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Aggiornato al 14/06/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Vincent van Gogh (Zundert, Olanda, 1853 - Auvers-sur-Oise, Francia, 1890) - Vigna Verde

 

Ca’del Sette, quando il vino racconta una lunga storia d’amore

di Marialuisa Duso

 

Sedere accanto ad un fuoco e bere un bicchiere di vino ha un effetto rasserenante anche per chi, come lui, non si ferma mai.

Quel fuoco che evoca i suoi ricordi d’infanzia «la mia famiglia diceva che una casa senza camino è come una chiesa senza campanile», unito al vino, la sua passione, prima ancora che il suo mestiere, rappresentano l’essenza di Matteo Pontalto, 45 anni, una vita fra i vigneti, proprietà della sua famiglia dal 1865, nelle generose aree Doc e Igp del Veronese e del Vicentino.

 

Sfide sempre nuove

Una storia, la sua, fortemente radicata nel passato, ma capace di evolvere, assecondando un forte impulso verso l’innovazione e quella caparbia ricerca dell’eccellenza che lo vede affrontare sfide sempre nuove. Come quella che l’ha portato a trasformare una produzione per molti anni limitata alla produzione delle uve, conferite ad una cantina sociale, per intraprendere poi il complesso e affascinante viaggio nel mondo della vinificazione e dell’imbottigliamento, con la ricerca di un proprio marchio, di una propria identità.

Per Matteo Pontalto nulla è lasciato al caso. A partire dal nome dato all’azienda: Ca’ del Sette. Cà, termine veneto per definire casa... la casa rappresenta il fulcro della vita famigliare. È il luogo dove, specie in passato, convivevano tre generazioni: nonni, genitori e figli e dove venivano tramandate competenze e lezioni di vita, dove le esperienze condivise diventavano conoscenza. Sette è invece per Matteo un numero ricorrente, che ha scandito tutti i momenti importanti della sua vita. Così famigliare da volerlo nel logo, quasi come un amuleto.

 

Finalmente l’Amante

Se poi gli si chiede quale vino vorrebbe, da sorseggiare davanti al fuoco, non ha dubbi. Un vino da meditazione: l’Amante. Amante non si beve soltanto, si annusa, si osserva, si gusta, si sorseggia e si ascolta ciò che trasmette! «È il vino che prediligo - racconta - quando ho deciso di farlo, avevo ben in mente cosa volevo, ma non riuscivo a trovare la strada giusta.

Per ottenere un certo tipo di vino hai tre mesi di tempo per ogni anno, dopo devi passare alla vendemmia successiva. Io ho sbagliato per sei volte, dal 2006 al 2011. Tentavo queste sperimentazioni, sapevo cosa volevo, ma non lo ottenevo. Finalmente, nel 2012, (“la settima annata di prove”) la prima vinificazione che si avvicinava alla mia idea e ho pensato: eccolo, è questo. Lo assaggiavo e riassaggiavo in diversi orari del giorno per capire se il sapore era quello. Con ogni assaggio di quell’annata mi veniva da “tradire” tutti i migliori vini che avevo assaggiato prima. Ecco perché l’Amante. Ma mi piaceva anche collegarlo alla città di Verona e all’amore sfortunato ma immortale fra Giulietta e Romeo, conosciuto in tutto il mondo. Perché un vino, un prodotto, non ha valore se non è legato ad un territorio ed all’unicità di quel territorio».

 

La storia

Sfumature di pensieri che ha solo chi è un vero “Amante” della terra e rispetta le sue origini. Era poco più che un bambino quando, nel 1985, una gelata eccezionale ha distrutto tutte le viti. «Non ho mai sentito mio padre e mio nonno parlare di argomenti che non fossero i vigneti, i problemi legati alla produzione, ed i problemi legati ai fattori climatici. Io ascoltavo tutto, ero una spugna. Quell’anno si è abbattuta sulla mia famiglia la peggiore delle calamità che io abbia mai visto nella mia vita. Dopo una nevicata, la temperatura era calata da -10 a -24 e quello sbalzo termico ha fatto morire, in una notte, tutte le viti. Quando, i giorni a venire, si erano accorti che i rami si spaccavano come legna secca, era come vivere un lutto. Nessuno aveva voglia di parlare. Una tragedia se si pensa che per far iniziare a fruttare un vigneto ci vogliono minimo tre anni di assiduo e duro lavoro.

 

A 10 anni un’estate sul trattore

Ma nessuno si è lasciato abbattere! Matteo per primo. «Ho passato tutta l’estate a dare una mano al padre: bisognava estirpare tutti i vigneti, facendo attenzione a togliere completamente le radici della vite. L’unica cosa che sapevo fare bene, anche se avevo solo 10 anni, era guidare il trattore, quindi ho passato un’estate completa ad assistere all’operazione di aratura, nel portar fuori dal fondo le radici venivano tolte a mano, ad ogni giro di aratura. Ricordo che, per riuscire a schiacciare la frizione, dovevo alzarmi in piedi».

«Lì, in quel momento particolare di animi e situazioni - racconta - ho capito cosa significava condurre un vigneto, fare un lavoro che ti coinvolge a 360 gradi, che dipende da fattori esterni come il clima e che non può fare a meno dell’esperienza, quell’esperienza che mi è stata tramandata anche in quei momenti e che ho respirato ogni giorno della mia infanzia. Quel contesto sicuramente ha forgiato le basi di quello che è stato poi il mio percorso ed il mio futuro».

Fino ai 16 anni è stato il papà al timone dell’azienda, ma il 16 giugno 1992 per Matteo è arrivata l’altra mazzata. Il padre è stato colpito da un ictus che l’ha tenuto in ospedale per molti mesi. Poi un lento e difficile recupero, ma niente è stato più come prima. «Sono stati i due anni peggiori della mia vita - confessa - mi sono ritrovato catapultato in una realtà che mi chiedeva di essere sempre presente. Sentivo il vuoto affettivo e una voragine nel lavoro».

 

La svolta

Dopo mesi di ricovero in lungodegenza e una lunga riabilitazione, il padre è rientrato a casa. Riusciva a muoversi, qualche volta a parlare. Spesso si commuoveva. E così ha vissuto per una ventina d’anni. Ma non ha mai potuto rientrare al lavoro. La mamma si è dedicata completamente a lui e Matteo si è riscoperto vignaiolo. Ha acquistato nuovi terreni ma, soprattutto, non si è più accontentato di conferire le uve in cantina sociale. «Non mi dava più stimoli. Volevo chiudere il cerchio e occuparmi di trasformazione, pigiatura, fino all’odissea della commercializzazione e del marketing. Sapevo che la soddisfazione che cercavo avrebbe avuto un rovescio, ma ne avevo bisogno».

I tremila esemplari imbottigliati nel 1996 sono diventati quasi un milione «E siamo ancora piccoli». Oggi Ca’ del Sette gestisce 54 ettari di terreno dislocati in due province, Verona e Vicenza, si avvale di 12 collaboratori ed esporta in 17 paesi.

Tanto è cambiato da quando Pontalto andava a proporre le sue prime bottiglie ai visitatori del Vinitaly, incontrati fra uno stand e l’altro. Ma lui guarda ancora avanti e pensa alle prossime sfide. «Non amo la suspense, preferisco l’effetto sorpresa» precisa. Per un uomo d’azione, come lui, non poteva che essere così.

 

 

Per leggere di altri Traguardi clicca qui

 

Inserito il:20/12/2020 16:53:47
Ultimo aggiornamento:20/12/2020 17:31:24
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