità di interpretare i sogni; nel suo libro, che fa parte della Bibbia, si legge: “E molti, sicché giacciono sotto terra, si risveglieranno, certuni per la vita eterna, altri per l’umiliazione e la vergogna eterne”; è la resurrezione nel giorno del Giudizio, che fa parte del nostro credo.  Nell’anno 539 a.c. Ciro il Grande conquistò Babilonia e consentì, da lì a poco, il ritorno degli ebrei in Palestina; i profughi rientrati in patria portarono con sé le idee e le convinzioni maturate durante la prigionia ed intorno a queste si creò il nocciolo della tradizione cristiano-giudaica. 

Indipendentemente da questi aspetti che riguarderanno il futuro delle grandi religioni monoteiste, lo zoroastrismo divenne la religione dominante in Persia, sia con i re della dinastia Achemenide, che con i Sassanidi che regnarono sulla Partia dal III secolo dopo Cristo: per gli Achemenidi ci possiamo riferire a varie iscrizioni, tra cui ricordiamo quella sulla tomba di Dario I:

“Così dice il re Dario: tutto ciò che da me fu fatto io lo feci seguendo la volontà di Ahura Mazda. Ahura Mazda mi diede il suo sostegno ed io eseguii …”

Una professione di fede sufficientemente chiara, anche se non risulta che i re persiani abbiano mai cercato di imporre una religione propria ai popoli da loro governati. Con il passare degli anni si venne a creare una casta sacerdotale, ai cui esponenti veniva attribuito il titolo di “magi”; è possibile che i “Re Magi” che noi ricordiamo all’Epifania, altro non fossero che sacerdoti zoroastriani, che si erano recati a Betlemme per una profezia a loro nota.

Caduto l’impero achemenide le vecchie divinità cominciarono a riprendere piede, mentre declinava lo zoroastrismo; un deciso rinnovamento, una ripresa si ebbe solo con l’ascesa al trono nel III secolo d.c. della dinastia sassanide; il grande re Ardaschir I chiamò a corte i sacerdoti fedeli della “pura dottrina” e li incaricò di ripulire i templi nel nome di Zarathustra.

 Zarathustra, come altri grandi predicatori, da Gesù, a Buddha, a Maometto, non aveva lasciato nulla di scritto, gli si attribuiscono solo degli inni (i “Gatha”); è nel periodo sassanide che, per incarico di diversi monarchi, i fondamenti della religione di Zarathustra sono raccolti in un testo scritto, gli Avesta (“Sapere”), cui fanno seguito gli “Zend Avesta” (Avesta commentato). Secondo alcuni commentatori la dottrina esposta negli Avesta potrebbe essere diversa in alcuni aspetti da quella predicata da Zarathustra; in alcuni frammenti giunti fino a noi, si accenna alla figura di un Salvatore o soccorritore, nato da una vergine, che dovrebbe liberare gli uomini dal male; è improbabile che questo racconto sia attribuibile al predicatore battriano, probabilmente si è trattato di un contributo posteriore, ma, per il resto, i fondamenti della sua dottrina sono enunciati correttamente e divengono il credo dei persiani per altri quattro secoli, fino all’arrivo degli arabi, la cui religione, l’islamismo soppiantò rapidamente lo zoroastrismo.

Prima che ciò accadesse, lo zoroastrismo doveva lasciare un altro importante contributo alla storia dell’umanità, il manicheismo; il movimento deriva il suo nome da un teologo e predicatore di nome Mani, vissuto in Persia tra il 216 ed il 277 d.c., che elaborò una dottrina  basata sul sincretismo tra cristianesimo, buddismo e zoroastrismo, dottrina che ebbe inizialmente un notevole seguito. Si convertirono al manicheismo anche il re sassanide Shapur e la regina di Palmira Zenobia, oltre a vasti strati della popolazione; poi, morto Shapur, la reazione della classe sacerdotale ortodossa zoroastriana cominciò a guadagnare terreno, fino a che Mani fu imprigionato e sottoposto a tortura; morì da martire.  Il manicheismo porta alle estreme conseguenze il confronto tra principio del bene e principio del male già illustrato da Zarathustra: Mani predica una sorta di cosmologia dualistica tra il bene ed il male, rappresentati il primo dalla luce e dal mondo spirituale, il secondo dalle tenebre o dal mondo materiale, due mondi separati ed antitetici, perennemente in lotta tra di loro. Mani considera le sue rivelazioni come il punto di arrivo di precedenti profezie redentrici, da Abramo, a Buddha, a Zarathustra, a Gesù ed in effetti trae elementi da ciascuna di queste, come non violenza, povertà, vocazione missionaria, visione escatologica, confessione dei peccati, doppia morale, più severa per il clero (gli Eletti o Perfetti) che per il popolo ed altro ancora. Il manicheismo, malgrado le persecuzioni ebbe una diffusione importante, ricordiamo Sant’Agostino, che prima della conversione era un manicheo, oppure l’eresia catara che riprodusse in molti aspetti, compreso il nome dei preti (i Perfetti), l’esempio di Mani. Il retaggio più significativo della predicazione di Mani lo troviamo ancora oggi nelle religioni riformate, quelle ispirate alla predicazione di Calvino soprattutto, in cui la visione manichea del mondo è ancora molto radicata nell’animo dei credenti.

Al giorno d’oggi gli zoroastriani sono ridotti a poche decine di migliaia di adepti, presenti principalmente in Iran ed in India, tollerati nei paesi islamici, perché di religione monoteista. Tra i moderni seguaci di Zarathustra si annoverano anche nomi famosi, come il grande direttore di orchestra Zubin Metha, ma le principali tracce dello zoroastrismo le ritroviamo nelle tre grandi religioni monoteiste, ebraismo, cristianesimo e islamismo, che da Zarathustra hanno derivato alcuni dei loro fondamenti essenziali.

(Continua)

Inserito il:17/02/2022 12:20:12
Ultimo aggiornamento:17/02/2022 12:35:36
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