Aggiornato al 04/10/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Jaanika Talts (n. Estonia - Dublino, Irlanda) - Folie à deux

 

La Folie à deux: Marco e Anna

(seguito)

di Anna Maria Pacilli

 

Quella che seguirà sarà una delucidazione sul caso clinico trattato in precedenza, peraltro molto singolare e relativamente raro. Nel corso della mia carriera lavorativa ho incontrato un unico caso clinicamente diagnosticato.

La Follia a Due o Disturbo Psicotico Condiviso, come entità nosografica, grazie anche alla sua rarità ha suscitato l’interesse di molti clinici. Il quadro clinico è stato individuato dai francesi verso la fine dell’800 e fa riferimento ad una alterazione mentale di psicosi a doppia polarità, in cui, cioè, non è un solo paziente ad esprimere il disturbo psicopatologico, ma la psicosi è condivisa da due o più persone. Quante volte è capitato agli specialisti del settore di assistere ad una sorta di rapporto “simbiotico” tra genitori e figli, anche ormai adulti, in cui però, a dispetto dell’età anagrafica, i figli rimangono prepotentemente legati ai genitori, non riuscendo a vivere una vita autonoma senza l’appoggio dei parenti e, di converso, genitori che nulla agiscono per separare i figli da sé. Questa situazione che non è sicuramente fisiologica per sganciare i figli dall’ambiente genitoriale, non rappresenta quello che, invece, è questo quadro psicopatologico. Nella folie à deux non si tratta di un disturbo di “accompagnamento”, ma si ha una vera e propria “convergenza” di due o più persone verso la stessa tematica di sofferenza mentale. 1

Anche se fu Harvey 2 nel 1651 a descrivere un caso di pseudociesi associato a psicosi indotta in due sorelle, il termine “folie à deux” risale a Lasègue e Falret 3, autori che descrissero il disturbo presentando delle loro osservazioni cliniche che ebbero la loro utilità, generalizzandole, per discernere sulla comparsa e/o scomparsa del quadro psicopatologico e che hanno, ancora oggi, la loro validità

  1. In condizioni normali non vi è trasmissione del delirio da un individuo malato ad un individuo sano di mente, come pure è estremamente raro il “contagio” da un paziente all’altro;
  2. La trasmissione del delirio può verificarsi solo in alcune particolari condizioni che sono:
  • L’elemento attivo crea il delirio e lo impone gradualmente all’altro che è l’elemento passivo della coppia. Quest’ultimo, dopo aver cercato di resistere, cede, ma corregge il delirio rendendolo più verosimile. Questo nuovo “prodotto” diventa il delirio condiviso da entrambi in tutti i particolari, tanto che non è più possibile distinguere clinicamente il malato induttore da quello indotto
  • Affinché questa sorta di integrazione del delirio possa realizzarsi è necessario che queste persone vivano per molto tempo assieme nello stesso ambiente ed isolati da influenze esterne.
  1. Per gli studiosi, la separazione dei due malati determina la guarigione dell’elemento passivo, mentre quello attivo rimane immodificato, anche se questo elemento non è valido in tutti i casi.

Al contrario di quanto sostennero Lasègue e Falret, nel 1880 Regis 4 elaborò una tesi opposta, affermando che non vi è mai comunicazione di deliri da una persona all’altra: generalmente si tratta di un delirante e di un “credulone” che non diventa mai un delirante vero e proprio. Ci sono, secondo quest’ultimo studioso, dei casi di delirio condiviso, ma questo insorge simultaneamente in due soggetti predisposti, tanto che la separazione dei due soggetti non ha alcun effetto favorevole sul loro stato mentale. In realtà, studi successivi sono stati più favorevoli alla prima ipotesi, quella della insorgenza del delirio dapprima in una persona e poi in un’ altra, che non alla seconda. Si deve a Gralnick 5  la classificazione del disturbo in quattro sottotipi:

  1. Il sottotipo A o “folie imposée”, in cui i deliri di un soggetto con psicosi sono trasferiti ad una persona mentalmente sana.
  2. Il sottotipo B o folie simultanée, che evidenzia la comparsa simultanea di una psicosi identica in due soggetti intimamente relazionati, ma non necessariamente indotta. Tale ipotesi era valida soprattutto nei casi di consanguineità ma non nella follia tra coniugi.
  3. Il sottotipo C o folie communiquée è quella in cui il destinatario sviluppa la psicosi dopo un lungo periodo di resistenza e mantiene i sintomi anche dopo la separazione.
  4. Il sottotipo D o folie induite, in cui i deliri sono adottati da un individuo con psicosi che è sotto l’influenza di un altro individuo con psicosi.

Ritornando al nostro caso, quello di Marco e Anna, se volessimo attenerci a questa classificazione, si potrebbe ipotizzare il sottotipo B.

Bibliografia

  1. Ferro F.M. Appunti dai Seminari A.A. 2001/2002, non pubblicato
  2. Pagel W. (1969) William Harvey revisited, in History of Science, 8, p. 1-31
  3. Laseègue c, Falret J ( 1877) La folie à deux, ou folie comuniquée. In Annales Médico-psychologigues, 16, p. 320
  4. Régis E (1880) La folie à deux. Tesi di Medicina. Parigi
  5. Gralnick A. (1942) Folie à deux. The psychosis of association. In Psychiatric Quarterly, 16, p. 230-6 et 491-520

 

Inserito il:04/02/2022 17:54:34
Ultimo aggiornamento:04/02/2022 18:06:02
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