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Aggiornato al 15/12/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Vladimir Bibikov (1949- Soviet Union/USA) – Jacob’s dream

 

I sogni sono solo desideri?

di Anna Maria Pacilli

In visioni di notturna tenebra

spesso ho sognato svanite gioie…

E.A. Poe

Sin da quando eravamo bambini, i sogni popolano il nostro riposo e rivestono le nostre notti di un alone magico. Ci fanno compagnia, a volte ci rallegrano ed allora, di solito, affrontiamo la giornata, al risveglio, con maggiore ottimismo ed anche se ci capita qualcosa di spiacevole, riusciamo a guardarlo in una luce diversa.

Oppure sono sogni terrifici ed allora ci turbano, ci spaventano, a volte condizionano le nostre giornate in modo negativo.

O, ancora, semplicemente, non li ricordiamo, ed allora….vada come vada.

Il sogno, in realtà, rimane un grande mistero anche per gli psicoanalisti. Certo, proviamo ad interpretarli, possono avere un senso nella vita psichica degli individui, se ripetuti. Possono essere una guida per arrivare all’inconscio del nostro paziente. Ma non è affatto semplice. Io con i miei pazienti in analisi, a volte ci provo, ma mi vengono in mente sempre più ipotesi e spesso molto lontane tra loro. Ed in questi casi non mi sono affatto utili per aiutare l’analizzando. Anzi.

In ogni caso, i sogni rivestono un fascino profondo. Io stessa, più volte, mi sono sentita come condizionata al risveglio, se “ricordavo” un certo sogno piuttosto che un altro. Anche se il sogno non mi sembra molto nitido, mi capita di ripensarci nel corso della giornata. Oltretutto quella che noi ricordiamo è la “condensazione” del sogno, che, appunto, rimane nella nostra memoria, e non le “scene” così come si sono succedute. Dunque, il sogno è costituito da una serie di immagini, o noi siamo portati a ricordare che quello che più (o meno) ci piace immaginare?

Non dimentichiamo gli insegnamenti infantili della fiaba di Cenerentola (“I sogni son desideri”), ma per chi di noi si è imbattuto in Freud “Il sogno è l’appagamento di un desiderio”, oppure leggendo William Shakespeare “Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”. Ma c’è anche anche Zucchero che canta amabilmente che noi siamo “fatti di sogni”. Insomma, chi più ne ha più ne metta. Ma anche se ci capiamo poco, dei sogni parliamo e ai sogni ripensiamo.

Ma come riuscire a “comunicare” con i sogni? O, meglio, come imparare a capire ciò che ci vogliono comunicare? Li percepiamo “altro da noi”, o rappresentano una sorta di “continuum” con lo stato di veglia?

Presso alcune culture, nel corso dei secoli, si vede che i sogni potevano assumere un significato apotropaico.

Con l’introduzione della scrittura nella cultura babilonese, troviamo la prima descrizione di un sogno in “l’Epopea di Gilgamesh”, che risale al 2000 a.C., dove è narrato il sogno del principe Gilgamesh che incontra Enkidu, il suo alter ego onirico. Dapprima essi si scontrano, ma, poi, non avendo nessuno la meglio, il principe decide di adottare Enkidu come fratello gemello.

Quando Gilgamesh racconta questo sogno alla madre Ninsun, lei lo interpreta in senso profetico individuando in esso la chiave per la futura forza del figlio.

Nella cultura babilonese si riteneva che i sogni fossero fonte di verità sicure, se fossero ben interpretati e questo dal sognatore si estendeva alla realtà circostante, coinvolgendo anche altre persone.

Nella cultura sumerica troviamo il rituale dell’incubazione: se si dormiva nei sotterranei, i sogni potevano rivelare profezie, andando ad avvicinarsi alla parte più profonda di noi stessi.

Tale rituale fu ripreso anche nella Grecia antica, dai sacerdoti di Esculapio, che li utilizzavano anche a scopo terapeutico.

Gli egizi erano molto interessati ai legami del sogno con la realtà, tanto che il sogno era una sorta di “intromissione” degli dei nella vita degli esseri umani. Allora l’interpretazione del sogno aveva lo scopo di far conoscere la volontà divina.

Il “Libro dei sogni ieratico” risale a 4000 anni fa (2052-1778 a.C.) e reca in sé l’idea che i sogni consentano la comunicazione con il mondo dei defunti e con le divinità, alcune protettive, come quelle del dio Horus, altre nefaste pertinenti al dio Seth.

Gli ebrei consideravano il sogno come la diretta manifestazione della volontà di Dio.

Nella Bibbia è descritto il sogno profetico di sette vacche grasse e sette vacche magre.

Giuseppe, ebreo e incarcerato, lo interpretò annunciando l’avvento di sette anni di prosperità e poi sette anni di siccità per il Faraone e il suo popolo. Questa interpretazione valse a Giuseppe la libertà e la prosperità per il popolo ebreo in Egitto.

Nel “Talmud”, testo sacro ebraico, l’analisi dei sogni è compiuta dal rabbino Ismaele: i sogni provengono dall’intimità dell’essere umano.

Presso il popolo greco la pratica incubativa, già utilizzata dai sumeri, fu ripresa per i riti in favore di Esculapio. Nei suoi templi le persone dormivano proprio con lo scopo di sognare, e i sogni venivano interpretati dai sacerdoti in termini di suggerimenti per la cura delle malattie o come guida spirituale dei sognatori, tanto da farne una “scienza” l’ “Onirocritica”, la scienza che interpreta i sogni.

Nell’Odissea, canto XIX, Penelope parla di come i greci intendevano il sogno:

“Per loro natura i sogni sono inesplicabili e portano messaggi difficili da interpretare, né ogni cosa si compie per i mortali. Due sono le porte dei sogni immateriali, una corno e l’altra avorio; e quelli che escono attraverso l’avorio illudono, perché portano messaggi che non si realizzano, mentre quelli che procedono per la porta di polito corno compiono cose vere, ogni volta che un mortale li veda”.

Dunque, non fu Freud il pioniere dell’interpretazione dei sogni, ma Artemidoro di Daldi, che scrisse un testo ad hoc. Addirittura questo divenne una sorta di libro di testo per insegnare l’onirocritica.

In questo testo i sogni erano classificati in profetici (diretti e simbolici), e non profetici.

Anche Aristotele si dedicò allo studio del sogno. Nell’opera “De somno et vigilia” (Del sonno e della veglia), egli sostiene che il sonno e la veglia sono due fenomeni opposti che convivono in noi, ma, per certi versi, non fornisce al sogno una dignità ben precisa, considerandolo come privazione di veglia, ma con l’utilità di avvisarci quando qualcosa nel nostro corpo non funziona.

Fu, questo, l’inizio di una visione laica e “moderna” del fenomeno onirico, dimostrando che la capacità dell’uomo di prevedere il futuro è una capacità intrinseca dell’individuo e non è legata all’intervento divino.

Nell’antica Roma si pensava che i sogni fossero semplicemente manifestazioni fantasiose, la rielaborazione di ciò che è accaduto al soggetto durante la veglia.

Nel Medio Evo i sogni venivano considerati di volta in volta o espressione della benevolenza divina o condensazioni di umori corporei, oppure solo fantasie.

Potevano essere considerati premonitori, guaritori e miracolosi, se “a base” di santi, oppure la manifestazione delle oscenità del peccato se avevano come protagonista il diavolo.

Tanto che Papa Gregorio II (669 – 731) ne proibì l’interpretazione, pena la morte.

Nella tradizione islamica, Maometto ricevette la sua investitura di profeta dall’angelo Gabriele durante un sogno e da lì anche l’origine del Corano.

Dal serio al faceto (e non me ne vogliano i napoletani), la smorfia rappresenta un elenco di associazioni di oggetti e avvenimenti con i numeri del gioco del lotto, associazione che sarebbe alla base di grosse vincite di denaro al gioco (?!).

In ogni caso e a prescindere dalle diverse culture, il sogno ci apre le porte ad un altro mondo, espressione di ciò che desideriamo o temiamo. Io, per esempio, affronterò una prova molto importante per me stasera, ma la dolcezza del sogno fatto la notte passata mi accompagnerà verso il futuro. E mi piace pensare che sarà proprio così.

 

Riferimenti bibliografici:

Jovanovic U.J., “Il sonno e il sogno”, Il pensiero scientifico editore, Roma, 1975

Omero, “Odissea”, XIX Canto, vv. 535-567

Del Corno D., “Il libro dei sogni di Artemidoro”, Adelphi, Milano 1975, pag. XII

Aristotele, De somno et vigilia, in “Dei sogni”, Edizioni Laterza, Aristotele, Vol. 4 -11, passo 459

Inserito il:15/01/2017 13:55:36
Ultimo aggiornamento:15/01/2017 14:21:42
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