Aggiornato al 25/06/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Peter Georgopoulos (Farrer Canberra, Australia -   ) - Rare Earth

 

Cina &Terre rare

di Vincenzo Rampolla

 

Le terre rare (t.) sono 17 elementi chimici con proprietà simili a quelle del lantanio e classificati come metalli: Lantanio, Cerio, Praseodimio, Neodimio, Samario, Europio, Gadolinio, Terbio, Disprosio, Olmio, Erbio, Tulio, Itterbio, Lutezio, Ittrio, Promezio e Scandio. Il primo a scoprirle nel 1787 in un villaggio di Ytterby su un’isola dell’arcipelago di Stoccolma, fu il chimico e militare svedese C. Axel Arrhenius. L’uomo notò un curioso minerale nero, battezzato Itterbio e 10 anni dopo fu il prof. Johan Gadolin (da cui Gadolinio) dell’Università di Turku (Finlandia), a capire che erano ossidi di elementi che chiamò terre rare, perché sconosciute. Da quel campione nel 1803 si estrassero 2 elementi, l’Ittrio e il Cerio e un secolo dopo fu scoperto il Lutezio,  ultimo elemento.

Tutte le terre rare pesanti del pianeta (es. Disprosio) provengono da depositi cinesi (Bayan Obo). Nella Cina rurale abbondano miniere illegali di t., note per inquinare le risorse idriche.  

A che servono le t.? Nella fabbricazione di dispositivi elettronici e veicoli militari, fondamentali per la produzione delle tecnologie per le rinnovabili, per turbine eoliche, pannelli fotovoltaici, auto elettriche, batterie e fuel cell. In metallurgia l’aggiunta di t. ai metalli genera utili effetti: negli acciai controlla le tracce di solfuri, nelle leghe con nichel dà un aumento alla temperatura di lavorazione, in altri casi riduce la dilatazione termica. Il Samario è il più adatto a migliorare le caratteristiche dei materiali magnetici, Neodimio è attivo nei laser, capace di favorire lo spostamento delle radiazioni verso l’infrarosso. Interessanti sviluppi hanno alcune classi di superconduttori a ossido di rame con aggiunta di t. a basse temperature e trasformati in isolanti.

La Cina ha appena approvato una nuova legge che limita le esportazioni di alcuni prodotti sensibili e tutela la sicurezza nazionale. Entrata in vigore dal 1° dicembre consentirà a Pechino di adottare misure reciproche verso i Paesi che abusino delle misure di controllo delle esportazioni e che minaccino gli interessi cinesi. La mossa, seguita dalla creazione della società  China Rare Earth Group, è contro gli Usa che hanno introdotto restrizioni a varie aziende cinesi, Huawei e SMIC, con l’obiettivo di limitare o impedire l’accesso alle forniture estere di semiconduttori e componenti. Mossa che attua la tattica no chips, no rare earth: dipende dagli Usa per i microchip, e Washington dipende da Pechino per le t., mettendo a rischio il piano Usa della transizione ecologica e digitale.

Il nuovo Gruppo industriale avrà sede nello Jiangxi, zona sud ricca di risorse minerarie e nascerà dalla fusione degli asset sulle t. posseduti da 6 società statali cinesi (es. China Minmetals, Ganzhou Rare Earth Group e Aluminium Corp. of China), per evitare conflitti tra i vari operatori cinesi della filiera.Tale decisione è maturata fin dal 2014, quando l’OMS sentenziò a favore degli Usa che accusavano la Cina di aver violato le politiche commerciali globali con restrizioni alle esportazioni di tungsteno e molibdeno, aumentandone i prezzi. La produzione nazionale, 60-70 % di quella mondiale, aggiunta agli investimenti nelle miniere all’estero, Cile in particolare, vede in Cina la concentrazione del 95 % del mercato globale delle t.

L’Europa ha fame di t., ha dichiarato prioritaria la transizione energetica verso le fonti rinnovabili, fissandone lo sviluppo a ogni Paese insieme a obiettivi molto severi di riduzione delle emissioni ed è cosciente che la Cina non solo domini il mercato delle t., ma sia anche la maggior produttrice di pannelli solari, turbine eoliche e batterie a litio. Più del 70 % della produzione mondiale di batterie per i veicoli elettrici è in Cina, con gli Usa che sfiorano 10 % e sempre Cina produce 60 % dei catodi e 80 % degli anodi per le batterie e la maggioranza dei magneti permanenti per i motori dei veicoli elettrici. Il monopolio delle forniture di t. è una potente leva di influenza geopolitica di Pechino, che ricorda quella storica dell’OPEC con il petrolio. Gli Usa temono che la Cina possa utilizzare quella leva per fare gonfiare i prezzi e intaccare la sua economia.

Sulle t., Biden ha firmato un ordine esecutivo per classificare il settore tra i più importanti per la sicurezza nazionale americana, aprendo a nuove politiche per rinforzare le catene di approvvigionamento.

A febbraio 2021 ha firmato un accordo con l’australiana Lynas definita dal Pentagono la più grande società di estrazione e lavorazione degli elementi di terre rare al di fuori della Cina. L’accordo prevede che Lynas costruisca un impianto di trattamento di t. leggere in Texas. Mossa in forte ritardo a livello tecnico, economico e strategico, anche in vista degli ultimi  dati disponibili:

in Argentina la Cina controlla il 41 % della produzione e il 37% delle riserve di t.; in Australia il 58% della produzione e il 19% delle riserve; in Bolivia ha riserve ritenute le più grandi del pianeta, escludendo quelle non ancora sfruttate, la Cina partecipa al 100% nel settore tramite un accordo azionario; in Brasile partecipa al 100% della produzione; in Cile al 67%; nella Repubblica popolare del Congo influenza oltre il 52% della produzione di cobalto con quote di partecipazione e accordi di fornitura; in Sudafrica partecipa ai due terzi di tutti i principali siti di estrazione e lavorazione. (v. articolo su t. in Nel Futuro, 30 maggio 2019).

E poi la riscoperta di ingenti quantità di terre rare e minerali vari in un Paese centro asiatico oggi nell’occhio del ciclone: l’Afghanistan, letteralmente posto su enormi giacimenti minerari e confinante con la Cina. Dispone di 60 Mt di rame, 2,2 miliardi t di minerale di ferro, 1,4 Mt di terre rare come lantanio, cerio e neodimio, oltre ad alluminio, oro, argento, zinco, mercurio e litio.

Sorpresa? Nel 2010 tali giacimenti furono valutati circa $908 miliardi, secondo il Governo afgano il loro valore sarebbe di $3.000 miliardi. Andiamo a scoprire come e quando è avvenuto.

I primi a comprendere il potenziale nascosto nel sottosuolo afghano furono i sovietici impegnati in un’invasione terminata con il ritiro nel 1989. Alla cacciata dei talebani nel 2001, quando la Cia entrò in possesso dei documenti degli esperti di Mosca, la presenza dei minerali nel sottosuolo afghano fu rispolverata. Il mandato di capire quanto potenziale nascosto si trovasse nelle viscere del Paese fu affidato nel 2006 agli analisti dell’Agenzia Governativa U.S. Geological Survey (USGS), richiamati in fretta e furia dall'Iraq ove erano impegnati nelle rilevazioni petrolifere. Dopo più ricognizioni, gli esperti stabilirono come in quello che sembrava un territorio inospitale e arido si celava una fortuna. Oggi, con l’abbandono Usa del Paese, gli immensi giacimenti minerari potrebbero essere sfruttati dalla confinante Cina e l’argomento ha riportato d’attualità i nervosismi della comunità internazionale.

Domanda: Perché in 20 anni di occupazione nessuno ha pensato di sviluppare l’industria mineraria afghana, attività che avrebbe avuto indubbie ricadute economiche sulla popolazione? Gli investimenti miliardari fatti in Afganistan erano diretti al solo settore militare e della sicurezza e ora i grandi del pianeta si risvegliano preoccupati della longa manus cinese sulle sue miniere. Fin dal 2006 gli americani erano al corrente del tesoro celato nel sottosuolo afghano, quando la (USGS) iniziò i rilevamenti aerei delle risorse minerarie del Pese, con sistemi avanzati installati su un Orion P-3 aereo della Marina per le misure  magnetiche e di gravità. I primi interventi nel 2007 aprirono le più complete indagini geologiche mai condotte nel Paese, nella provincia Meridionale di Helman, distretto di Khanneshin. In 20 anni gli americani avrebbero potuto sfruttare queste immense ricchezze, ma non mossero un dito. O forse è solo la misura di una presenza Usa precaria, poco incisiva, lontana da un controllo reale, mai liberatosi dalle mani dei signori della guerra talebani. Mistero. Per anni quella terra era rimasta uno Stato poverissimo, senza risorse economica e sul cui suolo poteva crescere soltanto il papavero da oppio.

È in questo frangente che il Drago cinese si è dimostrato molto abile nell’adattarsi alle condizioni dei paesi orientati al mercato: ha usato società private sostenute dal capitale di Pechino, ha acquisito quote azionarie in importanti società di risorse locali e ha finanziato operatori preparati, rafforzando con loro la presenza sul mercato. Ha superato le preoccupazioni locali sul controllo straniero di risorse interne strategiche, come il niobio in Brasile e il tantalio in Australia. In 6 anni, la Cina è arrivata a dominare il mercato globale del litio pur priva di riserve di 3 elementi vitali per le sue ambizioni tecnologiche: litio, metalli del gruppo del platino e cobalto. Ha messo in atto strategie di controllo molto efficaci e non si è lasciata sfuggire il succulento bottino lasciato sul campo con la fuga americana dall’Afghanistan.

La Cina continua indefessa sulla sua strada. Da tempo, cerca anche di consolidare la sua posizione dominante sul mercato del vanadio e della grafite, con forniture aggiuntive e con nuove catene di approvvigionamento integrate. La produzione cinese di vanadio, metallo usato nelle batterie a flusso, nei magneti superconduttori e nelle leghe ad alta resistenza, nei motori a reazione e aerei supersonici, copre il 56% del prodotto mondiale e 48% delle riserve mondiali è in mano cinese.

La realtà è tuttavia più complessa. Il problema delle terre rare non nasce da una fittizia scarsità, ma dal processo di estrazione fortemente inquinante che negli ultimi anni ha spinto l'Occidente a enfatizzare la situazione in Cina. L'opinione pubblica, decisamente favorevole alla transizione verde,  rigetta le miniere e le fonderie coinvolte come confermato dallo studio del settembre 2020 Critical raw materials resilience: charting a path towards greater security and sustainability e anche se la Cina domina oggi la filiera dell'elettrico, non si guadagnerà certo un eguale livello di influenza geopolitica come quello ottenuto con il petrolio dall'Arabia Saudita e da altri Paesi del MO. Tra 30 anni, forse, dopo un lungo rodaggio. È il sogno del Presidente Xi Jinping.

Negli ultimi 2 decenni la Cina ha monopolizzato oltre l′80% della produzione mondiale di elementi di t. e prodotti chimici trasformati. Nel 2010 ha tagliato le esportazioni in Giappone per via delle crescenti tensioni sulle dispute territoriali nel Mar della Cina orientale e dopo un anno ha imposto quote di esportazione che hanno piegato governi e produttori.

La Cina è più che mai ansiosa di sviluppare la ricchezza mineraria dell’Afghanistan. Pechino ha già ottenuto i diritti di esplorazione per i giacimenti di rame, carbone, petrolio e litio sull’intero Paese. Esistono attendibili rapporti di intelligence secondo i quali da tempo ha ottenuto i diritti per sviluppare una miniera di rame corrompendo i funzionari minerari afghani. E fin dal 1990 il Governo cinese aveva dichiarato risorsa strategica gli elementi delle t. e vietava gli investimenti stranieri nel settore.  Più che ansiosa si dovrebbe dire lungimirante.

Nel 2012 una nota interna del Ministero della Difesa americano aveva dichiarato che le  enormi riserve dell’Afghanistan avrebbero potuto trasformarlo in un’Arabia Saudita del litio. Nel 2020 il litio è stato incluso, insieme a cobalto e silicio, nella lista delle 30 materie prime che l’UE considera critiche per la propria indipendenza energetica e l’Agenzia internazionale dell’Energia (Aie), entro il 2040 ha previsto che la domanda mondiale di litio supererà di 40 volte quella attuale.

Nel 2019 Guillaume Pitron, nel suo La guerra dei metalli rari (Luiss University Press, Roma), dichiara che Pechino aveva sostenuto alcune fazioni talebane al fine di facilitare il proprio accesso a dei giacimenti promettenti e ad oggi Washington non riconosce il governo dei talebani.

Raffinata stratega la Cina, in realtà poco ansiosa e molto lungimirante. Fino a quando i talebani si asterranno dall’esportare il loro islamismo non sarà un problema andare d’accordo. A fine luglio Wang Yi, ministro degli Esteri cinese, dopo aver accolto in pompa magna a Pechino Abdul Ghani Baradar, numero due dei talebani, aveva lasciato trapelare che essi si erano impegnati a non sostenere i militanti uiguri. Nonostante ciò la stessa Cina ha sperimentato la difficoltà di investire in Afghanistan. Nel 2008 il gruppo Corporation metallurgica della Cina (Mcc) e la Jiangxi Rame hanno preso in concessione per 30 anni la miniera di rame Mes Aynak, progetto da $3 miliardi che non ha mai visto la luce. Va ricordato che in generale tra la scoperta di un giacimento e la sua messa in produzione trascorre almeno una quindicina di anni.

Parlano alla fine gli opinion makers del mondo. Nick Crawford, think-tank britannico IISS dice: Pechino cercherà di sfruttare le miniere afghane per delocalizzare la distruzione ambientale  legata all’estrazione delle terre rare e del litio.  Gli fa eco C. Mion, senior partner di Ernst & Young:

I cinesi sono ottimamente posizionati per assicurarsi il bottino e si adopereranno per riuscirci. I talebani avranno però bisogno di denaro e dopo qualche anno di esitazione si scateneranno.

Lo faranno a dispetto degli americani. È indubbio. ha detto una settimana fa il quotidiano Global Times, portavoce del Partito comunista cinese. Gli Usa ficcheranno il naso nell’eventuale cooperazione tra la Cina e l’Afghanistan, anche per quello che riguarda le terre rare. C’é da scommetterci.E Pechino è ingorda. Non si contenta e va a fare shopping in Russia, nell’ambito di quella che, dopo l’asse che si è creato tra Pechino e Mosca sulla questione talebana, la Cina ha definito un’alleanza invincibile. Negli ultimi 6 anni, la quota della Repubblica popolare di Cina negli acquisti di attrezzature e armi militari russe è aumentata dal 5 al 15% e la Cina è stata il primo Paese straniero a ricevere sistemi di difesa aerea russi S-400 Triumph e i caccia polivalenti Su-35.

Amici, non alleati.

(consultazione:   energia oltre - marco dell'aguzzo; wall street journal; andrea puccio – www.occhisulmondo.info; tgr tematiche - speciali adnkronos; afp -  hffpost; marco lupis; armelle bohineus - la repubblica; anna lombardi)

 

Inserito il:15/12/2021 15:48:51
Ultimo aggiornamento:21/12/2021 19:02:07
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