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Aggiornato al 13/06/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

John Rathbone (Chesire, UH, 1750 – 1807) - An Italian landscape with a monastery

 

Pensieri sulla Trappa di Sordevolo

di Giuseppe Silmo

 

Un giorno scoprii, piano piano, sui manoscritti della Parrocchia di Sordevolo, ameno paese distante 7 km da Biella, un’incredibile storia avvenuta nel Settecento sulle sue montagne. Si parlava di pandemia dei greggi di pecore e di provvidenziale salvezza di quelli di un signore di nome Ambrosetti, che poi scoprii essere il più ricco imprenditore laniero e tessile del Biellese. Quello che mi appassionò fu il seguito, dove questo signore, in perfetto stile dell’epoca, volle dedicare una cappella, non alla Madonna di Oropa, come uno si aspetterebbe, vista la vicinanza del Santuario, ma alla Santissima Trinità e alla Sacra Famiglia. Scelta teologica molto complessa, ma fatta forse per segnare una propria identità di fede. Il manoscritto, del 1751, con la richiesta fatta al Vescovo di Vercelli per ottenere il permesso, nasconde, tuttavia, un pensiero e un’intenzione sottostante. Infatti, una nota rimanda al fondo della lettera, dove in caratteri minuti viene scritto “con qualche comodo d’abitazione in adiacenza della medema cappella.”

 

 

 

A mille metri, tra i monti di Sordevolo, nasce così, in forma semiclandestina, un imponente edificio, noto come “la Trappa”, perché, nel 1796, viene ceduto ai monaci Trappisti.

Dal primo giorno che lo vidi, con gli amici dell’Associazione della Trappa durante i lavori di ristrutturazione e messa in sicurezza, ne rimasi stregato. È l’unico posto dove io ritrovo completamente la serenità e la tranquillità nel profondo del mio animo.

Il fascino del posto è innegabile. Al fondo di una stretta valle, tra il massiccio del Mombarone, che degrada nei pascoli delle Salvine fino a raggiungere il torrente Elvo e la sponda opposta, che sale su verso l’alpeggio delle Sette Fontane, immediatamente sotto le rocce verticali del Mucrone, nella regione di Vaneij, sorge la Trappa.

Salendo dalla mulattiera, che arriva da Sordevolo, vedi dapprima la parete imponente del Mucrone, che si staglia nell’azzurro del cielo e poi sorgere la Trappa in mezzo al verde dei suoi prati. Un luogo dove vige il silenzio, rotto solo dal cinguettio degli uccelli e dal suono dei campanacci delle mucche. Proprio sotto vi è la mulattiera che raggiunge il colle per la Valle d’Aosta, da cui passavano le transumanze delle mandrie bovine di Sordevolo per la valle d’Ayas e i viatores, i viandanti medioevali.

Sulla mulattiera poco sotto la Trappa, nel Cinquecento, fu eretta una cappelletta dove i viandanti si fermavano per una breve preghiera.

Un posto che ispira la spiritualità e la religiosità. Nei secoli lontani della preistoria questi luoghi ispirarono l’incisione di una pietra con un pugnale sacrificale, ritrovata proprio alla Trappa. Evidentemente un segnale della religiosità del tempo che già aleggiava in quei luoghi.

Ricordo con nostalgia le ore passate a interpretare e a trascrivere le scritte dell’Antico e Nuovo Testamento e di altri testi sacri, testimonianze di fede profonda dei monaci Trappisti, per pubblicarle nel libro La storia della Trappa.[1] La lettura sugli archi e le pareti del monastero era resa difficile dal degrado e dalla patina del tempo trascorso.

Immerso in questi ricordi legati all’ambiente così suggestivo, nella mia mente ha preso forma lo svolgersi della visita al Monastero della Trappa del Vescovo di Biella, Giovanni Battista Canaveri, il 31 agosto 1801. Biella era diventata diocesi nel 1772. Mai era successo che un Vescovo, in forma solenne, entrasse così profondamente in quella valle angusta. Un avvenimento unico, la cui narrazione mi è rimasta fortemente impressa, non solo per l’eccezionalità dell’evento, ma soprattutto per la scenografia in cui si è svolta la visita.

Giovanni Battista Canaveri conosceva i Trappisti, perché era stato in passato a Torino e, al loro arrivo in fuga dalla Francia rivoluzionaria, li aveva aiutati, grazie alle sue entrature alla corte sabauda, in una loro prima sistemazione in quel di Saluzzo, nel territorio di Barge.

Il giorno precedente, Monsignor Canaveri aveva amministrato, a Sordevolo, la Cresima a duecento persone, fra cui a due monaci Trappisti.

La Regola dei Trappisti, che prevede ogni particolare della vita monastica, ha anche in questo caso una precisa procedura: “Se il Vescovo della Diocesi facesse alla Trappa l’onore di visitarla, va tutta la Comunità a riceverlo, e lo accompagna processionalmente alla Chiesa, donde vien pregato dal Superiore, che voglia passare al Capitolo, affinché ivi compiacessi di dare qualche istruzione a tutti i Monaci, e di benedirli”.

La Relatio Visitationis Pastoralis Monasterii Cistercensis, redatta dalla Curia, ci conferma che anche in questo caso la Regola è stata rispettata: il mattino del 31 agosto il Vescovo, su un cavallo mandatogli dal Monastero, parte da Sordevolo accompagnato da alcuni sacerdoti sordevolesi, tra cui il parroco Don Fiorina e da prelati di Curia. Al suo avvicinarsi alla Trappa il Superiore Francesco di Sales gli manda incontro ad accoglierlo Fra Sebastiano, che lo scorta al Monastero. Accanto alla porta d’ingresso, “Portam ingressus”, è stato eretto un atrio con le fronde degli alberi e con una scritta in latino, tratta dal Vangelo di Giovanni: “FUIT HOMO MISSUS A DEO, CUI NOMEN ERAT IOANNES (Venne un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni). Chiara allusione al Vescovo Canaveri, il cui primo nome è appunto Giovanni. Sotto questo atrio è collocata la “Sedes”, ossia la Sedia per il Vescovo. Dietro la Sedia vescovile sta il Superiore Francesco di Sales con in mano la Croce, che poi dà da baciare al Vescovo, quindi, tutti in processione dietro la Croce, i monaci, il clero e il Vescovo con alla sua sinistra il Superiore si avviano alla chiesa esterna per l’adorazione del SS. Sacramento.

Con tutta probabilità la “Portam ingressus” indicata nella Relatio è quella del lato Nord/Ovest, collocata all’arrivo della mulattiera, con a fianco e di fronte un’ampia area per contenere l’atrio arboreo per l’accoglienza del Vescovo e per il raduno di quanti dovevano partecipare al saluto d’arrivo e alla successiva processione.

Immaginiamoci lo svolgersi dell’avvenimento immerso nel paesaggio montano: la giornata è stupenda, di fronte abbiamo il Mucrone, dalle cui pietraie degradano i pascoli, di lato al portone d’ingresso del monastero, sotto un ampio atrio di rami verdi, presumibilmente con le ampie foglie dei castagni, sta il Vescovo, assiso sulla sua Sedia, con la mitra e il bastone pastorale, simboli della sua prerogativa episcopale e della sua autorità, circondato dai monaci e dai prelati; poi, tra i canti liturgici la processione, guidata dalla Croce, si snoda in un ampio cerchio salendo verso la Chiesa. L’oro dei paramenti, il verde dei prati, il silenzio della montagna su cui s’innesta la maestosità del canto gregoriano, danno luogo a una scena unica e irripetibile tra le montagne di Sordevolo.

Adorato il SS. Sacramento, il Vescovo si ritira nella “Cameram hospitalitatis”, la Sala degli Ospiti.

La Relatio non ci dice se durante il ritiro nella “Cameram hospitalitatis” viene servito il pasto di mezzogiorno, tuttavia è praticamente certo, data l’ora presunta e la funzione principale di tale stanza. Il pasto, tuttavia, non può che essere frugale, seppure con qualche concessione rispetto a quello servito nella mensa dei monaci. La Regola precisa, infatti, che “non si dà mai carne a qualunque sia l’Ospite, ma solo la qualità dei cibi, di cui può mangiare la Comunità, questi però si preparano con qualche intingolo, che ne rilevi un po’ il gusto”, e ancora, agli ospiti, “se le entrate del monastero il permettono, loro si dà vino, e pane migliore; altrimenti debbono contentarsi del pane comune, e di quell’acqua fermentata che [...] abbiamo detto prepararsi per gli infermi”.

Dopo il non riportato, ma sicuramente avvenuto, pasto frugale, continua la visita pastorale.

Il Vescovo convoca nella chiesa esterna tutti i monaci e i prelati che lo hanno accompagnato e a beneficio dei monaci tiene, come dice il relatore, una “concionem”, ossia un discorso, sulla Regola e i relativi doveri dell’Ordine Trappista. E chi meglio di Canaveri poteva tenere questo discorso, visto che, quasi sicuramente è lui quell’autore “Anonimo” dellaNotizia Compendiosa dei Monasteri della Trappa” edito a Torino nel 1794, dove viene puntualmente riportata la Regola dell’Ordine.

Quindi il Vescovo procede alla Visita Pastorale in termini ispettivi, come era tenuto a fare: ispeziona quindi il tabernacolo, gli arredi e i paramenti sacri e, dice il relatore, “approbavit”, avendo trovato tutto in perfetto ordine e conforme alle disposizioni liturgiche. Poi visita l’Oratorio e l’intero Monastero e anche qui trova tutto conforme “ad canonum regulam”.

Unultima benedizione e poi prende la via di Sordevolo, da cui prosegue per Biella.

Questo è stato un giorno importante per il Monastero, non solo perché visitato solennemente dal suo Vescovo, ma per tutte le implicazioni che questa visita ha comportato e può comportare. Innanzi tutto una tutta locale, ma estremamente importante: il Vescovo ha portato con sé alla Trappa tutto il clero sordevolese, tra cui quel Don Fiorina, punta dell’opposizione all’ingresso dei Trappisti nel territorio di Sordevolo, che si era rifiutato di benedire il Monastero. Visita, quindi, di conciliazione con il territorio. La seconda implicazione è più politica, perché Canaveri, non è un Vescovo qualsiasi, ma è in forte consonanza con il governo francese. La visita, quindi, non può non avere anche un valore politico di rassicurazione per il futuro dei Trappisti. Se queste erano le speranze dei Trappisti e l’intento del Vescovo, purtroppo gli avvenimenti ebbero un corso ben diverso.

Nell’agosto 1802, Napoleone estende al Piemonte i provvedimenti per la soppressione delle corporazioni religiose. I Trappisti devono così lasciare il complesso di Vaneij, che viene confiscato e messo all’incanto alcuni anni più tardi. Riacquistato, dopo una combattuta asta, dai vecchi proprietari, gli Ambrosetti, viene affittato a una famiglia di margari, che vi rimarranno per 140 anni, occupando l’ala superiore, oggi adibita a foresteria. Tutte le altre ali di fatto abbandonate subiranno un progressivo degrado. Nel 1974 l’ultimo discendente degli Ambrosetti lascia alla sua morte il complesso di Vaneij all’Istituto Ambrosetti.

Nel frattempo la Trappa, si arricchisce di testimonianze del passaggio di persone che in qualche modo l’hanno vissuta e che hanno voluto esprimere un loro momento felice. I suoi muri diventano una sorta di registro delle presenze. Alcune scritte risalgono addirittura alla fine dell’Ottocento come quella di Verga Giuseppe, del 28 agosto 1889, che la leggenda della Trappa vorrebbe che fosse il Verga scrittore, che però si chiama Giovanni.

Anche gli artisti locali si fanno coinvolgere dal fascino della Trappa, che esprimono attraverso questo piatto murale e questo quadro di Placido Castaldi:                    

La Trappa, rimessa in sicurezza e resa fruibile dall’Associazione della Trappa, a cui l’Istituto Ambrosetti nel 1998 l’ha affidata per il recupero e la valorizzazione, è ora meta di numerosi visitatori e luogo di eventi formativi e culturali.

È un posto prezioso da conservare nella sua integrità di luogo di pace e serenità.

 

Per informazioni:

e-mail coordinatore@ecomuseo.it – cellulare 349 3269048

 


[1] Giuseppe Silmo, La storia della Trappa. Mistero e realtà tra stato Sabaudo e Rivoluzione Francese, Ecomuseo Valle Elvo e Serra, Biella 2009.

Inserito il:01/04/2021 11:33:11
Ultimo aggiornamento:01/04/2021 11:53:56
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