Aggiornato al 08/08/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Dodi Ballada (Atene, Grecia) - Democracy En Danger

 

Ma l’Italia è davvero una democrazia?

di Achille De Tommaso

 

La democrazia è conflitto, “conflitto contenuto", tra partiti e maggioranze/minoranze. Ma il conflitto diventa pericoloso quando una parte afferma che l'altra è illegittima.

***

C'è una linea sottile tra il normale conflitto democratico e il conflitto che minaccia la democrazia, e i politici (sicuramente quelli nostri) non sono in grado, spesso, di articolare la differenza. Democrazia significa governo del popolo, ma gli italiani non sono completamente d'accordo su chi appartiene al popolo. Chi di noi non ha sentito frasi come “viviamo in un eccesso di democrazia”, “non si dovrebbe dare il voto a tutti, ma solo a quelli capaci di utilizzarlo al meglio”? Si potrebbe forse dire che questo atteggiamento è solo di una parte della popolazione, di normali cittadini scontenti (come al solito) delle azioni di governo. Ma non è così: in realtà sono proprio le maggiori istituzioni politiche italiane che mostrano, nel merito, atteggiamenti antidemocratici.

Sublime esempio: si ritiene generalmente che il Presidente della Repubblica italiano svolga un ruolo puramente di rappresentanza e simbolico, e per la maggior parte della vita dell'Italia come repubblica è stato in così; ma in passato.

Infatti, nella sua veste ufficiale di “garante” o “custode” della costituzione, il presidente detiene un potere considerevole: i governi sono tenuti ad ottenere l'“approvazione” del presidente, che nomina anche (“approva”) il presidente del Consiglio e i suoi ministri di gabinetto. Inoltre, tutte le leggi approvate dal parlamento devono essere, alla fine, approvate dal presidente, che è anche incaricato di firmare lo scioglimento del parlamento. Ciò significa che il presidente decide effettivamente se le elezioni debbano tenersi o meno.

Ma il potere del presidente italiano non si ferma qui: egli ratifica anche tutti i trattati internazionali; è anche comandante in capo dell'esercito e capo dell'organo di governo della magistratura. Il presidente esercita, de facto, influenza anche attraverso le strutture tecnocratiche del Ministero dell'Economia e delle Finanze, in particolare attraverso l'onnipotente Ragioneria Generale dello Stato e la Banca d'Italia.

Quella del presidente italiano non è, quindi, una fonte di potere irrilevante, soprattutto in tempi di crisi, se il sistema politico è incapace di fornire soluzioni praticabili, il ruolo del presidente tende ad “ampliarsi”. Dato lo stato quasi permanente di turbolenza politica ed economica in cui l'Italia è impantanata da almeno un decennio, non sorprende che il presidente di oggi si sia, quindi, evoluto in un attore politico a pieno titolo, con il potere (e la volontà) di intervenire nel processo decisionale del Paese.

E questo parrebbe in contrasto col desiderio dei Padri Costituenti, di disegnare una costituzione che non permettesse il nascere del potere forte di un sol uomo. Ma questo contrasto non lo si riscontra solo in Italia.

Questa trasformazione, infatti, non è recente, e può essere fatta risalire alla progressiva integrazione dell'Italia nell'Unione Europea e nell'euro, iniziata nei primi anni novanta. Per qualsiasi Paese europeo, l'appartenenza all'euro significa che il ruolo del governo – e quindi del parlamento – diventa sempre più quello di mettere in pratica decisioni economiche, anche se impopolari, prese a livello europeo. Ciò ha inevitabilmente comportato un processo di riconfigurazione statale che ha comportato il rafforzamento dei poteri esecutivi e tecnocratici a tutti i livelli, compreso quello del presidente, e la conseguente emarginazione del parlamento. In genere, ciò viene presentato come una precondizione necessaria per l'attuazione rapida ed efficiente di politiche economiche applicate dall'UE: austerità fiscale, moderazione salariale, liberalizzazioni e privatizzazioni favorevoli al mercato. Può essere vero, ma allora il Parlamento a che serve? E non dimentichiamoci come, attraverso lo strumento privilegiato del Decreto Legge e della “fiducia”, il Parlamento venga regolarmente scavalcato.

Una volta presa la scelta da parte delle élite italiane di aderire all'euro, si rese necessario anche difendere la decisione da ogni possibile sfida popolare. E così il ruolo del presidente si trasformò da quello di garante della costituzione a garante degli “obblighi internazionali” del Paese, in particolare di trattati e regole Ue.

Infine, il trasferimento delle prerogative economiche all'UE ha fatto sì che i partiti politici, anche se sono riusciti a ottenere la maggioranza in parlamento, si sono trovati sempre più privi degli strumenti economici necessari per mantenere il consenso sociale.

Ciò ha fatto nascere, sicuramente in Italia, un sistema di instabilità sociale e politica quasi permanente, con il presidente che assume un ruolo sempre più “attivista” in nome della “stabilità” e della “governabilità”. In breve, l'adesione dell'Italia all'euro ha di fatto avviato un caso unico di transizione istituzionale da un regime parlamentare a un regime presidenziale di fatto. Si potrebbe obbiettare che anche il regime presidenziale è un regime democratico; può darsi, ma nel caso italiano il legislatore svolge sempre più un ruolo marginale. E di conseguenza è lecito che l’elettore dica: “ma chi me lo fa fare di andare a votare?”

Questo aspetto è diventato particolarmente evidente sotto il doppio mandato di Giorgio Napolitano (2006-2015), che è coinciso con l'era turbolenta delle ricadute post-crisi finanziaria. In quel periodo Napolitano divenne il "tranquillo mediatore politico" della politica italiana, con i critici che, ricorderete, lo chiamavano "Re Giorgio ". È generalmente accettato, ad esempio, che Napolitano abbia svolto un ruolo cruciale dietro le quinte del presunto “golpe internazionale” – che coinvolse, tra gli altri, la Banca d'Italia, l'allora presidente della BCE Mario Draghi, Angela Merkel e Nicholas Sarkozy — che portò alla caduta del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e alla sua sostituzione con il tecnocrate Mario Monti, scelto personalmente dallo stesso Napolitano. Ricorderemo tra l’altro come il governo Monti fu concordemente definito come “governo del presidente”.

Il successore di Napolitano, il presidente Sergio Mattarella, ha seguito le sue orme. Nel 2018, a seguito di un'alleanza tra Movimento Cinque Stelle e Lega, i due partiti, come previsto dalla costituzione italiana, sottoposero all'approvazione del presidente la scelta dei ministri di governo. Eppure al loro proposto ministro dell'Economia, Paolo Savona, fu posto il veto da Mattarella, a causa della sua posizione euro-critica, costringendo i due partiti a optare per il più favorevole allo status quo Giovanni Tria. Come notarono all'epoca gli esperti di diritto Marco Dani e Agustín José Menendez, ciò sembrerebbe indicare l'esistenza di una sorta di 'convenzione', secondo la quale i partiti o le coalizioni politiche che sono critiche nei confronti degli assetti economici e monetari esistenti all'interno dell'eurozona non possono entrare al governo.

Più di recente, quando Matteo Renzi staccò la spina al secondo governo di Giuseppe Conte, Mattarella rifiutò di sciogliere il parlamento e indire elezioni anticipate, lavorando invece dietro le quinte per garantire la sostituzione di Conte con Draghi, proprio come aveva fatto Napolitano con Monti un decennio prima.  

E nell'ultimo periodo, Mattarella ha fatto di tutto per difendere apertamente praticamente ogni politica del governo Draghi, comprese quelle più legalmente e costituzionalmente traballanti, come l'introduzione di pass per i vaccini, nonché il mantenimento di uno stato di emergenza semipermanente e il rafforzamento della presa autoritaria di Draghi sul Paese. In altre parole, il presidente oggi non pretende nemmeno più di essere un arbitro neutrale della costituzione. Non solo è scontato che svolga un ruolo profondamente politico, senza possibilità di appello, ma in effetti le élite italiane si aspettano sempre più che lo faccia: usare i suoi poteri da re per difendere lo status quo e tenere a bada "i barbari", siano essi euro scettici o no-vax; o comunque non siano dalla “parte giusta”.

E’questa democrazia?

Una cosa è chiara: la democrazia italiana è diventata un affare in gran parte elitario, in cui le fazioni belligeranti dell'establishment si contendono il potere, mentre la maggioranza dei cittadini non si preoccupa più nemmeno di andare a votare. E la maggioranza di quelli che non vanno a votare appartiene ai ceti meno abbienti.

Non sorprende che le élite globali oggi guardino all'Italia come un modello: The Economist è arrivato addirittura a, nel 2021, incoronare l'Italia “Paese dell'anno” per il suo modello politico. Molti dei suoi cittadini, tuttavia, ritengo siano in disaccordo.

E a questo proposito mi piace citare la massima (attribuita ad Andreotti, Giolitti, Mussolini, e altri) secondo cui non è difficile governare l’Italia, ma è INUTILE. E non considero questa massima, per niente, una battuta di spirito, ma verità. Infatti, nonostante il cittadino si sforzi di andare a votare, eleggendo l’una o l’altra parte, il risultato è sempre lo stesso: poche migliaia di persone, appartenenti a burocrazia ministeriale, magistratura, “intellettuali cosiddetti”, media (siamo al 58mo posto mondiale come libertà di stampa), sindacati, corpo insegnante accademico; stravolgono regolarmente, nel day-to-day, il risultato delle elezioni; ostacolando facilmente il percorso e l’attuazione delle leggi approvate in parlamento.

A che serve andare a votare?

 

(riferimenti storici da UNHERD.COM)

  

Inserito il:29/05/2022 12:35:34
Ultimo aggiornamento:29/05/2022 12:41:19
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