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Aggiornato al 23/09/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Christopher Cox ( Plymouth, UK 1958) - Giant Armadillo

 

Un armadillo artificiale per capire le malattie rare dei surreni dell’uomo

di Francesca Morelli

 

Se si prova a chiedere che cos’è l’armadillo, è quasi certo che la risposta sia unanime: un mammifero, mediamente piccolo, piuttosto brutto, rivestito da una corazza esterna con una codina che spunta da chissà dove e che vive lontano, in Sud America. Conosciuto per lo più per averlo visto sui libri.

Nessuno ha da obiettare, eppure le informazioni non sono complete, perché oggi l’armadillo è anche una ‘sindrome’ strana, inesistente forse nella realtà e prodotta in laboratorio sul topo da un gruppo di ricercatori/scienziati lungimiranti dell’Università di Montreal, in Canada.

Allora che senso ha riprodurre qualcosa di artificiale se, poi, non è applicabile sull’uomo? La spiegazione è presto detta, perché l’utilità sta nel fatto che la ‘sindrome dell’armadillo’ può aiutare a studiare una patologia rara, grave, che affligge l’uomo in un caso su 1 milione, chiamata sindrome di Cushing, e che colpisce le ghiandole surrenali.

Chi ne soffre sviluppa noduli multipli, ovvero tumori benigni di oltre 1 centimetro di diametro, a livello della corticale dei surreni, ma anche una iper-secrezione di cortisolo, possibile responsabile poi di obesità, ipertensione, diabete, depressione e di un aumentato rischio di mortalità cardiovascolare. Di norma con una componente di ereditarietà familiare, questa patologia può essere trattata a seconda dei casi con i farmaci o con l’asportazione chirurgica dei tumori surrenalici.

Dunque che cosa è stato fatto in laboratorio per capire la possibile relazione tra la malattia nel topo e l’uomo?

Il lavoro è stato certosino perché i ricercatori si sono messi a studiare per 10 anni i 30 mila geni che costituiscono il genoma della cavia, fino a isolarne all’incirca solo una trentina, quelli cioè che risultavano i più rapidi a entrare in azione, attivandosi, durante una risposta immunitaria.

Poi per capire il loro corretto funzionamento, i ricercatori li hanno inattivati uno a uno, privandoli cioè di un gene particolare, l’Armc5 (Armadillo repeat containing 5) che codifica per una proteina senza attività enzimatica. È stato cosi possibile arrivare a scoprire che i topi mutati di questo gene acquisivano vita difficile:  all’incirca metà di loro andava incontro a morte già durante lo sviluppo embrionario mentre quelli che riuscivano a sopravvivere restavano di dimensioni inferiori al normale, con un sistema immunitario indebolito e dunque più esposto al rischio di infezioni.

Ma non solo: perché con il passare del tempo, di anni, le ghiandole surrenali dei topi sopravvissuti aumentavano di volume e i livelli di cortisone presente nel sangue si elevavano sensibilmente. Sviluppando cioè una sintomatologia in brutta copia di quanto accade nella sindrome di Cushing che colpisce l’uomo, in particolare dell’iperplasia macronodulare dei surreni. Non ultimo, i topi potevano anche presentare ipertensione arteriosa e code ‘ripiegate’, indice di un’alterazione dello sviluppo del midollo spinale, equivalente nell’uomo alla spina bifida. 

«Abbiamo avuto modo di studiare qualche anno fa – ha dichiarato André Lacroix, endocrinologo presso il centro di ricerca dell’ospedale canadese – delle famiglie brasiliane e franco-canadesi affette da questo tipo di iperplasia surrenalica, osservando che alcuni di essi erano portatori di una mutazione del gene ARMC5, la quale si ripresenta nel 25-50% dei pazienti affetti da questa patologia rara.  

Arrivare a identificare questa mutazione all’interno del nucleo famigliare, visto che la malattia ha una componente ereditaria, consente di diagnosticare prima la sindrome di Cushing». Insomma capire le varie manifestazioni con cui si manifesta la ‘sindrome dell’armadillo’ nel topo, potrebbe consentire di prevenire e trattare non solo questa specifica malattia rara, ma anche altre patologie importanti associate alle mutazioni del gene ARMC5.

Ora la ricerca punta a una applicazione umana, ovvero a studiare la sindrome dell’armadillo sui pazienti portatori dell’iperplasia macronodulare bilaterale dei reni per identificare già in fase iniziale le tipiche manifestazioni della malattia, ma anche le alterazioni a carico del sistema immunitario, nervoso e cardiovascolare, estendendo lo studio verso l’individuazione delle molecole con le quali il gene ARMC5 interagisce e che potrebbero diventare futuri target terapeutici.

I primi passi dello studio di laboratorio sulla creazione artificiale della sindrome dell’armadillo sono già stati pubblicati su Nature Communications, ora si attende qualche dato reale. Sull’uomo.

Inserito il:03/03/2017 20:39:40
Ultimo aggiornamento:03/03/2017 20:57:52
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