Aggiornato al 04/10/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Sir Cecil Walter Hardy Beaton (Londra, 1904 – Wiltshire,1980) - Footballers (1955)

 

La Olivetti vista con gli occhi di un dipendente - 12

(seguito)

di Rolando Argentero con Cesare Verlucca

 

Trent’anni di sport (alla scrivania)

Tutto cominciò nel 1990, in occasione dei campionati mondiali di calcio che si svolsero per quella edizione nel nostro Paese. La Olivetti figurava tra i fornitori tecnici e l’ingegner De Benedetti mi chiese di seguire l’avvenimento.

Entrai così in contatto con Luca Cordero di Montezemolo che era il capo delegazione italiana. Si trattava di fornire un certo numero di computer: uno per ogni stadio in cui si sarebbero giocate le partite, ovviamente collegati con la tribuna stampa e con i commentatori televisivi, dotati di software specifici per elaborare le statistiche sull’andamento dei vari incontri.

Poi viaggiai un po’ ovunque, su e giù per l’Italia, assistendo ad alcuni interessanti incontri previsti dal calendario del torneo. Ovunque c’era molto entusiasmo per l’undici “azzurro” che quell’anno scoprì Totò Schillaci: con le sue reti riuscì a far avanzare fino alla finale la squadra italiana che risultò vincitrice.

Da quell’esperienza ne derivarono molte altre. Nacque il Servizio Computer per lo Sport, con diversi collaboratori che dividevano il peso del lavoro con me. Ricordo volentieri, in questa circostanza, Carlo Navone, Luigi Sartoris, Egisto Olivati, Raffaele Morosi e Andrea Filacchioni (esperto delle competizioni veliche).

Lo sci, ad esempio, ai tempi dei Thoeni, di Tomba e di De Chiesa (grazie al lavoro di una collaboratrice della Olivetti, Laura Gaja Des Ambrois), il motociclismo, la motonautica, i “rallies”, le gare di “endurance” e poi il ciclismo e l’atletica leggera.

Compii anche una interessante esperienza nel calcio italiano quando, su input dell’ingegner De Benedetti, ricevetti una telefonata dalla dottoressa Segre, che collaborava con lui in Borsa.

«Mi farebbe piacere incontrarla. Può venire a Torino, così ci conosciamo?».

Visto che il suggerimento giungeva dal grande capo era inutile perdere tempo. Con l’auto raggiunsi gli uffici di questa società (Directa) e compresi qual era il desiderio della dottoressa e soprattutto di suo figlio Massimo, tifosissimo della squadra granata, allora in serie B. La loro speranza era di legare il nome della Directa alla società calcistica, allora presieduta dal buon Cimminelli. Trovare un accordo non fu difficilissimo: il Toro aveva bisogno di soldi, la Directa era disposta a spendere (il giusto), la squadra, nella serie cadetta, ambiva a tornare presto tra i “grandi”.

Parlai con Cimminelli, poi con Novellino, l’allenatore, e con la squadra (prima del ritiro precampionato): l’impressione era buona. Trasmisi le mie sensazioni al dottor Segre e poi sugellammo l’accordo. Ogni quindici giorni ero al vecchio Comunale a guidare gli ospiti della Directa in tribuna centrale per assistere alle partite del Torino che, con merito, raggiunse la promozione e tornò in serie A, raggiungendo l’obiettivo che tutti ci eravamo prefissati.

Già nel 1987 Olivetti era stata impegnata nei campionati mondiali di atletica leggera che si erano svolti a Stoccarda. La squadra della Delta Tre, una società di Torino, che eseguiva il lavoro per conto della nostra azienda, si era disimpegnata ottimamente. Quando scattò l’ora dei campionati mondiali di Tokyo 1991, l’addetto alle public relations della consociata, Shinya Makino, mi fece una lunga telefonata per mettermi in guardia.

«In Giappone il comportamento verso il prossimo è diverso dal vostro, – lui poteva ben dirlo, visto che aveva una moglie italiana e il confronto era facile. – Mi raccomando: quando arrivi, tutti si inchineranno; fai lo stesso anche tu, non stringere mani, non ti comprenderebbero».

Lo rassicurai, e quaranta giorni prima della manifestazione (che si svolse tra il 23 agosto e il 1° settembre) raggiunsi Tokyo per un sopralluogo. Allo Stadio Olimpico erano in tanti ad attendermi e Shinya mi venne incontro per fare le presentazioni, suggerendomi continuamente nomi e titoli nelle orecchie. Non ci capivo più niente.

Quando incontrai mister Yashuda, il responsabile dello stadio, considerato una specie di divinità tra i suoi collaboratori, invece di inchinarmi gli tesi la mano stringendogliela calorosamente. Il più imbarazzato era Shinya, che cercava di farfugliare qualche parola di scuse.

Dalla mia borsa tirai fuori un piccolo dono che avevo espressamente preparato per il gran capo, il quale sulle prime rifiutò, poi lo accolse quale segno di amicizia e da quel momento diventammo buoni amici per tutto il tempo dei campionati.

Vivere a Tokyo era relativamente facile. Bastava tenere a mente alcune coordinate fondamentali, quali la linea del metrò e la fermata più vicina all’hotel; per il resto, se volevo uscire e andare a compiere qualche visita, dovevo rivolgermi a Shinya o a sua moglie, che era ben lieta di poter scambiare qualche parola con dei connazionali.

Il tempo della preparazione passò in fretta e venne il tempo delle gare e con mia grande sorpresa, anche l’ennesima svolta della mia vita lavorativa.

Ero in campo vicino a una pedana, se ricordo bene quella del lancio del peso, per controllare quello che i ragazzi del team stavano facendo; guardando in alto, verso la tribuna imperiale dove sedeva il presidente Primo Nebiolo, lo vidi sbracciarsi e lanciarmi un segnale. Se interpretavo bene, mi voleva in tribuna, accanto a lui. Ancora una volta mi trovai “spiazzato”: cosa voleva, avevamo commesso degli errori?

Inutile tergiversare, se il grande capo chiama meglio rispondere. Così, esibendo il mio lasciapassare, salii fino alla tribuna dove il Presidentissimo mi attendeva. Fu piuttosto diretto.

«Argentero, volevo dirle che lei il 6 settembre, a campionati conclusi, si presenterà a lavorare a Montecarlo. La IAAF, infatti – che finora ha avuto i propri uffici a Londra – trasloca sulla Costa Azzurra e lei sarà uno dei miei primi collaboratori».

Il tutto detto senza neppure chiedermi se ero d’accordo. Abbozzai una replica.

«Veramente, Presidente, io dopo questi campionati mi considero in pensione. Ho chiuso con Olivetti e credo di aver dato abbastanza».

«Invece lei farà ancora uno sforzo e verrà con me a fare il deputy general secretary. Ho bisogno di qualcuno di fiducia».

Da quel momento cominciò una corte serrata a me e a mia moglie (che era presente a Tokyo) per convincermi dell’opportunità. Alla fine vinse lui e verso il 10 di settembre mi recai a prendere visione di quello che sarebbe stato per i successivi 15 anni il luogo di lavoro per me e di soggiorno per entrambi. Non male per uno che fino al giorno prima era convinto di andare in pensione…

(Continua)

 

Inserito il:25/01/2022 16:03:50
Ultimo aggiornamento:04/02/2022 17:19:19
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