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Aggiornato al 18/11/2018

Roberto Marcello Baldessari (1894 -1965) – Treno che arriva alla stazione di Lugo -1916

 

Quando la velocità era più lenta.

 

Alcuni anni fa lavoravo a Firenze, un luogo che è qualcosa di più di una città, piuttosto un mondo diverso, spesso infatti sembra irreale, inesistente, dove si respira il senso della storia, della bellezza, della eternità. Si capisce vivendoci perché Dante solo in quei luoghi poteva immaginare e scrivere la sua Commedia e non in qualsiasi altro punto del pianeta. Vivevo dunque a Firenze e tornavo a Milano, dove è la mia casa e la mia famiglia, tutti i fine settimana o quasi. Il viaggio da Milano a Firenze al ritorno la domenica sera amavo farlo in treno e lentamente con un diretto, come diceva l’orario ufficiale, che partiva da Milano alle 19,00 e che arrivava a Firenze alle 23,00 circa.

Allora non c’erano ancora i treni ad alta velocità che corrono a 300 chilometri all’ora e che vanno da Milano a Roma in due ore e mezza. Il treno della sera da Milano per Firenze era come tanti treni di una volta quando nei viaggi si aveva tempo per leggere, per ristorarsi, per chiacchierare, per pensare. Oggi si sale in treno uno sguardo al computer, qualche risposta ad un paio di email, due telefonate veloci e si è già arrivati.

È proprio vero che la tecnologia ha cambiato il senso del tempo, il ritmo con il quale si viveva e si dispiegava la propria vita su questa grande lavagna dove si incrociavano il tempo e lo spazio e dove si poteva godere o soffrire per ogni fatto, per ogni percorso dove rotolava la nostra vita. Oggi la vita non rotola più, corre e non servono più le finestre perchè non c’è più tempo per guardare, si può solo prendere se si è veloci. A differenza di una volta ci vuole più coraggio a scegliere una vita dedicata a pensare che una vita dedicata a fare cose, quelle che tutti fanno perché debbono, anche se non capiscono spesso perché.

Il treno della sera da Milano per Firenze era fatto da poche vetture, sempre non affollato, si fermava ovunque, procedeva lentamente, era dotato di una carrozza ristorante. Ma una carrozza come erano una volta e cioè tutta rivestita di legno con una luce soffusa vagamente di colore giallognolo e non bianco splendente come le luci di ora, ben isolata dai rumori, collocata al centro del treno per evitarle movimenti bruschi nelle curve, con pelle rossa alle pareti, una morbida moquette e delle belle tendine alle finestre.  Ed inoltre, soprattutto, due addetti al servizio in sala che erano sempre gli stessi tutte le settimane, due maturi signori di esperienza, calmi, con grande attenzione ai clienti, gentili.

La cena al vagone ristorante sul treno della sera da Milano a Firenze è stata per tanti mesi un mio grande piacere e l’aspettavo come un momento bello della intera settimana. Si era instaurata una grande cordialità con i due addetti al servizio e anche con alcuni clienti anche loro abituali.

La cena era lenta, quando il treno partiva dalla stazione centrale il cuoco buttava la pasta (in genere rigatoni o spaghetti) che veniva servita con il sugo e questo era un elemento fisso del menu. Il cuoco stava molto attento alla cottura perché una indagine veloce tra tutti i clienti aveva appurato che a tutti piaceva molto al dente. Dopo arrivava il secondo, i contorni, il formaggio o il dolce, ma in genere i camerieri consentivano qualsiasi doppione senza alcun problema, la frutta, il caffè, i liquori. Una cena lunga quasi sino a Bologna, infatti si entrava in quella stazione con il bicchiere di cognac in mano e la sigaretta accesa, perché allora si poteva pure fumare.

Finita la cena si instaurava una atmosfera da club inglese perché tutti i presenti, che non erano tanti, compreso i due camerieri, con un buon cognac francese nelle mani, ci abbandonavamo alle chiacchiere sempre in una atmosfera distesa e lenta, senza mai avere fretta di arrivare alla conclusione di un discorso. Nessuno di noi cercava una affermazione o una conclusione infatti, si chiacchierava esclusivamente per il puro piacere di ascoltare pensieri, di capirli, di tentare di girarli, ma sempre senza alcuna voglia di convincere anche quando i propri erano completamente diversi da quelli di chi ne metteva altri sul tavolo.

L’atmosfera era magica, affascinante, sembrava di essere in un’altra epoca, di vivere in un romanzo, di sognare. Mai più ho avuto la fortuna di ritrovarla nella mia vita e ho capito che certe storie si possono provare una sola volta, ce ne possono essere altre certamente e forse anche più intense, più toccanti e penetranti, ma in ogni caso diverse perché la vita non è mai uguale nei sentimenti e nelle emozioni. Ho capito anche cosa è la nostalgia, il piacere di rivivere certi momenti della propria vita, il desiderio di risentire un piacere che non si è mai più riuscito a dimenticare, anche se in modo virtuale. Ho capito soprattutto che spesso la vita ci offre occasioni di benessere che dobbiamo essere pronti a capire e gustare.

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Inserito il:26/03/2016 17:20:36
Ultimo aggiornamento:26/03/2016 17:24:41
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