Aggiornato al 04/10/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Charlotte Fahran (Paris – Portsmouth, England) - Neurosis and Psychosis

 

La Classificazione dei Disturbi Psichici (2): Nevrosi e Psicosi

(seguito)

di Anna Maria Pacilli

 

Prima di affrontare i quadri psicopatologici secondo la classificazione del DSM 5 che è quella più aggiornata, mi preme però fare cenno alla distinzione tra Nevrosi e Psicosi così come l’aveva fatta Freud nel suo scritto del 1923, “Nevrosi e Psicosi”. Ad alcuni potrà sembrare un po’ desueta, ma a mio avviso rende bene, anche dal punto di vista pratico, la distinzione per la diversa gravità dei quadri clinici.

Freud era partito dalla tripartizione della mente in tre istanze psichiche e che sono rappresentate da Io, Es e Super-Io.

In condizioni di equilibrio psichico l’Io riesce a mediare, tra le istanze dell’Es, che rappresenta l’istinto, le pulsioni, insomma l’opposto del dovere, e il Super-Io che rappresenta, invece, i dettami, gli obblighi morali e le leggi. In parole povere, l’Io riesce a distinguere tra quando è il momento del dovere e quando quello del piacere. Nelle patologie di tipo nevrotico, quelle meno gravi, l’Io potremmo dire che fa fatica a mediare, conflittualmente, come se fosse disorientato, rispetto a cosa fare, ma sopperisce a questo disorientamento con i meccanismi di difesa che lo tutelano rispetto al manifestarsi di possibili disturbi psichici.

Un esempio di nevrosi sono le fobie, che sono paure immotivate, irrazionali, di persone, oggetti o situazioni che di norma non provocherebbero paura. Il soggetto che sperimenta queste fobie adotta il classico meccanismo dell’evitamento di quella persona, oggetto o situazione. L’evitamento è un esempio di meccanismo di difesa. Ad ogni modo l’Io riesce a rimanere integro, con i suoi confini ben delimitati, senza che ci sia confusione tra mondo interno e mondo esterno.

Nelle psicosi, invece, le patologie più gravi, l’Io è come se si scindesse, si lacerasse (si parla di “Io diviso”) nella sua “pelle” e si crea una situazione in cui l’interno e l’esterno comunicano tra di loro, ma questa comunicazione crea grossi problemi.

Il soggetto “psicotico” sperimenta le dispercezioni, delle quali un esempio è sentire le voci pur non essendoci nessuno a parlare, oppure vedere qualcosa o qualcuno, mentre non c’è nulla di visibile. E queste dispercezioni causate dalla continua ed incessante sovrapposizione tra interno ed esterno, è fonte di un grosso disagio psicopatologico, come vedremo.

La psicosi rappresenterebbe l’esito di un perturbamento nei rapporti tra Io e mondo esterno, in pratica il disturbo influisce sul modo di percepire la realtà e reagire ad essa, determinando quei disturbi che danno origine a delle particolari sintomatologie cognitive e comportamentali, affettivi e comportamentali.

La loro origine è varia: un tempo i biologisti protendevano per una alterazione neurotrasmettitoriale, le teorie psicodinamiche (quelle riconducibili a Freud) erano rivolte ad indagare i meccanismi intrapsichici alterati, poi, in realtà, s’è visto che anche l’ambiente sociale gioca un ruolo molto importante nella patogenesi di questi disturbi ed ecco perché le teorie più moderne sono definite “biopsicosociali”, ossia non si può sostenere una ipotesi unitaria, ma un’origine plurifattoriale del disturbo.

Tra i fattori esterni, non ultimo, è l’abuso di sostanze stupefacenti che alterano le condizioni percettive del nostro sistema nervoso. Quello che accomuna tutte queste condizioni è la perdita del senso della realtà da parte del soggetto psicotico.

Un’altra distinzione, anche essa considerata da alcuni desueta, è, nell’ambito delle psicosi, tra psicosi schizofreniche, in cui l’alterazione primaria è quella della cognitività, e psicosi bipolari, in cui l’alterazione riguarda il mondo affettivo (cioè dell’umore), del soggetto.

Non sempre ai primi colloqui, è possibile fare una distinzione netta tra le due: la cognitività alterata si porta dietro un’alterazione dell’affettività e viceversa. L’ideale, ma non accade quasi mai, sarebbe assistere al primo scompenso psicopatologico del paziente, cioè quando la patologia è ancora agli esordi e, soprattutto, non sono stati ancora assunti psicofarmaci.

 

Inserito il:19/01/2022 20:13:18
Ultimo aggiornamento:19/01/2022 20:41:05
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