Aggiornato al 25/02/2026

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

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Le parole che curano. Per una fenomenologia etico-estetica del linguaggio nella relazione

di Anna Maria Pacilli

 

Abstract

In questo contributo ho esplorato il linguaggio come pratica di cura, come luogo in cui l’essere si dà e si trasforma, come spazio di co-appartenenza in cui i soggetti non solo comunicano, ma co-costruiscono il mondo che abitano. La parola che cura non è una tecnica né una competenza: è un modo di essere con l’altro, un atto di presenza, un gesto che dice — prima ancora che con il contenuto — con la forma stessa del suo apparire.

In this paper, I examined the language as a practice of care: a locus in which being is given and reshaped, a space of co‑belonging in which subjects not only exchange information but participate in the co‑construction of the world they live in. A caring word is neither a technique nor a transferable skill; it constitutes a mode of being with the other, an enactment of presence, a gesture that states, prior to its content, throughout its own form of manifestation.

Introduzione

Queste riflessioni nascono dalla mia esperienza che intreccia il lavoro di medico psichiatra a Cuneo ai miei studi di Filosofia a Macerata terminati nel 2019.

In qualità di titolare dell’incarico didattico di Psicologia clinica al corso di Laurea in Infermieristica, ho il privilegio di insegnare agli studenti del terzo anno.

Il corso di Psicologia clinica nasce con l’obiettivo di integrare le competenze tecniche e scientifiche con quelle relazionali ed empatiche, fondamentali per garantire un’assistenza completa e centrata sulla persona. La cura, infatti, non può esaurirsi in un atto tecnico, ma si realizza pienamente attraverso la qualità della relazione instaurata con il paziente.

Nel seguente contributo evidenzio l’importanza della parola come forma di cura e come questo concetto si affianchi ad una fenomenologia etico-estetica del linguaggio.

La cura è una delle categorie più complesse e trasversali del pensiero contemporaneo.  

Essa attraversa l’etica, la fenomenologia, la filosofia, la teoria del linguaggio, la psicologia e la pedagogia. Eppure, nonostante questa ricchezza, la cura viene spesso ridotta a un insieme di pratiche tecniche o ad un atteggiamento emotivo. Si parla di “prendersi cura” come di un gesto, di un’azione, di un intervento. Ma, prima ancora di essere un gesto, la cura è un modo di parlare. È un linguaggio che apre o chiude possibilità, che accoglie o respinge, che riconosce o misconosce l’altro. Le parole della cura non sono un semplice complemento comunicativo: sono la condizione di possibilità di una relazione etica.

In questa sede intendo esplorare la dimensione linguistica della cura, mostrando come il linguaggio non sia un veicolo neutro, ma un luogo in cui si gioca la responsabilità verso l’altro. L’obiettivo è articolare una fenomenologia e un’etica del dire che permettano di comprendere la cura come pratica relazionale ed ontologica.

La comunicazione, verbale e non verbale fra sanitari e pazienti potrebbe essere inquadrata come un’”arte” continuamente in fieri, che si accompagna ad effetti concreti sul vissuto della persona, volta alla gestione e alla riduzione della sofferenza e questo implica una responsabilità.

Già Paul Ricoeur ci insegnava nel 1992 (Sé come un altro)[1]che «le parole possono ferire, ma possono anche guarire quando diventano azioni».

Per Emmanuel Levinas (Totalité et Infini. Essai sur l’extériorité, 1961), la risposta all’altro è già un iniziare a prendersene cura, ma questo non è sufficiente poiché la relazione di cura, affinché sia efficace, deve generare un cambiamento positivo in chi soffre.

Scrivevo poc’anzi che il processo è in fieri, poiché la costruzione dei dialoghi da parte dei curanti non è mai determinata una volta per tutte, ma va adattata alla persona che si ha di fronte ed alle diverse circostanze che si presentano, tenendo fuori da questo contesto eventuali pregiudizi e discriminazioni.

Una parola è terapeutica se riesce ad essere comprensibile a chi la riceve ed in questo senso strumento di azione per un cambiamento positivo.

Nel mio insegnamento agli studenti cerco di non limitarmi alla didattica come fine, ma di proporla come strumento per l’azione e il discernimento, in quanto, se le parole del curante non possono essere condivise dal paziente, perché non comprensibili, allora esse si scontrano con il silenzio e l’imbarazzo dell’altro.

Le parole devono essere capaci di ascoltare in modo attivo, attendere, essere presenza autentica e farsi esse stesse silenzio, poiché anche il silenzio, se abitato con rispetto, può diventare una cura.

Ogni parola è un gesto: può aprire, chiudere, riparare o ferire. Le parole possono modulare l’attivazione emotiva: calmare, contenere, orientare. La parola riconosce l’altro ed il riconoscimento è la forma più basilare di cura. Dire “ti vedo”, “ti ascolto”, “non sei solo” “ha senso ciò che provi” è già un intervento terapeutico. La parola restituisce il senso, in quanto narrare permette di riorganizzare l’esperienza. La cura passa spesso dal dare forma a ciò che era caotico, indicibile, frammentato, sospendendo il giudizio.

Se ci interroghiamo sulla dimensione etica ed estetica delle parole, troviamo come queste due componenti, lungi dall’essere separate, costituiscano un’unica trama relazionale.

La prospettiva che adotto è di tipo fenomenologico-ermeneutico: il linguaggio non viene considerato come un sistema di segni, ma come un modo di apparire del mondo e come un luogo di incontro con l’altro. Seguendo l’intuizione heideggeriana secondo cui “il linguaggio è la casa dell’essere”[2] assumiamo che ogni parola sia un gesto ontologico, un modo di abitare il mondo e di renderlo abitabile per l’altro. La parola non rappresenta semplicemente la realtà: la configura, la interpreta, la trasforma. In questo senso, parlare significa esporsi: al rischio dell’incomprensione, alla vulnerabilità dell’incontro, alla possibilità di essere toccati e modificati dall’altro. È in questa esposizione che si radica la dimensione etica del linguaggio. Il linguaggio in un contesto di cura, prima di essere un concetto filosofico, è un’esperienza umana, tra le più semplici ma fondamentali. Tuttavia, la sua elaborazione teorica ha una storia complessa, che attraversa epoche, culture e linguaggi differenti. Ricostruire una genealogia delle parole della cura significa mostrare come il modo di parlare della cura sia cambiato nel tempo, e come questi cambiamenti abbiano trasformato il nostro modo di pensare la relazione con l’altro.

Nella Grecia antica, la cura si declina principalmente in due direzioni: la cura di sé e la cura dell’altro. In Platone e soprattutto in Socrate, la ἐπιμέλεια ἑαυτοῦ – la cura di sé – è un esercizio spirituale e filosofico. Non riguarda il corpo, ma l’anima: è un lavoro di conoscenza, disciplina e trasformazione. Le parole della cura, in questo contesto, sono parole maieutiche: domande, confutazioni, dialoghi che mirano a far emergere la verità. Il termine θεραπεία indica invece la cura dell’altro, spesso in senso medico o religioso. Il terapeuta è colui che assiste, accompagna, serve. Il linguaggio della cura è qui un linguaggio tecnico, rituale, normato. Questa distinzione – cura di sé e cura dell’altro – attraverserà tutta la storia occidentale.

Per Aristotele il linguaggio è fondamento della vita etica.  Nell’Etica Nicomachea (a cura di C. Natali, 1999) e nella Retorica (a cura di C. Viano, 2021), Aristotele vede il linguaggio come strumento per deliberare sul bene. La parola è legata alla φρόνησις (prudenza): parlare bene significa agire bene.

La retorica non è manipolazione, ma capacità di orientare verso ciò che è giusto.

Con il Cristianesimo, la cura assume una dimensione radicalmente nuova: diventa un imperativo morale universale. La caritas non è solo un sentimento, ma un modo di guardare l’altro come portatore di dignità infinita. Le parole della cura sono parole di consolazione, di perdono, di accoglienza. Il linguaggio cristiano introduce un lessico affettivo e relazionale che influenzerà profondamente la cultura europea. La cura non è più solo tecnica o filosofia: è imitazione del divino. Il linguaggio della cura diventa un linguaggio di prossimità, di compassione, di fraternità.

Nel Medioevo, la cura si biforca: da un lato, la medicina sviluppa un linguaggio tecnico sempre più preciso; dall’altro, la spiritualità cristiana elabora un linguaggio della cura dell’anima.

Il Rinascimento, successivamente, introduce una nuova attenzione al corpo, alla salute, alla prevenzione. Le parole della cura diventano anche parole di osservazione, diagnosi e descrizione.

Con l’Illuminismo e l’Epoca Moderna, la cura entra in tensione con il paradigma dell’autonomia.

La filosofia moderna – da Cartesio a Kant – costruisce un soggetto razionale, autonomo, autosufficiente. In questo contesto, la cura rischia di apparire come dipendenza, debolezza, minorità, da relegarsi alla sfera privata.

A partire dal XIX secolo in poi, la cura riemerge come categoria filosofica centrale.

In ambito fenomenologico, con Edmund Husserl e soprattutto Martin Heidegger (Essere e tempo, a cura di F. Volpi, 2005), la cura torna al centro dell’ontologia. La Sorge non è un sentimento, ma la struttura dell’esistenza. Il linguaggio della cura diventa linguaggio dell’essere-nel-mondo.[3]

In questa prospettiva, le parole della cura non sono parole “buone”, ma parole che rivelano il nostro modo di essere-nel-mondo. Sono parole che mostrano come ci prendiamo carico della nostra esistenza e di quella altrui.

Sigmund Freud, il padre della Psicoanalisi, introduce un nuovo linguaggio della cura: il linguaggio dell’ascolto, dell’interpretazione, del transfert [Opere, Volume 1, Studi sull’isteria e altri scritti (1886–1895)]. La cura diventa un lavoro sulla parola ed attraverso la parola.

Nel XX secolo Emmanuel Levinas sostiene che la parola è incontro con l’Altro (Totalité et Infini. Essai sur l’extériorité,1961). La responsabilità nasce prima ancora che nella parola, nel volto dell’altro. Parlare eticamente significa riconoscere l’altro nella sua vulnerabilità. Parlare responsabilmente significa custodire l’altro attraverso ciò che si dice e attraverso ciò che si sceglie di non dire.

Simone Weill scriveva che “l’attenzione è la forma più rara e più pura di generosità”.[4]

Le parole della cura sono parole attente. Parole che non anticipano la risposta dell’altro, che non lo sostituiscono e non lo correggono. Parole che accettano il limite, che non promettono salvezza ma che affermano di esserci. L’etica del dire non è, quindi, un insieme di norme esterne, ma una postura, un modo di rivolgersi all’altro riconoscendone la fragilità e la dignità. Ogni parola è un atto di responsabilità. La cura linguistica nasce da questa consapevolezza: dal sapere che il nostro dire non è mai neutro, che ogni frase è un gesto che lascia tracce. La parola che cura è una parola che si misura con la vulnerabilità dell’altro, che non invade, non impone, ma accompagna, sostiene, riconosce. In questo senso, la riflessione di Levinas sull’alterità come appello etico originario costituisce un riferimento imprescindibile.

La dimensione estetica è da intendersi come forma che rende possibile il senso. La bellezza linguistica — intesa come chiarezza, misura, risonanza — è ciò che permette alla parola di essere accolta, compresa e di avere un potere trasformativo. Una parola bella non è una parola elegante: è una parola che rispetta il ritmo dell’altro, che lascia spazio, che non soffoca. L’estetica del linguaggio è una forma di cura perché permette al senso di emergere senza violenza, di mostrarsi senza imporsi. In questo quadro, la riflessione di Paul Ricoeur sulla forma come condizione del senso offre una chiave interpretativa decisiva (La métaphore vive, 1975).

Etica ed estetica sono dunque due movimenti dello stesso gesto. L’etica senza estetica rischia di diventare rigida, normativa, incapace di toccare l’altro; l’estetica senza etica rischia di diventare seduttiva e vuota di senso. La parola che cura è quella in cui verità e forma si incontrano, in cui la responsabilità si fa bellezza e la bellezza si fa responsabilità. La parola non consola solo superficialmente, ma trasfigura l’esperienza ed apre possibilità. In questo contesto, tre elementi meritano particolare attenzione: il riconoscimento, la metafora e il silenzio. Il riconoscimento è la dimensione relazionale della cura linguistica: essere visti, nominati, ascoltati significa essere restituiti a sé stessi.

La teoria del riconoscimento di Axel Honneth (La lotta per il riconoscimento. Proposte per un’etica del conflitto, 2002) mostra come la soggettività si costituisca attraverso pratiche discorsive che confermano la nostra presenza nel mondo. La metafora è la dimensione immaginativa: essa apre mondi possibili, permette di dire l’indicibile, di ristrutturare l’esperienza. La metafora, come sostiene Ricoeur, non è un semplice ornamento, ma un dispositivo ermeneutico capace di generare realtà. Il silenzio, infine, non è assenza, ma grembo generativo, spazio in cui il senso si prepara a emergere.

Viktor von Weizsäcker scriveva in Pathosophie (1956) che chi ha sperimentato e compreso le proprie fragilità nel corso della vita può parlare con autentica consapevolezza al malato, poiché non fugge quando il dolore altrui interpella il suo dolore.[5]

In ambito sanitario una parola scelta bene può avere una maggiore efficacia di un discorso più lungo. La bellezza linguistica è un modo di rendere il mondo più abitabile, utilizzando anche le metafore, strumenti per rendere dicibile l’indicibile. La cura nasce quando verità, rispetto e bellezza si incontrano, rispettando i tempi, i limiti, la dignità dell’altro. Questo perché ogni atto linguistico è un atto relazionale, che apre verso realtà condivise.

In questo senso affermo, in accordo con il Codice Deontologico dell’Infermiere, che il tempo di relazione è tempo di cura.

Gli antichi Greci, nostri maestri, avevano una dimensione complessa della temporalità ed utilizzavano più termini per designare il concetto di “tempo”: il Χρόνος, il tempo che scorre, quello quantitativo, misurabile, la durata, la successione degli istanti; il Καιρός, il momento opportuno, il tempo qualitativo, l’occasione favorevole, il punto di svolta, molto usato in retorica, medicina e teologia; l’Αἰών,  l’eternità, il tempo della vita, il tempo indefinito, ciclico, cosmico;  l’Ἐνιαυτός,  l’anno, il ciclo completo[6]. Tra questi termini mi piace evidenziare Χρόνος e καιρός in quanto, a mio avviso, non sempre ben conciliabili nel lavoro quotidiano: il tempo che scorre non tiene conto, in tutti i casi, come, invece, sarebbe opportuno, della necessità di cogliere il momento idoneo per la parola, la relazione e la cura. Χρόνος e καιρός spesso si scontrano nel nostro lavoro quotidiano.

Il linguaggio, dunque, costituisce uno dei luoghi più enigmatici e al tempo stesso più quotidiani dell’esperienza umana. Parliamo continuamente, spesso senza riflettere sulla natura del nostro dire, e tuttavia è proprio attraverso la parola che si istituiscono o interrompono i legami, si costruiscono o frammentano i mondi condivisi, si riconoscono o disconoscono le identità e si generano o falliscono le forme più profonde della cura. La parola non è un semplice mezzo di comunicazione: è un gesto incarnato, un atto che modifica chi lo compie e chi lo riceve, un evento che dischiude possibilità di senso.

Prima ancora di toccare, di fare, di intervenire, noi diciamo.

E ciò che diciamo – o non diciamo – modella la relazione, apre o chiude possibilità, accoglie o respinge l’altro.

 


[1] Ricoeur, P. (1992). Sé come un altro. Milano: Jaca Book, pp. 140-150. L’autore analizza qui il rapporto tra agire e patire, e il ruolo del linguaggio come forma di azione.

[2] La formulazione completa appare nella Lettera sull’umanismo, dove Heidegger scrive che «nel pensiero l’essere viene al linguaggio. Il linguaggio è la casa dell’essere», pp. 103‑104.

[3] Martin Heidegger, Lettera sull’umanismo, ibidem.

[4] La frase “L’attenzione è la forma più rara e più pura di generosità” di Simone Weill non proviene da un’opera pubblicata in vita, ma da un testo postumo: Attesa di Dio (Attente de Dieu, 1950). Si trova in una delle lettere raccolte nel volume, in particolare nella lettera a Joë Bousquet. Testi scritti tra il 1941 e il 1942, pubblicati postumi nel 1950 Ed. Adelphi, pp. 105–115

[5] I temi espressi che riguardano il medico che ha attraversato la propria fragilità, il pathos come via di conoscenza e di accesso alla verità dell’esistenza, la capacità di non fuggire davanti al dolore dell’altro sono centrali nell’opera.

[6].Lo studio classico che conferma la quadripartizione del tempo è: Lido, De mensibus, p. 41, citato nell’articolo accademico su JSTOR che distingue chiaramente Aión, Chrónos, Kairós ed Eniautós come le quattro nozioni fondamentali del tempo nel pensiero greco.

 


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Aristotele, Etica Nicomachea, a cura di C. Natali, Laterza 1999

Aristotele, Retorica, a cura di C. Viano, Laterza, 2021

Freud S., Opere, Volume 1: Studi sull’isteria e altri scritti (1886–1895), Bollati Boringhieri, 1977

Heidegger M, Essere e tempo a cura di F. Volpi, Longanesi, 2005

Heidegger M, Lettera sull’umanismo a cura di Franco Volpi, Adelphi, 2008

Honneth A., La lotta per il riconoscimento. Proposte per un’etica del conflitto, Milano, Il Saggiatore, 2002

Levinas E, Totalité et Infini. Essai sur l’extériorité , Martinus Nijhoff, L’Aia, 1961

Ricoeur P, La métaphore vive, Paris, Éditions du Seuil, 1975

Ricoeur, P. Sé come un altro. Milano: Jaca Book, 1992

von Weizsäcker, V. Pathosophie. Frankfurt am Main: Suhrkamp, 1956

 

Inserito il:25/02/2026 12:28:16
Ultimo aggiornamento:25/02/2026 13:58:47
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