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Aggiornato al 17/06/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Octavio Ocampo (1943-Messico)Human evolution (particolare)

 

Dolori all’anca: c’entra l’evoluzione della specie?

di  Francesca Morelli

 

Anche l’evoluzione della specie avrebbe un ‘doloroso’ prezzo. L’artrite, all’anca in particolare. Un'infiammazione articolare, di natura autoimmune, di cui ne esistono oltre 100 tipologie, accomunate però da una simile sintomatologia: calore, tumefazione della regione attorno all’articolazione, rigidità all’inguine con fitte dolorose e improvvise all’intera coscia e in corrispondenza della natica, specie al mattino ma che tendono a diminuire nell’arco della giornata ricomparendo verso sera o nel caso di un impegno consistente dell’articolazione (ad esempio facendo attività fisica o una passeggiata più lunga del solito), talvolta accompagnandosi anche ad un generale arrossamento della parte.

A soffrire maggiormente di artrite sono le donne, con un rapporto di 5 a 2 rispetto all’uomo e diffusione maggiore anche all’altro sesso con l’avanzare dell’età, sperimentando con la progressione della malattia, una limitazione importante dei movimenti a svantaggio anche dello svolgimento di azioni quotidiane comuni, come allacciarsi le scarpe, scendere le scale, allungare o accelerare il passo, divaricare o accavallare le gambe, con un indebolimento muscolare delle strutture deputate a sostenere l’anca.

Le origini e lo sviluppo dell’artrite all’anca, spiegano gli esperti, possono avere diverse cause: genetica, dovute cioè alla familiarità con la malattia, ereditata da un consanguineo - un genitore, un fratello o una sorella anch’esso affetto dalla stessa problematica -; infettiva, dipendente da germi che entrano nelle articolazioni attraverso il sangue, una ferita e/o da un altro punto di infezione; reumatica, dovuta a malattie a decorso cronico e progressivo che interessano le articolazioni, provocando gravi deformazioni dell’articolazione tra cui le più diffuse sono le differenti forme di artrite reumatoide (artrite reumatoide infantile e artrite reumatoide splenomegalia) cui si aggiungono l’artrite gottosa e artrite da emofilia, sebbene l’origine di queste ultime sia legata a processi infiammatori.

Mentre ancora non si era ipotizzata, per dare ragione all’artrite dell’anca, una implicazione ‘evolutiva’, dipendente dal miglioramento della specie.

Lo hanno fatto di recente un gruppo di ricercatori dell’Università di Oxford, del Dipartimento di Ortopedia Nuffield, Reumatologia e delle Scienze muscoloscheletrico, guidati da Paul Monk, i quali sosterebbero che i dolori dell’anca e il maggiori rischio di artrite possono essere riconducibili anche al passaggio dell’Homo Sapiens da una posizione a quattro zampe a una stazione eretta.

La deduzione arriva dopo uno studio su 300 reperti di ossa, provenienti dalle collezioni del Museo di Storia Naturale di Londra (Inghilterra) e dello Smithsonian Institution di Washington (Stati Uniti), vecchie anche di 400 milioni di anni e attribuite a specie differenti presenti sulla terra.

I campioni ossei sono stati sottoposti ad accurate indagini, come ad esempio la tomografia computerizzata (Tac), realizzando successivamente delle riproduzioni tridimensionali che hanno consentito ai ricercatori di monitorare attentamente l’evoluzione ‘ossea’ della specie, avvenuta nel corso di milioni di anni.

Avrebbero così scoperto che per passare alla posizione eretta, e dunque per sostenere un maggiore peso corporeo, il collo del femore ha dovuto accrescere il suo spessore, esponendosi però a maggiori probabilità di sviluppare l’artrite.

Sebbene i numeri degli italiani dall’anca artritica siano già importanti, le prospettive sono destinate a crescere, se il fenomeno fosse davvero legato alla progressione della specie: «Se proviamo a spostare in avanti questa tendenza evolutiva - precisa Monk al termine del suo studio – possiamo stimare un ulteriore aumento dello spessore del collo del femore, predisponendo una gamma di persone sempre maggiore al rischio di artrite».

E le altre ossa soggette di norma a questa condizione clinica sono salve? Pare di no. Perché anche spalle e ginocchia potrebbero fare la stessa fine ‘dolorosa’.

Basta osservare i mutamenti della spalla, dicono gli esperti inglesi, che nel processo evolutivo ha subito un restringimento della fessura entro la quale passano tendini e vasi sanguigni, rendendo meno facile e più doloroso alzare il braccio fino alla testa. Ma un possibile aiuto contro rigidità e dolenti c’è: fare molto esercizio fisico. A conferma che il progresso ha i suoi pregi, e (purtroppo) anche i suoi difetti.

 

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Inserito il:10/01/2017 12:08:21
Ultimo aggiornamento:10/01/2017 12:31:25
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