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Aggiornato al 21/06/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Hans Bellmer (1902-1975) – Da Anatomia dell’immagine - 1957

 

“Normalità” versus Patologia nella Sessualità: un binomio divenuto inscindibile?

 

Questo mio scritto non ha alcuna pretesa di essere un lavoro scientifico, non ho ancora condotto le ricerche bibliografiche che servono, in questi casi, per avvalorare le proprie ipotesi e sostenerle.

Si tratta, infatti, solo di alcuni spunti di riflessione che vorrei condividere con Voi.

Il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentale (DSM) ormai giunto alla quinta edizione, è stato “pensato” per dare una migliore definizione dei disturbi mentali, nell’ottica di una diagnosi dimensionale, cioè per dimensioni cliniche più che categoriale, ossia per categorie diagnostiche, come erano le edizioni precedenti. E’ stato, per lo più, introdotto il concetto di “spettro” che, come un grosso ombrello, raccoglie sotto di sé più diagnosi che prima erano separate dalla dizione “disturbi”.

Il tentativo di fornire, quindi, una diagnosi più completa ed articolata, che non suddividesse i “disturbi”, ma procedesse secondo un continuum dalla salute alla malattia, ed in cui il “sintomo” si inserisse come un momento di scucitura nella vita psichica del paziente, non sempre è riuscito: quello che certamente è risultato dal cambiamento è stata l’esclusione di alcuni criteri diagnostici, l’inserimento di altre diagnosi e la generale sensazione di una maggior settorializzazione della patologia psichica.

Ma non era su questo che volevo riflettere.

Gli spunti di riflessione mi sono venuti, piuttosto, da alcune storie cliniche in cui mi sono imbattuta e che continuano a capitarmi, nel quotidiano della mia professione, ma anche da vicende di vita extraprofessionali.

Si ha la sensazione dilagante, per quanto sia difficile definire la “normalità” psichica  semplicemente come ciò che si conforma ai più, ciò che i più, cioè, condividono, a causa delle grosse sfaccettature di cui può essere dotata la mente umana, che oggigiorno essere “normali” sia diventata, portando il discorso all’estremizzazione, una “devianza” e che la “trasgressione” sia, invece, la norma.

La definizione di ciò che è normale e ciò che è patologico nel comportamento sessuale, ad esempio,  rimane ad oggi un problema irrisolto. Anche perché ripercorrendo le diverse epoche storiche e le diverse culture, i comportamenti sessuali si sono modificati nel tempo e spesso hanno assunto impercettibili sfumature che rendono sempre più difficile effettuare una definizione il più possibile coerente di “ normalità”.

Per trasgressione, in questo senso, non intendo una “fisiologica” deviazione dalla norma,  ossia quegli allontanamenti dalla routine che possono ravvivare la vita di coppia, ma quegli atteggiamenti, più spinti, di tipo “parafilico” che sconfinano nelle vere e proprie parafilie ( laddove cioè la “meta” non è il rapporto sessuale, ma un oggetto o una situazione che determina l’eccitamento, come accade nel feticismo, ad esempio). Intendo quegli atteggiamenti che non solo si discostano da quelli riscontrati nella maggioranza dei casi, con caratteristiche di esclusività e ripetitività, ma che vengono ostentatamente dichiarati come se quella fosse divenuta la sessualità condivisibile, mentre la banale “trasgressione”, nel senso di puro ingrediente erotico,  non fosse più eccitante.

La trasgressione anche più “spinta”  veniva  vissuta fino a qualche tempo fa “in segreto” come un comportamento sessuale atto a stimolare la coppia, con il “timore” di poter essere scoperti, ma non necessariamente “sbandierata”, anzi proprio nel celato e nel “velatamente” manifesto risiedeva il gioco dell’eccitazione. Oggi appare sempre più importante apparire estremamente trasgressivi piuttosto che esserlo davvero, come se si dovesse continuamente ostentare agli altri anche quello che non si è, piuttosto che “giocare” in modo più semplice e rimanere se stessi.  Che questo possa derivare da una paura dell’incontro con l’altro, dalla cosiddetta “angoscia di castrazione” o da una forma di dipendenza dalle figure genitoriali non superata, nel senso di mancata differenziazione tra sé e l’altro,  tutte queste ipotesi in termini psicodinamici appaiono valide. Come valida è la teoria che la conseguenza principale della incapacità di conciliare dipendenza ed indipendenza è la trasformazione del bisogno dell’altro in dominio.  Meno valida, purtroppo, l’efficacia di un trattamento psicoterapico.

Il criterio che, dunque, pare più utile per dirimere il dubbio tra normalità e patologia, potrebbe essere quello di essere capaci di vivere una relazione sessuale nella sua interezza affettiva, in quanto nella parafilie l’interesse si concentra in modo ossessivo su una pratica sessuale, su un frammento del corpo, od, ancora su un oggetto, che diventano mete sessuali, escludendo il rapporto sessuale vero e proprio e coartando l’affettività dell’individuo dalla persona in toto ad una parte, ad una scomposizione in parti, perdendo di vista la totalità dell’essere e subordinando il valore della persona amata alla presenza o meno del feticcio, anzi subordinando l’incontro con l’altro nella sua totalità, ad una sua parte. E oggi, purtroppo, si assiste sempre più ad una condanna delle altrui preferenze sessuali e ad una esagerata esposizione delle proprie.

Il rapporto non è più come nella relazione intersoggettiva, tra “soggetto” e “soggetto”, ma tra “soggetto” ed “oggetto”, laddove il soggetto viene ridotto a pura “comparsa”.

Come ha scritto magistralmente Massimo Recalcati ” L’uomo che amava una calza più di una donna”.

 

Inserito il:19/04/2016 11:21:12
Ultimo aggiornamento:19/04/2016 11:27:44
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