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Aggiornato al 21/09/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Dirck Hals (Haarlem, NL, 1591 - 1656) - The Party

 

Quando anche il male, può far ridere …

di Cesare Verlucca

 

 

Gentile redazione di Nelfuturo.com,

mi sto prendendo una libertà che non so quanto mi sia concessa; indirizzando, con la dovuta simpatia, una missiva a quanti hanno avuto la ventura di leggere brani della mia ormai quasi secolare vicenda esistenziale (ricordo, a chi l’avesse dimenticato,  che il recente 26 giugno ho compiuto i miei primi 94 anni, quelli che continuo a leggere alla rovescia e i 49 che ne discendono sono l’anzianità che mi riconosco).

Nei miei racconti parlavo di malattie e incidenti che avrebbero potuto mandarmi tranquillamente all’altro mondo, ai quali senza nessun merito sfuggivo come per l’evasione da una fortezza particolarmente fortificata; e di episodi traumatici ne avrei avuto più di quanti mi sono limitato trasmettere, mentre qui arrivo a un’operazione particolarmente banale, come l’appendicectomia che, nel mio caso, aveva avuto una quasi amena complicazione imprevista.

Correva l’anno 1958, ed ero stato inviato in Belgio a dirigere il département machines comptables della consociata belga dell’Olivetti.

Era l’anno dell’Esposizione universale di Bruxelles e dell’Atomium che, insediato nello splendido parco Heysel rappresentava, – come mi hanno subito riferito, – i nove atomi di una cella unitaria di un cristallo di ferro: un riferimento alle scienze e agli usi dell'atomo, temi importanti e in pieno sviluppo all'epoca.

Ma, dal mio punto di vista, più importante ancora era la recente nascita dell’Unione Europea, l’organizzazione sovranazionale siglata l’anno precedente con il Trattato di Roma del 25 marzo 1957, la quale comportava l’arrivo a Bruxelles, per colmare gli uffici in cui si stava costruendo il domani della nuova Europa, di giovani provenienti dall’Italia, dal Belgio, dal Lussemburgo, dall’Olanda, dalla Spagna, dalla Germania e dalle altre Nazioni che avevano aderito al trattato.

Trentunenne com’ero, abituato a organizzare compagnie, proporre giochi, creare riunioni, e via inventando, mi ero sollecitamente ambientato, assemblando un bel gruppo di amici multinazionali con i quali spesso mi riunivo, anche per micro vacanze a Parigi, o visite ai favolosi campi di tulipani nella vicina Olanda. 

La lunga premessa serve per arrivare al mio intervento.

Avevo da qualche giorno forti dolori addominali, che partivano dall’ombelico e spostandosi verso il basso diventavano più intensi e costanti, stentando a scemare. Decisi quindi di passare in una clinica per sottopormi a una visita. Mi aveva ricevuto un dottore simpatico (di cui non ricordo il nome), il quale, sentendomi un poco in difficoltà con il francese (solo in seguito mi divenne una seconda lingua), mi aveva risposto in bell’italiano pur essendo olandese, diagnosticando un’appendicite.

«Cosa mi consiglia, dottore?» gli avevo chiesto. 

«Di toglierla, naturalmente».

«Quando?». 

«Quando vuole…». 

«Anche subito?». Non mi sono mai tirato indietro, se qualcosa andava fatta, andava fatta subito.

«Quasi quasi, – mi aveva risposto sorridendo. – Se viene lunedì sera la mettiamo in una camera e la mattina dopo le togliamo il disturbo. Resterà due o tre giorni con noi, e poi potrà tornare a casa». 

Il programma mi tornava acconcio.

«Grazie, dottore, avevo giusto in programma di tornare in Italia per qualche giorno, – gli confermai convinto, – e ne approfitterò per andarmi a fare un po’ di convalescenza da mia madre. Volevo però chiederle una cortesia: se lei o chi per lei mi operate al mattino, posso al pomeriggio invitare un po’ d’amici, così li saluto prima di partire e ci facciamo un brindisi alla mia guarigione?».

«La camera è sua, per il tempo che resta… e che paga».

Detto fatto. 

Nel gruppo europeo che avevo messo insieme c’erano due simpatiche ragazze olandesi, le sorelle Klein, che mi facevano spesso da vallette; le incaricai pertanto di procurare il necessario per la riunione e il martedì pomeriggio mi trovai in camera tutti gli amici attorno che se la contavano, mangiavano pasticcini, e bevevano alla mia salute.

Una normale baraonda del tutto conforme alle mie abitudini: niente, in confronto di quella volta a Pegli in cui avevo organizzato una serata mascherata e silenziosa (chi parlava veniva multato) e quando infine avevo offerto la libertà vocale l’urlo della trentina di amici prigionieri aveva svegliato gente delle abitudini vicine, alcuni dei quali eravo venuti a controllare cosa fosse successo.

Ma, ritornando al giorno dell’appendicite, avevo già cominciato a conoscere la ventenne segretaria del direttore della filiale di Anversa, Monique Jeanne Désiré Van Goietsen-Oven, della quale stentavo di ricordare tutti i nomi e il cognome, mentre non mi usciva certo di mente il suo sorriso luminoso. Ad Anversa andavo tutti i venerdì nel mio giro presso le filiali Olivetti e la bella fiamminga mi piaceva assai, ma per questa occasione non la invitai a partecipare all’incontro in ospedale per festeggiare la mia operazione: qualcosa mi diceva che avrei avuto in seguito occasioni migliori per stare con lei. Avevo ragione: con lei, che ho perdutamente amato,  sono poi stato quarant’anni felicemente convissuti.

Nel frattempo, il festino continuava; e nel gruppo dei partecipanti c’era il direttore della Motta Belge, famosissimo raccontatore di barzellette, che approfittava della bella compagnia per superarsi. Io avevo un bel continuare a dirgli di smettere, di smettere, di smettere, non potendo evitare di ridere e dovendo tenermi la pancia ferita, ma lui continuava a insistere, divertendosi a vedere le mie smorfie. 

La faccio breve: la ferita s’infiammò, tornai in Italia dove rimasi una decina di giorni per riprendermi. Il ricordo di quell’appendice sarà duro a svanire.

 

 

Inserito il:24/07/2021 11:19:06
Ultimo aggiornamento:24/07/2021 11:31:22
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