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Aggiornato al 21/06/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

The Koh-I-Noor, o Montagna di Luce, nella sua incastonatura originale

 

Le civiltà d'Oriente - Storia dell'India - 6

(seguito)

di Mauro Lanzi

 

L’età dei Moghul

1) Babur, il conquistatore

Le devastazioni portate da Tamerlano, ma ancora di più le ribellioni di vaste aree del paese e le accanite lotte di potere tra diversi aspiranti al trono della dinastia Lodi, l’ultima regnante, avevano gravemente indebolito il regime di Dehli, aprendo così le porte all’invasione Moghul.

Moghul significa mongolo e questo era il nome che si erano attribuite le orde di Tamerlano, il quale vantava anche una discendenza da Gengis Khan (non vera): anche i suoi uomini non erano mongoli, ma turkmeni, uzbeki ed altre genti della steppa. Tamerlano non fu un conquistatore ed ancor meno un fondatore di imperi, fu solo un feroce razziatore; alla sua morte avvenuta nel 1405, mentre marciava contro la Cina, di tutte le sue imprese non rimase nulla se non un regno relativamente piccolo, se paragonato all’ampiezza delle sue scorrerie, con capitale Samarcanda. I suoi discendenti non seppero mantenere integro neppure questo nucleo centrale, che venne frammentarsi in una serie di piccoli khanati, perennemente in lotta tra di loro; in uno di questi, il Fergana, nacque nel 1483 Zahir-ud-Din (lett. “sostegno della fede”), figlio del khan locale, un timuride, e di una principessa mongola, lontana discendente di Gengis Khan; morto il padre quando aveva solo 11 anni, Zahir-ud-Din è costretto ad affrontare, ancora adolescente, le difficoltà che possiamo immaginare: gli ufficiali dell’esercito paterno, però, gli giurano fedeltà, così per due volte il giovane kahn tenta l’impresa fin troppo audace della conquista di Samarcanda, ma per due volte è costretto ad abbandonare la città ed alla fine viene privato anche del trono paterno e costretto all’esilio con un piccolo numero di seguaci. Proprio in queste circostanze, Zahir-ud-Din dà prova del suo carattere e del suo coraggio indomito, guadagnandosi l’appellativo di “Babur”, la Tigre, con cui è passato alla storia. Grazie alla sua fama, quando si presenta l’opportunità del trono di Kabul rimasto vacante, Babur riesce a riunire una piccola truppa e nel 1504 occupa Kabul.

 Da qui inizia la vicenda incredibile di questo giovane condottiero: la sorte lo aiuta, il suo principale avversario Shaybani Khan, che si era impadronito di Samarcanda ed Herat decide di ampliare il suo dominio verso ovest, ma si scontra con il fondatore della potenza persiana Shah Ismail che lo sconfigge in battaglia e lo uccide (1510): il suo cranio trasformato in coppa rimase per secoli nel tesoro degli Shah dell’Iran, fino a Reza Pahlevi.  Babur approfitta della circostanza e, alleatosi con i Persiani conquista Samarcanda; dai Persiani, poi, trae un’altra idea, l’impiego delle armi da fuoco già diffuse in occidente; Babur ne acquista un buon numero dall’impero ottomano, che le aveva già largamente impiegate nella sua espansione verso occidente (1526, Mohacs).

Così rafforzato, la ”Tigre” volge il suo sguardo all’India; conquistato nel 1513 il mitico passo Khiber, che sarà poi per secoli la frontiera dell’impero britannico, Babur inizia la prudente avanzata verso le pianure gangetiche e nel gennaio 1525 occupa Lahore; qui lo raggiunge l’ambasceria di un pretendente della famiglia Lodi che l’incoraggiava ad intervenire contro il sultano sul trono, Ibrahim Lodi: il 12 Aprile 1525 il piccolo esercito di Babur (contava al massimo 15.000 uomini) si scontrò nella pianura di Panipat, presso Dehli, con l’armata di Ibrahim Lodi che sembra ammontasse a quasi 100.000 uomini; Babur aveva appostato la sua artiglieria dietro una barricata di carri: così protetti, i cannoni aprirono il fuoco sulla muraglia di elefanti che precedeva le fanterie e ne fecero strage, volgendo in fuga i superstiti. Nel disordine che ne seguì, la cavalleria afgana caricò sui lati travolgendo le truppe indiane: a sera più di 20.000 indiani giacevano a terra, tra loro lo stesso Ibrahim. La sera stessa Babur entrava in Dehli, pochi mesi dopo conquistava anche Agra, residenza dei sultani ed assumeva il titolo che sarà anche dei suoi successori, “pandishah”, imperatore.

Il bottino, che comprendeva il tesoro del sultano, fu ingentissimo e Babur lo distribuì con grande larghezza alle sue truppe: rimase a lui ed è da ricordare un diamante di 186 carati che diventerà famoso; detto anche “Gran Moghul”, è noto oggi come Koh-I- Nor, letteralmente “la montagna di luce”. Donato alla Regina Vittoria, si dice da un principe indiano (ma non è certo), oggi è incastonato nella tiara della Regina Elisabetta II; ha la fama di diamante maledetto, è stato anche al centro di una dura controversia tra Gran Bretagna e India, che ne sollecitava la restituzione.

Le difficoltà per Babur non erano finite; la confederazione Rajiput, mai domata del tutto, colse l’occasione per insorgere sotto la guida di un capo leggendario, Rana Sanga, che vantava un’ascendenza divina, in guerra aveva riportato ottanta ferite, perdendo un occhio ed un braccio: nel 1527 Rana Sanga riuscì a circondare l’esercito afgano a Khanua, quaranta km da Agra, la disfatta appariva certa. Babur, disperato, fece spezzare tutte le sue preziose coppe, giurando che non avrebbe fatto più uso del liquido proibito (era un forte bevitore) e fece distribuire a tutti i frammenti tra i soldati; non si sa se l’accorgimento sia valso a risollevare il morale della truppa, ma Rana Sanga commise l’errore di attendere troppo a lungo, la coalizione, minata da rivalità interne si dissolse e la “Tigre” riportò a Khanua un’altra vittoria. Nel 1529 anche l’ultimo esercito indiano, riunito dal fratello di Ibrahim Lodi, Mohammud, fu annientato dagli Afghani; il dominio di Babur non aveva più ostacoli. La ”Tigre” non gustò a lungo il suo trionfo, moriva l’anno seguente, nel 1530, a soli 46 anni, forse di tifo. Babur non fu soltanto un geniale stratega, ma anche un uomo molto colto, animato da una inestinguibile curiosità intellettuale, che è riflessa nelle sue memorie, dove ci parla di animali, piante, panorami, città, tutto quanto aveva visto e vissuto.  La “Tigre” non amò mai i territori che aveva conquistato, rimpiangeva la frescura delle sue montagne, della terra conquistata apprezzava solo le ricchezze; era solito dire che in India non aveva mai trovato né una fonte di acqua fresca, né una donna onesta. 

2) L’Impero

Babur non fu fortunato con la discendenza; il figlio Humayan era un debole ed un oppiomane, interessato più all’astrologia ed ai giochi di corte che all’esercizio del potere, non riuscì a conservare a lungo il regno ereditato dal padre; delle sue debolezze si resero ben presto conto i suoi fratelli, che cominciarono a ribellarsi, i portoghesi, che sbarcati a sud si impadronirono di Goa ed iniziarono a tramare con i raja locali, gli stessi ufficiali del padre, che non erano disposti a seguire un incapace; tra di questi primeggiava un afghano, Sher Khan Suri, che ben presto si dichiarò indipendente e cominciò ad avanzare pretese anche sul Bengala. Humayan tentò di affrontarlo, ma fu sconfitto in due scontri successivi e costretto a rifugiarsi in Persia. Sher Kahn governò per cinque anni sull’India settentrionale, dando prova di essere un grande statista: organizzò una valida amministrazione, un fisco efficiente, che lasciò in eredità ai suoi successori, impiantò anche un geniale sistema postale; fece costruire semplici stazioni di posta lungo le principali strade, ad intervalli di 1 km circa, e le dette in gestione a corrieri postali esentati da ogni imposta, così una missiva poteva percorrere fino a 200 km al giorno.

Il paese raggiunse condizioni di grande benessere; si pensi che sulla stessa superficie su cui vivevano 24 milioni di persone, oggi ne vivono 300, ma la superficie coltivata è cresciuta solo di un terzo ed i capi di bestiame erano all’epoca otto volte più numerosi che oggi.  Sher Kahn non riuscì a godersi il suo successo, né riuscì a fondare una dinastia perché fu ucciso in battaglia nel 1545. Humayan riuscì a tornare a Dehli con l’aiuto di un potente esercito persiano, aiuto pagato anche con la cessione del famoso Koh-I Nor, ma fu solo per lasciare rapidamente il posto al figlio tredicenne, Akbar il”Grande”. 

(Continua)

 

Inserito il:26/05/2021 19:54:15
Ultimo aggiornamento:05/06/2021 17:51:02
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