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Aggiornato al 18/11/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Vickie Wade (Puyallup, Washington, USA - ) - Sisters in the Garden

 

Visita al cimitero

(seguito)

 

di Marialuisa Bordoli Tittarelli

 

Camminava col sorriso sulle labbra e gli occhi ridenti tra le tombe del piccolo cimitero piene di fiori e piante, proprio come un vero giardino.

Gregory faceva fatica a seguirne il passo rapido.

- “Sembri felice – disse prendendola sotto braccio – insomma di un umore insolito per un cimitero. -

- “ Hai ragione – sospirò lei con aria colpevole – scusa. Il fatto è che il mio rapporto con i cimiteri, specie questi piccoli, quasi di campagna, è di felicità e non di tristezza. Tutto risale all’infanzia.

Mia madre morì quando ero così piccola da non ricordarne il volto, ma la sua presenza era vivissima in famiglia e la visita alla sua tomba, settimanale.

Mia sorella maggiore vestiva al meglio noi due piccole, io e una sorellina poco più grande, e ci portava, a piedi, per una strada affascinante che costeggiava il naviglio, passava sotto il cavalcavia della stazione, poi risaliva sopra un alto ponte da dove si potevano vedere i treni sottostanti, si passava su un sentierino stretto che fiancheggiava una villa e si arrivava al cimitero.

Se il giorno prima aveva piovuto il cammino era ancora più festoso perché sotto il cavalcavia si accumulava sempre una enorme pozzanghera nella quale si poteva sguazzare un poco se si indossavano gli stivaletti.

Una volta arrivati nonostante le raccomandazioni lasciavamo la mano della sorella grande e correvano allegre tra le tombe piene di fiori, ghiaia bianca, vasetti divertenti.

Guardavamo le fotografie dei defunti con interesse e giudicavamo con occhio critico le decorazioni.

La tomba di mia madre per me era la più bella perché sembrava un piccolo tempio ionico con tanto di colonne e capitelli, con la cupola di marmo bianco perfettamente rotonda e tre file di minuscoli scalini per arrivarci. Una casa delle bambole elegantissima.

Avevo il permesso di introdurre la bambola che mi portavo dietro e giocavo serena e spensierata conscia di usare un privilegio straordinario.

Quando la pulizia e il riassetto dei fiori era finito, salutavamo la mamma, baciando la sua foto e facendo ciao con la manina e sempre allegramente andavamo “dalle cuginette” agli “ossari”.

Per arrivarci si costeggiava un largo quadrato di terra che io reputavo un piccolo paradiso.

C’erano infatti solo tombe di bambini tutte o quasi con statue di angioletti di tutte le forme e le grandezze, delicatissimi e teneri. Qui i fiori non mancavano mai e il tutto comunicava un sentimento di bellezza e amore.

Non potevo certo capire lo strazio infinito dietro a quei fiori stupendi, dietro a quelle tombe pulite e curate come luoghi preziosi e amatissimi.

Delle due cugine morte giovanissime, una si chiamava come me, o meglio me ne avevano dato il nome, come allora spesso si usava per onorare un defunto; aveva 12 anni e dalla foto, che guardavo incantata, mi sorrideva con un volto angelico contornato da due magnifiche, grosse trecce bionde.

L’altra era molto più piccola, forse quattro anni la mia età di allora, aveva una frangetta nerissima e due occhi intensi che mi fissavano interrogativi.

Sulle pareti interne delle mura cimiteriali si trovavano questi ossari, piccoli quadrati di cemento con incastonati foto e minuscoli vasi dai quali spuntavano fiori, prevalentemente di vetro. La plastica non era ancora nata!

Da quei fiori di vetro il vento spesso staccava petali colorati che cadevano ai piedi del muro.

Iniziava per noi piccole la caccia al tesoro.

Urlavamo di felicità quando riuscivamo a trovarne qualcuno color cobalto, rarissimi, o rosa pesco.

La sera tornavamo eccitate confrontando sulla via di casa il nostro bottino, facendo scambi e contrattazioni che spesso finivano da parte mia in prepotenti capricci.

Ecco spiegato il motivo della mia aria allegra.

Andare al cimitero è tornare a quei giorni lontanissimi.

Sempre mi investe la sensazione di una gita gioiosa, di un momento di pace e vacanza.

Ancora oggi guardo le tombe con empatia, leggo le date, osservo i visi, dialogo mentalmente con quelle immagini, fantastico, interrogo, insomma “visito” veramente e con affetto.

Capisco di essere profondamente infantile in questo, ma la bambina di allora è così presente e allegra che non mi riesce di cacciarla.”-

 

Inserito il:02/11/2019 18:47:15
Ultimo aggiornamento:02/11/2019 18:53:42
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