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Aggiornato al 14/12/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Krista Kim (Canadian-born - New York, Paris) - Digital Consciousness - Techism

 

L’umanesimo digitale

di Achille De Tommaso

 

Dobbiamo contrapporci all’emergere dell’ideologia in base alla quale l’uomo non è altro che un computer assai complesso; e che prima o poi lo sviluppo tecnico assottiglierà, fino ad annullarla, ogni differenza tra uomo e macchina. Fino a rendere l’uomo sostituibile. Dobbiamo recuperare la centralità dell’essere umano rispetto alle macchine; dobbiamo imparare a mantenere le giuste proporzioni; per non farci schiacciare dall’idea che la tecnica governerà tutto, e che ciò sia inevitabile.

***

Durante il nostro incontro del 16 novembre 2019 ho accennato brevemente all’”Umanesimo Digitale”. In particolare riflettevo su come, nella stessa categorizzazione dei temi di NEL FUTURO, si sia avuta cura di distinguere la TECNOLOGIA dall’UMANESIMO (prima) e dalla CULTURA (adesso); suddivisioni che sono ben capite ed accettate da tutti. Nei giorni scorsi, su questa testata, facevo io stesso notare come le lauree umanistiche come storia, lettere, filosofia, abbiano perso valore “commerciale”. Ciò che oggi il mercato vuole sono lauree tecnico scientifiche, come ingegneria, fisica; e magari chimica, biologia, ecc…

Umanesimo e Tecnologia sono quindi cose diverse e stiamo perdendo il nostro Umanesimo ?

E la definizione di UMANESIMO DIGITALE non potrebbe essere vista, quindi, come una strana confusione dei due temi: dove il Digitale è da considerarsi tecnologia, e quindi difficilmente mescolabile con la Cultura?

Facciamo un passo indietro; anzi, parecchi passi indietro: più o meno agli albori della “Cultura Umana”.

Innanzitutto ricordiamo come mondo delle Scienze, oggi composto da tanti campi di studio diversissimi fra di loro, e da altrettanti ambiti applicativi che investono la nostra vita, ha, nella Filosofia, il suo punto di origine. Senza il procedimento razionale del pensiero logico, introdotto nella Storia dell’umanità dagli antichi greci, la Scienza, come specifica forma di sapere, semplicemente non esisterebbe. Per gli antichi greci dunque filosofia e scienza erano sinonimi: filosofo era colui il quale osservava la Natura per cercare di carpirne i segreti.

Più tardi, nei primi secoli d.C. furono dette liberali quelle arti ritenute degne dell'uomo libero e considerate come fonte di sapere disinteressato. Formatasi in età greco-romana, la nozione di arti liberali fu teorizzata nel sec. V dallo scrittore e avvocato Marziano Capella che, in una celebre opera (De Nuptiis Mercurii et Philologiae), fissò il numero e l'ordine delle sue componenti: grammatica, retorica, dialettica; aritmetica, geometria, musica (in quanto scienza matematica), astronomia. Già in queste categorie riscontriamo temi che poco hanno oggi a che fare, nell’accezione generica, con la “Scienza” come la intendiamo oggi.

Poi, mentre nel XV secolo si sviluppava l’Umanesimo (quel movimento culturale, ispirato da Francesco Petrarca e in parte da Giovanni Boccaccio, volto alla riscoperta dei classici latini e greci, tramite i quali poter avviare una "rinascita" della cultura europea), da Galileo in poi viene messo da parte il procedere prevalentemente deduttivo della scienza, e si fa definitivamente a meno anche dell’autorità derivante dalle sacre scritture o dalle teorie dei grandi pensatori dell’antichità. La scienza per Galileo deve basarsi solo sulle sensate esperienze e necessarie dimostrazioni. A partire dalla fine del XVI secolo dunque, la distinzione fra Filosofia e Scienza diventa netta e ben visibile. Con il passare del tempo questo divario diverrà sempre più ampio perché la scienza ha definitivamente smesso di chiedersi il “perché delle cose”, peculiare della speculazione filosofica, e si è limitata a comprendere “il come” dei diversi fenomeni osservati.

E siamo ai giorni nostri. E’ forse tempo di una nuova rivoluzione culturale, un nuovo Rinascimento? E questa rivoluzione, forse, non sta già succedendo?

Se proviamo a ricercare una diversa categorizzazione, notiamo come la definizione di “Umanesimo” che oggi accettiamo, non sia univoca (V. anche NOTA 2). Quella più classica si riferisce ad un fervore per lo studio dell’antichità, che si esplica in una intensa attività filologica nello studio del mondo classico e nella conoscenza approfondita della lingua greca e latina. Ma quella che mi piace di più, e che vorrei trattare qui, è quella della consapevolezza della posizione privilegiata che ha l’Uomo nella Natura.

Le “nuove” categorie, da me ipotizzate in maniera arbitraria, potrebbero quindi essere:

SCIENZA DELL’UOMO (Umanesimo): è quella Scienza che si occupa di studiare l’Uomo, e non potrebbe esistere se egli non fosse esistito e non esistesse. Comprende sicuramente Storia, Filosofia, Lingue antiche e moderne.

SCIENZA DELLA NATURA (Scienza): è quella scienza che studia le caratteristiche della Natura e potrebbe benissimo esistere, anche se l’Uomo non esistesse. In essa comprendiamo: Fisica, Chimica, Biologia, Astronomia.

SCIENZA DELLA NATURA APPLICATA ALL’UOMO (Tecnologia). In essa comprendiamo Matematica/Geometria, Ingegneria, Medicina, Elettronica/Informatica.

Concentriamoci quindi su quest’ultima: la Tecnologia; e notiamo come essa veda, come missione, la centralità dell’UOMO. Esattamente come l’Umanesimo.

Nel 2015, i ragazzi di Gartner coniarono una denominazione strategica, che chiamarono Digital Humanism . Scrissero anche un Manifesto sull'umanesimo digitale (NOTA 1).

L'umanesimo digitale, come definito da Gartner, è infatti l'idea che le persone siano al centro della manifestazione delle imprese e dei luoghi di lavoro digitali. Le aziende che abbracciano l'umanesimo digitale usano la tecnologia per ridefinire il modo in cui le persone raggiungono i loro obiettivi e consentire alle persone di raggiungere cose che prima non erano possibili.

Nonostante gli sforzi di Gartner, il termine in realtà non decollò. Ma ciò potrebbe essere radicato in alcuni equivoci più profondi del termine stesso e delle sue implicazioni e interpretazione. Ivi compresa l’assenza di centralità dell’Uomo. Prima di tutto: “Umanesimo” abbiamo accertato come sia una parola ambigua. Per confondere il lettore occasionale, Wikipedia elenca diversi tipi di umanesimo (NOTA 2). L'umanesimo digitale può essere ad esempio una filosofia etica, una teoria basata sulla generazione di conoscenza, significato e competenza oppure può essere un nuovo movimento intellettuale come l’Umanesimo rinascimentale. E poi, ci sono le discipline accademiche chiamate discipline umanistiche che discutono anche di un umanesimo digitale almeno dal 2011 .

Con Gartner non facciamo molti passi avanti. Cosa può essere quindi l’Umanesimo Digitale ?

Facendo ricerche, ho scoperto una opinione innovativa espressa da Milad Doueihi , un professore francese di scienze umane digitali (!) All'Università Parigi-Sorbona (NOTA 3). La sua definizione, sebbene vista attraverso l'obiettivo delle discipline umanistiche, ha molto senso:

L'umanesimo digitale è il risultato di una convergenza finora non sperimentata tra il nostro complesso patrimonio culturale e una tecnologia che ha prodotto una sfera sociale senza precedenti. Questa convergenza, invece di formare semplicemente un legame tra l'antichità e OGGI, ha ridistribuito concetti, categorie e oggetti, nonché comportamenti e pratiche associate, il tutto in un nuovo ambiente. L'UMANESIMO DIGITALE È L'AFFERMAZIONE CHE LA TECNOLOGIA ATTUALE, NELLA SUA DIMENSIONE GLOBALE, È UNA CULTURA, IN QUANTO CREA UN NUOVO CONTESTO, SU SCALA GLOBALE.

La tecnologia digitale è quindi una cultura con al centro l’Uomo. Questa è una affermazione forte; ma naturalmente vera e per nulla nuova. Già nel 1984, l'anno di Orwell, la sociologa e psicologa Sherry Turkle (che era nata a sua volta nel 1948, anno in cui Orwell finì di scrivere il suo famoso romanzo) pubblicò il suo libro “The Second Self: Computers and the Human Spirit”. Lì definisce il computer non più come un semplice strumento, ma come parte della nostra vita personale e psicologica quotidiana. Osserva come il computer influenzi il modo in cui vediamo noi stessi e le nostre relazioni con gli altri e afferma che la tecnologia definisce il modo in cui pensiamo e agiamo.

Nel 1995, mentre il web era ancora agli inizi, Sherry Turkle tirò fuori un altro libro ormai classico: “Life on the Screen”. Più di due decenni fa, la sociologa aveva già pensato e scritto sui mondi virtuali, sul loro impatto sul modo in cui pensiamo di noi stessi e su come la nostra identità umana cambi a causa del confine sbiadito tra uomo e computer. Solleva nel libro domande etiche e domande sulla percezione, riguardo alla differenza tra la mente umana e le macchine. Sono principi, oggi, importanti: in un'epoca in cui si parla di intelligenza artificiale come una cosa che potrebbe sostituire del tutto gli umani. E non mettere gli umani al centro delle nostre attività.

Il che ci riporta a Gartner; che, in opposizione all'umanista digitale, vede il “macchinista digitale”. Il macchinista cercherà di automatizzare tutto e mettere l'utente, le persone, fuori dall'equazione: il più possibile, e forse anche del tutto. Ciò risuona fortemente come una visione del mondo meccanicista e materialista che riduce in pratica l'essere umano a un'entità che può essere sostituita dalla tecnologia.

E sapete qual è anche la paura che la tecnologia non abbia più al centro l’Uomo? E’ quella di ritrovarci in un mondo generato da un “apprendista stregone” e che non sappiamo dominare. Vi ricordate la ballata di Goethe ripresa magistralmente da Disney in “Fantasia”? Mentre lo stregone si assenta dallo studio, l’apprendista fa le pulizie. Per farle più facilmente congegna un incantesimo su una scopa affinché essa compia il lavoro. Però la scopa continua a rovesciare acqua sul pavimento e allaga le stanze. Quando si rende conto, l’apprendista, di non conoscere la parola magica per por fine all’incantesimo, spezza la scopa in due; col solo risultato di raddoppiarla. La morale è chiara: meglio non cominciare qualcosa che non si sa come finire.

Visto in questo modo, l'Umanesimo Digitale si riferisce alla secolare preoccupazione di mettere l'umanità, in tutti i suoi aspetti, al centro del nostro lavoro. Lo stiamo facendo? Forse no, ed esaminiamo i rischi culturali:

Le tecnologie digitali stanno sconvolgendo le società e mettono in discussione la nostra comprensione di cosa significhi essere umani. La posta in gioco è alta e la sfida di costruire una società giusta e democratica con gli esseri umani al centro del progresso tecnologico deve essere affrontata con determinazione e ingegnosità scientifica. L'innovazione tecnologica richiede innovazione sociale e l'innovazione sociale richiede un ampio impegno sociale.

L'ondata di dati, algoritmi e potere computazionale sta sconvolgendo il tessuto stesso della società cambiando le interazioni umane, le istituzioni della società, le economie e le strutture politiche. La scienza e le discipline umanistiche (classiche) non sono esenti da questi mutamenti. Nascono preoccupanti dicotomie che sono fuori controllo: il Digitale crea e minaccia, contemporaneamente, posti di lavoro. Aumenta e distrugge la ricchezza; migliora e danneggia la nostra ecologia. Sposta le strutture di potere, sfocando così l’importanza della differenza tra l'uomo e la macchina.

La capacità di automatizzare le attività cognitive umane è l’aspetto rivoluzionario del Digitale. Per molte attività, le macchine superano già ciò che gli umani possono realizzare in termini di velocità, precisione e persino deduzione analitica. È giunto il momento, però, di riunire ideali umanistici con pensieri critici sul progresso tecnologico. Dobbiamo collegarci alla tradizione intellettuale dell'Umanesimo che lottò per un'Umanità illuminata e centrale. Le tecnologie digitali, infatti, non emergono dal nulla: sono modellate da scelte implicite ed esplicite e quindi incorporano un insieme di valori, norme, interessi economici e ipotesi su come il mondo intorno a noi è stato formato: questi principi dovrebbero essere chiari e trasparenti. Molte di queste scelte rimangono invece nascoste nei programmi software che implementano algoritmi che rimangono invisibili.

Dobbiamo sposare un ragionamento razionale critico verso queste tecnologie e chiedere che si costruisca l'interdisciplinarietà necessaria per modellare un futuro digitale che non contrasti con la centralità dell’Uomo e del suo benessere: l’Umanesimo Digitale.

 

NOTE

  1. https://www.gartner.com/smarterwithgartner/embracing-digital-humanism/
  2. https://en.wikipedia.org/wiki/Humanism_(disambiguation)
  3. https://www.asc.upenn.edu/files/guest-colloquium-milad-doueihi-digital-humanism

 

Inserito il:27/11/2019 11:32:44
Ultimo aggiornamento:27/11/2019 11:43:15
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