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Aggiornato al 19/11/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Bob Orsillo (Lewistone, Maine, USA - ) - World Factory

 

“La costruzione della Società di Massa” - CAPITOLO III

 

Lo sguardo miope di chi abita all’interno della “Società-Uovo

(seguito)

di Camilla Accornero

 

Leggevo con insaziabile curiosità. E più la comprensione del testo risultava ostica, più ardente il desiderio di conoscere accendeva il mio animo. Sfruttai le poche ferie che mi erano concesse dal lavoro per analizzare le raffinatezze linguistiche di una scrittura poco nota, per non dire sconosciuta, alla mia versione meno canuta.

Trascorrevo giornate intere nell’intento di comprendere le funzioni di una metafora e quali seducenti immagini fosse in grado di evocare attraverso il linguaggio. Così sterili e prive di anima erano state le parole che avevo sempre pronunciato! Quali incolmabili lacune aveva la neolingua che mi era stata insegnata! La società aveva fatto un terribile torto al linguaggio, lo aveva depersonalizzato spogliandolo di qualsiasi imbellettamento, privandolo di sfumature… riducendolo a mero strumento. Vivevo nell’era della mortificazione della parola.

L’Osservatore aveva dimostrato particolare interesse verso un utilizzo barocco, -terminologia che posso permettermi di utilizzare solamente ora, giunto ad una veneranda età-, del linguaggio, ricco di fronzoli, minuziose descrizioni e inutili giri di parole. Nutriva una vera e propria devozione per la retorica, tant’è che non di rado si sbizzarriva aggiungendo similitudini e metafore in maniera quasi spasmodica, talvolta impuntandosi su determinati termini e riproponendoli di continuo. Come fece con la parola “uovo”, ad esempio. Ancora ricordo le ore impegnate nel tentativo di comprendere che non si stesse riferendo all’uovo comunemente inteso. E tantomeno potevano in alcun modo risultare pertinenti al discorso termini correlati, quali galline, pollaio, gallo, frittata… Certamente figurarsi un uovo come un sistema sociale e non come una semplice proteina fu un fatto oltremodo curioso e del tutto inaspettato. Andava al di là della mia più fervente immaginazione.

Lo scrittore del memoriale si era divertito a tratteggiare con poche ed essenziali pennellate, -metaforicamente intese naturalmente-, un ritratto molto vivido della Società dell’Immagine, antenata della società in cui ero nato e cresciuto, benché non così lontana dalla contemporaneità come si sarebbe potuto supporre. Si trattava di un passato lungi dal poter essere considerato parte di quella che la Lobby tacciava come “cultura antica”, lasciata volutamente perire e soccombere nel dimenticatoio. Il mio presente non era che il “futuro prossimo” del passato a cui si stava riferendo.

Per come le mie competenze dell’epoca mi permisero di comprendere la struttura della società-uovo, riuscii a stabilire al suo interno la compresenza di individui molto diversificati tra loro; malgrado venisse esaltata, tanto allora come oggi, l’uguaglianza (intesa come eguali opportunità e uniformità psicofisica). La società-uovo figurava come un sistema chiuso, in cui pochi eletti potevano godere del privilegio di restarsene ai margini, cautamente seduti sul guscio, che seppur fragile permetteva loro di avere una visione completa dei fini meccanismi del sistema, quegli stessi che avevano imparato ad orchestrare e dirigere con una non indifferente cura per i dettagli. L’unica incognita risiedeva, invero, nella potenziale fragilità del guscio, esposto al rischio di creparsi al primo accenno di qualche inquieta agitazione interna. Risultava pertanto imperativo per i pochi privilegiati che le masse rimanessero “al sicuro” all’interno dell’uovo, nella comfort zone creata appositamente per loro dall’élite, quella stessa che si sarebbe successivamente autoproclamata Lobby della Società dell’Immagine, riscuotendo un pressoché unanime consenso.

Nonostante l’Osservatore avesse dipinto una tale impietosa situazione, riuscì a ravvisare in alcuni individui relegati all’interno del tuorlo, metaforicamente inteso, una voce fuoricampo, un coro costante desideroso di farsi largo tra la viscosità dell’albume per rompere il guscio dall’interno. Cosicché, pur rimanendo in una posizione subalterna rispetto alla Lobby, poiché prigionieri del sistema, questi individui, gli Osservatori per l’appunto, godevano di una peculiarità tanto temuta quanto sbeffeggiata dalla Lobby e, viceversa, del tutto incomprensibile per la Massa.

Dopo notti insonni trascorse con il naso immerso nelle pagine dei libri, capii, infine, quale ruolo avessero giocato gli Osservatori e quale straordinario privilegio fosse stato per me, -inetto e spocchioso docente-, potermi elevare dalla condizione in cui versavo, schiavo volontario di una società occupata a mantenere la popolazione in un ben mascherato stato di sudditanza, per ascendere alla ristretta cerchia di individui schiacciati dalla consapevolezza che rendeva patente l’ingiustizia della loro esistenza. Se la conoscenza della verità era da un lato sintomo di ingegno e acume dell’intelletto, era altresì una condanna: la realizzazione che spesso ciò che conta non è quanto si vale come persone ma di quanto potere e ricchezza si è detentori. Così, malgrado la refrattarietà nell’accettare quell’iniqua condizione, molti Osservatori, costretti a provvedere alle esigenze primarie cui ciascun individuo non può prescindere, scesero a patti con la Lobby: tacevano la verità (quella che ragionevolmente credevano essere tale) in cambio di qualche esiguo privilegio.

Tacciarli come corrotti sarebbe stato ingiusto, nonché una semplicistica speculazione, ciononostante non erano ben voluti dagli altri Osservatori, fedeli sino alla fine nel perorare la nobile causa che li abissava nel turgido stato di rivoltosi e sovversivi.

Io, povero abitante dello stadio finale della Società dell’Immagine, dovetti iniziare a fare i conti con una nuova realtà, capace di dischiudere per la prima volta uno sguardo troppo miope. Non nego che fui uno sciocco credulone per tutta una vita, ma perseverare nell’autoinganno, per quanto avesse potuto preservare l’integrità del mio orgoglio, avrebbe finito col rendermi una persona vile e amorale, che preferisce nascondersi dietro una facciata di copertura piuttosto che affrontare a viso aperto le realtà e fare i conti con i propri errori. Non posso esimermi dall’affermare che ancora oggi non è del tutto scomparso il senso di vergogna che provai all’epoca degli eventi dinnanzi a cotanta stoltezza; rendersi conto di aver trascorso tutta una vita nella menzogna non è facile da accettare e molti, infatti, scelgono di non farlo. Preferiscono perpetuare la farsa nell’illusione di poter conservare la propria rettitudine. Ma io no. Si poteva dire di me che ero stato uno sciocco, un credulone, uno stolto, ma mai ipocrita.

Alla fine scelsi di non essere vile, non per ricevere encomi o lodi qualora si fosse scoperto che lo schieramento in cui avevo deciso di riporre fiducia si fosse dimostrato quello che sapeva descrivere senza nascondersi dietro imbellettamenti di facciata la realtà artificiosa in cui vivevo, ma per rispetto verso me stesso. Volevo essere migliore di tutti coloro che per innumerevoli decenni si erano divertiti a comandare su una società di marionette tirandone i fili a proprio piacimento e infarcendole con menzogne, neanche fossero state oche da foie gras!

Poco a poco presi coscienza di come mi fossi totalmente assuefatto alla neolingua, il modo di esprimersi ideale per addestrare intere legioni di nuovi individui-massa. Una lingua zeppa di vocaboli dalla valenza ambigua o fuorviante, che molto lasciava alla libera interpretazione del singolo. È superfluo specificare che scritti poetici e letterari non esistevano, e tutt’ora non esistono, nella Società di Massa, quindi l’utilità di lasciare a briglie sciolte la dubbia capacità degli individui di interpretare qualsiasi tipologia di testo, -che fosse di economia, piuttosto che di politica o finanza non faceva una gran differenza-, non trovava alcuna giustificazione. Senza contare che si trattava di un modo di fare già calcificato nella quotidianità; risaliva infatti ad almeno una cinquantina di anni prima.

L’Osservatore aveva lottato per far sì che ogni nuovo lemma introdotto nel linguaggio acquisisse un significato univoco o una serie di accezioni determinate e determinabili dai differenti contesti, al fine di rendere ogni singolo vocabolo comprensibile a tutti e non oggetto di interpretazioni arbitrarie basate sul proprio tornaconto personale.

Patente fu il suo fallimento. La neolingua, a miei tempi, era ormai diventata un segno distintivo della Società di Massa. La Lobby aveva dimostrato di saper giocare bene le sue carte. La mossa vincente era proprio consistita nel far leva sull’ambiguità semantica e sulla vaghezza, perché aveva permesso niente meno che la decostruzione graduale della realtà e, parallelamente, era riuscita a diffondere e a plasmare un nuovo paradigma etico capace di modificare a proprio piacimento le basi culturali.

E questo fu pressappoco l’inizio della rivoluzione morale, le cui radici affondavano nella negazione della realtà sino ad allora conosciuta. Nacque così una società fondata su una costruzione artificiosa della realtà, svilita e deprivata di carattere stabile e oggettivo. Ciò permise la rapida diffusione del relativismo nichilista: la prima ed essenziale tappa per offrire, solo in seconda istanza, una più congeniale verità, già preconfezionata naturalmente.

L’élite si era guadagnata il favore della Massa e di coloro che si erano mostrati più reticenti nell’abbracciare il nuovo diktat donando un principio fondante capace di irretire anche il più scettico degli animi: l’assoluto diritto di scelta. Un diritto che prescinde da implicazioni etiche e morali e che invita, -a livello macroscopico-, il singolo alla libera interpretazione delle strutture sociali, economiche, politiche, spirituali; un principio che innalza l’uomo a vero padrone di sé (almeno in apparenza), capace di attribuire la propria personale spiegazione a qualsiasi evento.

Il passo successivo era consistito nell’appropriazione dell’intero panorama culturale, ottenuta stante la monopolizzazione statale degli apparati educativi.

Dalla lettura del memoriale riuscii ad evincere che la differenza primaria tra gli Osservatori e il resto della Massa risiedesse, in ultima analisi, nella capacità intuitiva dei primi nel riconoscere nei comportamenti dei plutocrati le avvisaglie del ritorno degli spettri di un pericoloso passato, che il tempo e l’ipocrisia avevano sepolto sotto strati di menzogne e abili cantastorie avevano opportunamente riscritto per renderlo coerente con il volere della Lobby.

La strumentalizzazione della storia è da sempre l’arma vincente per ogni buon intrigo.

 

(Continua)

Inserito il:27/08/2019 18:56:45
Ultimo aggiornamento:08/09/2019 12:13:41
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