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Aggiornato al 27/05/2018

Linda Kamille Schmidt (Topeka, Kansas – Brooklyn, NY) - Nudge (2010)

 

Un Nobel e un tumore (il mio)

Incrocio tra lettura e amara realtà

di Mario Salmon

 

Nel leggere un libro vi ho trovato descritto un “caso” pressoché identico a quello che sto vivendo: la fortissima similitudine mi ha spinto a descrivervi questi due casi.

Il libro è “NUDGE by Thaler & Sunstai, ” del premio Nobel per l’economia del 2017 Thaler, ha come tema il fatto che le nostre risposte ad ogni domanda sono “guidate” dal come è formulata la domanda stessa, dall’ambiente, dalla situazione specifica. Thaler chiama questi condizionamenti con il termine nudge che in italiano potrebbe essere “ spinta gentile” “spintarella” “colpetto” cioè un indirizzamento dolce e ben nascosto verso un ben definita risposta.

Nudge è un termine ben poco conosciuto ma, prevedo, che diventerà di moda: io l’ho imparato da un grande manager che lo applica sistematicamente per ottenere, diciamo così, quello che vuole dai suoi collaboratori.

La teoria di Thaler assomiglia al pensiero di Daniel Kahneman, uno psicologo anche lui premio Nobel per l’economia che afferma, più o meno, che la risposta immediata a una domanda non sempre, anzi quasi mai, è basata su una razionalità ma spesso è determinata dalla situazione, dal tempo a disposizione e da come è formulata la domanda stessa. Questa teoria è descritta nel suo libro “Pensieri lenti e veloci”.

I due libri sono di facile lettura perfino da chi, come me, ha imparato la psicologia da Woody Allen: la lettura è facilitata dalla presentazione di molti esempi reali.

Tra questi esempi, circa al 31% dell’ebook “NUDGE by Thaler & Sunstai, ed Penguin books”, si legge il seguente caso:

Supponiamo che vi abbiano diagnosticato un cancro alla prostata e che devi scegliere tra tre opzioni: chirurgia, radiazioni o vigile attesa che significa non fare nulla per il momento. Ogni scelta comporta una serie complessa di effetti collaterali e sulla qualità e lunghezza della vita. Il confronto tra le opzioni richiede un bilancio come: è meglio correre il rischio con 33% di probabilità di diventare incontinente per avere il vantaggio di accrescere la speranza di vita residua del 3,2%.

E’ una difficile decisione a due livelli. Primo difficilmente il paziente conosce questi dati e secondo gli sarà difficile immaginare cosa significhi essere incontinente. Inoltre ci sono altri due fattori inquietanti nello scenario. Primo, la maggior parte dei pazienti decide che cura seguire proprio nel momento che apprende la diagnosi. Secondo, la loro scelta dipende fortemente dal tipo di dottore che gli sta di fronte: qualcuno specializzato in chirurgia altri in radioterapia ma nessun in “attesa vigile”. Indovinate quale sarà l’opzione meno seguita?

Sfortuna vuole che sto vivendo questa situazione, reale personale che ripete esattamente il “caso” citato a prova della, diciamo, universalità del comportamento dei medici e dei pazienti. Vi riassumo quindi il mio percorso da “paziente che deve decidere”.

Tutto inizia quando, dopo una mattinata di attesa in una bolgia di corridoio, un giovane medico mi informa, che “hai un tumore e anche cattivello” e suggerisce, in pochi secondi a voce, che hai due strade per curarti:

  • una chirurgica che “dato il tuo stato” puoi sopportare benissimo
  • una basata su radiazioni sulle quali vengono date vaghe informazioni
  • tertium non datur.

Il medico non sa nulla sul mio stato di salute ma, guardandomi, sentenzia “ che porto bene gli anni” (80), non fornisce, quasi, nessun dettaglio e nulla di scritto. Dimenticavo: il medico è parte di una equipe di chirurgia.

Indovinate cosa decide rapidamente, su due piedi, il povero Mario? Elementare Watson: mi faccio operare!

La risposta è predefinita da:

  • mancanza di tempo per riflettere, documentarsi e “pensarci su” (= pensiero veloce)
  • modo di presentare il caso da parte di una “esperto” soprattutto , se non solo, in chirurgia (=nudge)
  • nessun cenno ad altre alternative.

Certo firmo il Consenso informato: sicuramente si rispetta la legge, ma certo nulla a che vedere con quello che capita nella mia professione di consulente industriale; per convincere un mio cliente o superiore a prendere una qualsiasi decisione non basta certo fargli firmare un bel modulone e strappargli un “SI” al volo! E si tratta di soldi, non della mia pelle alla quale sono un poco affezionato.

La mia situazione corrisponde alla perfezione con quella presentata dai due Nobel:

  • mancanza di tempo, di informazioni, di documenti scritti;
  • spintarella data da chi pone la domanda esperto in chirurgia e dall’ambiente “orientato”.

Il caso personale coincide quasi con il caso presentato da Thaler: probabilmente il comportamento dei medici è proprio uguale in tutto il mondo!

Presa questa decisione, ovvia e scontata, il malato entra in una efficientissima catena di montaggio nella quale il sistema sanitario si focalizza sulla malattia dimenticando totalmente il portatore.

Appare chiaro che il sogno dei medici sarebbe di “curare la malattia” e non certo “curare il malato” che diventa solamente un supporto, noioso e ingombrante, al tumore da combattere: quando si arriverà allo scorporo della malattia dal paziente?

La macchina “antitumore” è efficientissima ma priva di ogni trasparenza: TAC, PET, Rx, EGC,… vengono effettuati in serie senza che i risultati siano presentati o commentati al “portatore”.

Mi fermerei qua ma, se siete diventati curiosi del mio caso, vi accenno alla tappa successiva e vi rimando ad una data indefinita, sperabilmente lontana, sulla soluzione finale: morte “per” il tumore, morte “con” il tumore e, soprattutto, un bel numero di anni di buona vita con gite in montagna, camminate e magari sci con i nipoti: crepino i lupi, cross finger,…

La tappa successiva consiste in un’altra domanda, questa volta da parte della moglie, che suggerisce un “pensaci su” ovviamente accompagnata da una bella “spintarella”.

Adesso metto in atto un tentativo di razionalità cerco un esperto di “tumori” e non di “chirurgia”, lo cerco, spero sia quello giusto, mi consiglia, in modo motivato, la radioterapia.

Quindi torno al punto di partenza, comunico la mia decisione, vengo tolto dalla lista di attesa dell’uomo con il coltello, e vengo spedito ad un altro ospedale.

Nuovo incontro, questa volta con l’esperto di radioterapia che, guarda caso, conviene sulla mia scelta e ... inizia il bombardamento fotonico.

E siamo a questo punto: bisogna dire che la radioterapia è fatta con macchinari e personale assolutamente “al top”.

Per rispetto della verità devo dire che la fase iniziale, per pervenire alla diagnosi, è stata, in una struttura pubblica, rapida ed efficiente, professionale: brava dottoressa, grazie.

Fine, ad oggi, della storia: bella la coincidenza tra il caso descritto e il caso, ahimè, vissuto. Tutto il mondo è paese.

Conclusioni: sarebbe bello avere dei medici esperti in “malattie” e non esperti in un determinato metodo di cura.

Oggi vale la regola che se hai un male ad un ginocchio la diagnosi e la cura dipendono dal medico che scegli: ortopedico, chirurgo, fisioterapista, esperti in terme, psicologo, dietologo, oncologo, omeopatico, agopunturista, osteopata, ma la cura migliore era lo stare a letto tranquillo per il week end!

Le “spintarelle” non sono programmate e non sono forse neanche percepite dal mondo medico che non immagina che il passaggio da sano a malato e paziente non è banale e andrebbe “gestito” e non affidato al caso.

Come?

  • lasciando tempo per le decisioni con tempi e ambienti adatti;
  • informazione completa, scritta, neutrale, indipendente (chi diagnostica deve essere arbitro);
  • commento ai pro/contro della scelta;
  • assistenza se non proprio psicologica almeno medica: lettura dei risultati;
  • diagnosi della malattia ma anche del malato.

PER FINIRE

Il caso presentato non è affatto raro: ogni 15 minuti in Italia vi è un nuovo caso di tumore alla prostata: forse vale la pena di esaminare il problema in modo innovativo: Chiedo troppo? Chi mi risponde?

 

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Inserito il:15/05/2018 16:37:08
Ultimo aggiornamento:15/05/2018 17:09:48
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