Aggiornato al 19/05/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Antonino Puliafico (Furnari, ME, 1969 - Verona) - Giochi di Sabbia

 

Il Gioco della Sabbia - Parte seconda

(seguito)

di Iolanda Stocchi

La cesta è ancora vuota? Essere soli alla presenza di qualcuno.

 

Come terapeuti del Gioco della Sabbia siamo testimoni di un poieo, di un farsi della psiche che diventa figura, di quella cosa muta e tremante di cui parlava la psicoanalista inglese Nina Coltart, - e di cui ha parlato anche lo scrittore e critico d’arte John Berger - che prende forma, si oggettiva, e va accompagnata alla sua incalcolabile destinazione. Immagine poi-etiche.

Quando ce la troviamo davanti ci chiediamo da dove proviene? La interroghiamo per comprendere cosa c’è dietro. L’Immagine ci guarda!

Per poter entrare in contatto con questa sorta di melodia è necessario andare fino alla preistoria della nostra esistenza, prima della separazione corpo e mente: al pre-verbale.

È necessario quindi per comprendere e per vedere - per sollevare la vista alla percezione come ha detto Cristina Campo - toccare quell’inarticolato, ciò che sta dietro le cose, i precordi scrive la psicologa S. V. Finzi. Luogo da toccare anche per noi terapeuti, perché è anche il luogo della cura. Luogo silenzioso e muto, ma vivo.

Nel Gioco della Sabbia siamo testimoni di un processo di figurazioni della psiche, che attraverso con-figurazioni approda a raf-figurazioni e tras-figurazioni.

Come sostiene Bachelard, l’immaginazione è all’opera nella percezione, una sorta di lavoro segreto che trasforma l’oggetto che si percepisce in un oggetto che si contempla.

Le immagini hanno accesso a questo luogo e per questo diventano un tra, un ponte, e sono nel contempo la strada e la meta. L’immagine anticipa e trova soluzioni. L’immagine consente a quello che è stato di unirsi con il presente e di anticipare il futuro: è futuro anteriore. L’immaginazione è il processo e il contenitore.  L’immagine — diario silenzioso — appartiene a questo luogo, affonda le sue radici in questo silenzio, e ne porta dentro le tracce.

L’immagine lascia un buco di silenzio, un’apertura a un’altra forma di coscienza e di conoscenza. Quando mi riferisco all’immagine intendo l’immagine come icona.  

La dimensione idolatra dell’immagine si ferma a ciò̀ che vede, cosifica e mercifica.

In quella iconica lo sguardo non si ferma a ciò̀ che vede, ma va oltre il visibile, lo attraversa, e vede l’invisibile. L’invisibile che sta dentro il visibile va immaginato. Dobbiamo fermarci a guardare più a lungo e più lentamente. Spiazzare il nostro sguardo, dislocarlo.  Sguardare.

Ho sentito che dovevo esercitarmi in una Pazienza dello Sguardo.

L’immagine come icona è un Tabor dello sguardo, dice lo psicoanalista americano James Hillman. La vera immagine è negli interstizi. È tra le sue crepe che intravediamo l’azzurro dell’eternità dice Florenskij. Prima viene l’immaginazione poi la percezione.

Mentre osservo un bambino, il gioco di un bambino, un bambino che piange, è fondamentale avere presente che il mio intervento indirizza il movimento, il processo. In fisica la presenza dell’osservatore cambia la traiettoria della particella.

Quando mi trovo di fronte a un processo, a una metamorfosi, a qualcosa di fragile, devo essere consapevole che è come vedere dentro un bozzolo la metamorfosi di una crisalide.

Ogni creatura, e i bambini per primi, hanno bisogno per esistere e crescere, di essere soli alla presenza di qualcuno, come ha detto il pediatra e psicoanalista inglese D. Winnicott, ovvero sentirsi sentiti. Mi interessa comprendere quale sguardo rende possibile questa esperienza.

Ancor prima di incontrare nei miei studi il pensiero di Winnicott e il Gioco della Sabbia, una delle chiavi dell’esistenza è stata quella che successivamente ho trovato proprio espressa in questa sua frase-paradosso: essere soli alla presenza di qualcuno.

Abbiamo necessità di uno sguardo che ci guardi, di un testimone silenzioso della nostra esistenza: che ci faccia esistere e ci lasci esistere. Questo sguardo dà senso alla nostra vita. Questo sentirsi sentiti che ci fa esistere è anche quello che ci cura, quello di cui abbiamo bisogno quando siamo feriti. È lo sguardo che ci permette di diventare genitori di noi stessi ed è anche quello che ci chiedono i bambini: di essere bambini dentro il nostro sguardo. Quante volte un bambino va a giocare dove c’è un adulto e non vuole che l’adulto intervenga, ma lo vuole lì per potergli dire: guarda! Quel gioco, quel disegnare da soli, ma alla presenza di qualcuno, assumono un valore diverso: esistono. In questo spazio libero e protetto è possibile — proprio attraverso il gioco — nascere a se stessi, ricreare e/o riparare il proprio mondo psichico rotto.

Questa esperienza per me si è materializzata nel Gioco della Sabbia, che ha come fondamento lo spazio libero e protetto di cui parla Dora Kalff.

Ci aiuta in questo percorso per trovare questo sguardo una fiaba boscimane raccontata da L. van der Post, e che qui titolerò̀: “La cesta è ancora vuota?”.

Un uomo che possedeva una mandria di mucche scoperse una notte che delle giovani donne del popolo celeste scendevano da una corda che calava dalle stelle e mungevano le sue mucche. Catturò la più bella e ne fece la sua sposa. Erano felici, ma la donna, che possedeva una cesta, lo pregò di non guardarvi dentro per nessun motivo, altrimenti avrebbero patito un’immensa sciagura. Un giorno l’uomo, afferrato dalla curiosità̀, sollevò il coperchio della cesta e scoppiò a ridere, dicendo alla sua sposa: “Perché́ facevi di questa cesta un così grande mistero? Dentro non c’era niente!” La donna si allontanò verso il sole del tramonto e svanì per sempre. Allora la nutrice aggiunse: “La donna non se ne andò̀ perché́ l’uomo aveva infranto la sua promessa, ma perché́, guardando nella cesta, non vide nulla”.

La brevissima fiaba boscimane ci mette in guardia e ci introduce allo sguardo che sa vedere. Quella cesta è diventata per me, da allora, il simbolo dei luoghi di gestazione che vanno avvicinati nel modo giusto per essere compresi: il gioco dei bambini è uno di questi spazi.

I bambini chiedono che li si avvicini con questo sguardo.

E non che diciamo: “Non è un castello è solo uno scarabocchio! Per fare un castello devi

Vedere in queste storie sembra essere legato a una comprensione su un altro livello. A un vedere che non si ferma a ciò che ha davanti, che non travisa ma che sa cogliere l’invisibile della scena che abbiamo di fronte. Uno sguardo che ri-vela: non spiega, non traduce, non interpreta, ma trasfigura.

 

(Continua)

Marc Chagall

 

Inserito il:20/04/2022 16:21:09
Ultimo aggiornamento:26/04/2022 16:54:59
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