Aggiornato al 19/05/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Redspoke Bike Service CH

 

Autopsia di una bicicletta

di Paolo Ghiggio

 

 

Arrivai davanti a un edificio di mattoni rossi. Salita una breve scalinata, entrai nell’atrio di quel vecchio ospedale alla periferia di Torino. Mi stupì un particolare: abituato com’ero al caratteristico “odore” di infermeria fatto da un misto di aldeidi e alcool, le mie narici vennero invase da un odore che collegavo alle vecchie officine, fatto di petrolio e gomma usata. Le persone che incontravo non indossavano le caratteristiche divise bianche, ma camici e tute di colore blu.

Mi addentrai in un lungo corridoio dalle alte volte ad arco. Tutto era illuminato da grandi vetrate che davano su un cortile quasi deserto. Sulle poche panchine di legno sedevano alcune persone ormai avanti negli anni.

Sui corridoi si affacciavano delle alte porte, ricoperte di smalto grigio, che in alcune zone lasciava ormai intravedere il legno sottostante. Le maniglie di ottone avevano perso la loro lucentezza.

 

Con molta cautela e attenzione entrai in una di queste stanze. Anziché un letto con un comodino, dietro un paravento che copriva in parte un vecchio lavandino in smalto scrostato e costellato di crepe, si intravedeva un pesante cavalletto porta biciclette in ghisa, su cui era appoggiato un mezzo a due ruote. I cerchi erano in legno; il telaio, che ormai aveva perso la primitiva vernice, lasciava trasparire un vecchio colore rosso. Le coperture in gomma ormai secche erano in parte afflosciate sul sostegno. Sul tubo dello sterzo fra la ruggine si leggeva una vecchia decalcomania con la marca Maino. Il numero di telaio era in parte illeggibile. Mi appoggiai a una sedia con l’imbottitura ormai lisa, da cui usciva un misto di paglia e foglie. Restai qualche attimo in silenzio e iniziai a sentire una voce lontana che mi ringraziava della visita.

 

«Sono degente ormai da molti anni e sono felice che qualcuno si ricordi di me. Passo le mie giornate da sola ricordando i vecchi tempi in cui, con il mio campione, Emanuele Garda, percorrevo le strade del Piemonte e del resto d’Italia. Eravamo negli anni antecedenti la prima Guerra Mondiale. Dopo avere vinto insieme la Coppa del Re in Piemonte, sulle strade dell’alessandrino, ci eravamo avventurati nel Sud dell’Italia per partecipare al Giro della Campania. Da Napoli, lo starter anglo partenopeo Hector Bayon, aveva dato il via alle 9,10 di un mattino di quel fine giugno del 1911. Raggiunto Benevento alle falde dell’Appennino avevamo raggiunto Campobasso, dopo una strada ricca di salite, su cui il mio padrone aveva faticato parecchio. Era stato costretto a perdere la ruota del vincitore Angelo Gremo di Torino, solo nella parte finale di quella prima tappa. Il giorno successivo era previsto un percorso di circa duecento chilometri che ci portò a Vinchiaturo, Isernia (dove era previsto il rifornimento), Caianello, Capua e ritorno a Napoli.

Fra gli applausi del pubblico arrivammo primi, lasciando Angelo Gremo a oltre venti minuti.

 Senza grossi incidenti, contrariamente alla Coppa del Re, dove conquistammo la vittoria dopo avere recuperato il tempo perso per una brutta caduta, vincemmo quel Giro di Campania con un punto di vantaggio su Gremo e quattro su Bonalanza di Legnano».

 

Visto che le parole si facevano sempre più fioche, mi allontanai da quella stanza e proseguii il mio percorso in quel lungo corridoio. Vedendo una porta socchiusa mi avventurai in un altro locale. Più che una stanza era un ampio camerone con due file di vecchie biciclette, sostenute da ganci nel muro o appoggiate alle pareti. Saranno state una decina. Molte erano malmesse: prive di una ruota, o con la catena in parte saltata dai pignoni; o con i fili e i cavi dei freni sganciati dal manubrio. Una cosa era comune a tutte: la ruggine dei telai, che dava a ognuna un aspetto molto triste di abbandono.

Mi avvicinai a una di loro che conservava ancora uno sbiadito colore giallo verde, che ricordava vagamente la pelle di un ramarro. Era una bicicletta Legnano.

«Come mi trovi?– mi chiese. – Sulla mia sella Gino Bartali partecipò al Tour. Come vedi monto ancora un Cambio Cervino, creazione dei Fratelli Nieddu di Torino. Questo tipo di deragliatore posteriore fu molto innovativo, ma ebbe poco successo. Il mercato stava per essere conquistato dai sistemi Simplex e Campagnolo, che avevano una maneggevolezza che il mio cambio non aveva».

La consolai, dicendole che lei con il suo corridore e con quei componenti aveva fatto la storia del ciclismo, e non solo italiano. Bartali avrebbe rivinto il Tour anni dopo, l’anno dell’attentato a Palmiro Togliatti, colpito da due rivoltellate dall’anarchico Antonio Pallante di Bronte. La telefonata di De Gasperi al campione toscano, spronandolo a vincere la corsa francese per far dimenticare agli italiani il difficile momento politico, diventerà una pietra miliare nella storia del nostro dopoguerra.

 

Salutai la Legnano e continuai a percorrere quella camerata sul pavimento di cotto ormai consumato e polveroso. Le scarpe si stavano ricoprendo di una patina arancione. La mia attenzione fu attirata da una macchina discretamente in buono stato, di un colore tipico, l’azzurro Bianchi, anche se in parte scolorito, ma che aveva ancora bene evidente sul canotto dello sterzo l’aquila sabauda.

Questo fregio era stato concesso dalla Regina Margherita di Savoia a Edoardo Bianchi, in cambio di una bicicletta a Lei dedicata. Aveva lo stemma della casa reale in oro ben evidente sul tubo sella del telaio; le manopole erano in prezioso avorio. Fu donata alla monarca in un elegante astuccio in legno foderato di velluto rosso. Lo stesso Bianchi istruì la Regina alla guida su due ruote nel Parco reale di Monza. Per evitare contatti della mano del costruttore con i nobili glutei della Regina, venne allestito un apposito sostegno!

 

«Come vedi, – iniziò a dirmi, – sul tubo del mio telaio è attaccato un numero. Il 36, che era quello preferito da Fausto Coppi, il quale con questa bicicletta percorse la più lunga fuga della Storia: 192 chilometri nella tappa Cuneo Pinerolo del Giro del 1949. Fu un trionfo, Fausto con me vinse quel Giro. Fecero epoca le parole del giornalista Mario Ferretti: Un uomo solo al comando, la sua maglia è bianco celeste, il suo nome Fausto Coppi».

Restai qualche attimo affascinato a riflettere su quel grande Campione e sulla sua tragica fine nel gennaio del 1960. Se ne era andato a soli quarant’anni per una malaria trascurata. Avevo solo dieci anni, ma il Campionissimo era il mio idolo e ricordo ancora le tristi immagini in bianconero trasmesse dalla televisione. Le seguii con le lacrime agli occhi.

 

Guardai ancora un attimo le altre biciclette e notai nella fila un posto vuoto. La cosa mi stupì. Vedere quei ganci al muro senza bicicletta mi incuriosì e chiesi chiarimenti a uno dei pochi inservienti presenti in quel lungo corridoio. Per rispondere al mio quesito mi disse di scendere con lui nel piano sotterraneo. Mi accompagnò davanti a una porta su cui un vecchio cartello in metallo di smalto bianco lasciava ancora leggere la scritta in blu “Sala Settoria”. Il mio accompagnatore mi lasciò solo e mi spinse a entrare in quel locale.

Sotto una luce appesa al soffitto, su un lettino di acciaio ancora cromato, appoggiava quel che era stato una bicicletta. Ai lati erano in piedi due persone con un lungo grembiule nero cerato che armeggiavano su quei resti. Il pulviscolo che traspariva dai raggi della lampadina a incandescenza, lasciando al buio il resto della stanza, conferiva alla scena un aspetto misterioso e inquietante. Su un piccolo tavolino in legno, a fianco dei due operatori, erano appoggiati un gioco di chiavi e degli strumenti che rivelavano i loro anni.

 

Non potei fare a meno di chiedere cosa stessero facendo. La risposta fu impressionante.

Uno dei due, il più alto con una folta barba bianca, esordì scandendo queste parole: «Vede? Questa è la bicicletta di Stan Ockers. Il primo ottobre del 1956 sulla pista di Anversa, in seguito a una caduta e al conseguente grave trauma cranico, il forte corridore belga aveva trovato la morte, dopo un breve periodo di coma. Ora, esaminando la bicicletta, noi vorremmo arrivare a fare delle conclusioni che chiariscano quella caduta. Smontando pezzo per pezzo vogliamo trovare la causa di quell’incidente mortale. Naturalmente non entriamo in merito ai motivi del decesso del campione, che purtroppo senza caschetto, riportò una grave contusione encefalica. Abbiamo iniziato a smontare manubrio e freni e il sistema ci risulta in ordine. Dopo avere smontato la guarnitura, il cambio e il movimento centrale, abbiamo trovato tutto funzionante, compresi i cuscinetti di rotolamento e il gruppo dello sterzo. La nostra attenzione è stata attirata dalla ruota posteriore. Il leggero tubolare in seta presenta una lacerazione di qualche centimetro e il sottostante cerchio in alluminio è danneggiato da un’intaccatura assai profonda. I raggi corrispondenti sono spezzati. Sicuramente nel referto della nostra autopsia scriveremo che la causa dell’incidente fu l’urto di un avversario sulla ruota posteriore di Stan Ockers», concluse lasciandomi di stucco, quello che dall’atteggiamento e dal modo di esprimersi, doveva essere il Primario.

 

Riflettendo su quel che era successo al Velodromo di Anversa, mi allontanai e tornai al piano superiore. Salutai con rispetto gli inservienti e uscii nel giardino antistante a quel vecchio edificio. Mi sedetti su una panchina di legno. Accanto a me si accomodò un vecchio signore, magro con il dorso curvo da vecchio ciclista. Dalle sue parole capii che era stato un corridore torinese, i cui figli, per liberare il garage, avevano portato a quel curioso ospedale la bicicletta del padre.

Mi segnai il suo numero di telefono. Chiamai dopo qualche mese. Ero di passaggio a Torino e avrei voluto ritrovarlo. Mi rispose uno dei figli. Il padre era morto qualche settimana prima. Molto triste salutai. Dopo qualche attimo però la tristezza lasciò spazio alla speranza che ora quel vecchio dilettante fosse tornato in sella alla sua bicicletta. Rapita alle tristi stanze di quell’ospedale, con lui, magari stava ripercorrendo le strade delle nostre campagne.

 

 

Inserito il:08/03/2022 22:30:19
Ultimo aggiornamento:08/03/2022 22:50:10
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