Aggiornato al 08/08/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Carol Tsiatsios (from Garden Grove, CA - United States) - Colorful Hands

 

Le energie rinnovabili e le “manine” delle lobby del gas

di Achille De Tommaso

 

L'invasione dell'Ucraina ha messo in luce la dipendenza dell'Europa dal petrolio e dal gas russi. La risposta dell'UE, guidata da un mix di preoccupazioni per l'insicurezza energetica, l'aumento dei prezzi, l'instabilità politica interna, e la necessità di disinnescare la macchina da guerra russa, è stata quella di raddoppiare il gas proveniente da altre fonti e promuovere altri combustibili fossili proposti da fornitori alternativi. Questo nonostante il fatto che l'ultimo rapporto dell'IPCC affermi che dobbiamo ridurre l'uso di combustibili fossili perché "adesso o mai più" per evitare il disastro climatico.  Dovremmo intanto, per prima cosa, chiederci come ha fatto l'UE a dipendere non solo dal gas russo, ma, in generale, da tutto il gas fossile? La risposta è che questa è una conseguenza del modo in cui l'industria dei combustibili fossili ha influenzato con successo il processo decisionale dell'UE. I forti attriti geopolitici, che oggi si presentano alla nostra preoccupazione non sono nati oggi, ma erano infatti già evidenti nel 2014, quando la Russia occupò la Crimea; ma essi sono stati sempre ben gestiti dalla potente lobby del gas che ha plasmato la risposta dell'Europa alla crisi ucraina. Come risultato di questa abilità delle lobby, l'UE continuerà ad alimentare conflitti (se non in Ucraina, in Yemen e altrove), e metterà, con l’impennata dei costi, in povertà milioni di persone; per non parlare ovviamente della crisi che sconvolgerà le aziende. Con impatto minimo sul cambiamento climatico e con le lobby che gestiranno, sempre più fermamente, le decisioni politiche in merito.

2014

L'invasione dell'Ucraina ha messo in luce la dipendenza dell'Europa dal petrolio e dal gas russi; ma questo era noto da tempo; infatti già nel 2014, l’annessione della Crimea da parte della Russia aveva fatto concentrare le menti dell'UE sulla necessità di riduzione della dipendenza dal gas russo. Ma, invece di aumentare gli investimenti per, ad esempio, “stoccare” l'energia eolica, e del solare, e pensare un po' di più all'efficienza energetica – misure che affronterebbero il cambiamento climatico, la povertà di carburante, e la dipendenza dal gas – l'UE ha raddoppiato il consumo di gas proveniente da altri fornitori. È stato infatti fornito sostegno politico e finanziario ai gasdotti dall'Azerbaigian e ai terminali di gas naturale liquefatto (GNL); questi ultimi che potrebbero ricevere gas anche dagli Stati Uniti, anche se a costi nettamente superiori a quello gassoso.

Questo è il risultato diretto del rapporto di codipendenza che esiste tra la Commissione Europea e la lobby del gas. Un esempio notevole di ciò è come le stesse società che costruiscono e gestiscono gasdotti e terminali GNL, come l'italiana Snam, la francese GRTgaz, la belga Fluxys, la spagnola Enagás e la britannica National Grid, siano state formalmente incorporate nel processo decisionale dell'UE; attraverso la loro adesione al Rete Europea dei Gestori dei Sistemi di Trasporto del Gas ( ENTSO-G ), un gruppo creato dalla legislazione dell'UE.

Il ruolo di ENTSO-G è prevedere l'uso futuro del gas e proporre progetti infrastrutturali per soddisfarlo, che i suoi membri costruiranno. Non potrebbe esserci un conflitto di interessi più evidente. Non sorprende che il gruppo abbia costantemente sopravvalutato, nel corso degli anni, la domanda futura di gas; di conseguenza, tra il 2013 e il 2020 l'UE ha speso 4,5 miliardi di euro in 44 nuovi progetti di infrastrutture del gas, con il 90% del denaro destinato ai membri ENTSO-G.

Pertanto, nonostante le urgenze sventolate circa il riscaldamento climatico, l'UE è rimasta comunque altamente dipendente dal gas fossile, in buona parte russo. Nel 2021 le importazioni russe avevano raggiunto il 40% del consumo totale di gas dell'UE, un aumento di quasi il 50% rispetto al 2013. Non solo si trattava di una presa in giro degli obiettivi climatici; ma, non allontanandosi dal gas, l'UE si è resa molto più vulnerabile alle variazioni dei suoi prezzi globali, in particolare dei prezzi spot del GNL, che hanno causato l'aumento vertiginoso dei prezzi dell'energia nell'autunno 2021, anche prima dell'invasione dell'Ucraina.

2022:  RePowerEU, la storia si ripete?

Nel 2022 l'UE sta ancora una volta cercando di ridurre la sua dipendenza dal gas russo; il suo ultimo comunicato (lo definisco “comunicato” perché non è altro che un insieme di dichiarazioni), denominato RePowerEU mira a ridurre la domanda di due terzi entro la fine del 2022 e a fermare tutte le importazioni di combustibili fossili, inclusi carbone e petrolio, entro il 2027.

Ma le soluzioni proposte hanno dappertutto le “manine” della lobby del gas.

Un elemento fondamentale di RePowerEU, è quello di rifornirsi di petrolio e gas da altri stati, oltre la Russia. Questo perché la Russia è sanzionata, perché regime repressivo (e invasore). Ma i fornitori alternativi, hanno comunque il profilo di regimi repressivi, e magari anche di governi instabili;  come Libia, Azerbaigian, Nigeria, Qatar e Arabia Saudita, (i quali ultimi hanno giustiziato 81 persone a marzo; pochi giorni prima che il primo ministro britannico Boris Johnson visitasse Riyadh per chiedere un aumento della produzione). Comunque l’Arabia Saudita ha già fatto sapere che non ha abbastanza carburanti per sostituire quelli in arrivo da Mosca. E visto che si parla di regimi repressivi, dovremmo ricordarci che Pechino produrrà presto il 95% della catena di approvvigionamento dell’energia solare, oggi all’80%. Ed è anche il primo produttore di auto elettriche (ha superato Tesla) e di batterie per le stesse.

C’è, è vero, una spinta alla “diversificazione”; ma questa spinta è accompagnata comunque da un forte impulso per nuove infrastrutture del gas, sia da parte dell'industria, che della Commissione Europea. Stiamo, infatti, mettendo sul tavolo una mezza dozzina di nuovi terminali GNL in Germania e un paio in Italia, e il rilancio di MidCat, un gasdotto, che era stato accantonato, che va dal Portogallo alla Spagna e poi alla Francia.  

RePowerEU fissa anche significativi obbiettivi per soluzioni di fonti alternative, come l'idrogeno e il biometano. Il comunicato parla di 15 miliardi di tonnellate in più di idrogeno "verde", proveniente quindi da elettricità rinnovabile, entro il 2030, sia nazionale che importata; che è più del doppio dell'obiettivo attuale dell'UE. Ma da dove verrà l’elettricità rinnovabile per avere idrogeno, se l'UE non avrà, come probabile per allora, già raggiunto i suoi obiettivi in ​​materia di energia rinnovabile? Oggi il 97% dell'idrogeno in Europa è prodotto da gas fossile invece che da elettricità rinnovabile; ma Shell, Equinor e altri produttori di gas sono fiduciosi che l'idrogeno rimarrà un appuntamento inderogabile; quindi, ci si chiede: “vanno contro i loro interessi spingendo questa fonte alternativa”? No, in realtà ammettono apertamente che nel futuro non ci sarà abbastanza elettricità rinnovabile per produrre le quantità di idrogeno di cui si parla, ma che si sta usando il fascino dell'idrogeno verde e la spinta più ampia per un mercato dell'idrogeno in tutta l'UE, come un cavallo di Troia per il proprio idrogeno proveniente da gas fossile. Una volta abituatisi all’idrogeno, essi pensano, non si farà più caso se provenga dal combustibile fossile o da quello “green”.

C’è un fattore, però, che, dicono, potrebbe rompere le uova nel paniere di queste lobby: l’idrogeno africano. Per capire bisogna ricordare che la produzione di idrogeno richiede molta energia, tanto da renderlo fino ad oggi antieconomico, in quanto il costo della sua produzione era superiore al valore dell’idrogeno ottenuto. Ciò fino a che non si è pensato che l’Africa potesse essere il territorio ideale dove piantare sistemi di produzione di energia eolica e solare a basso costo. Tre paesi nordafricani negli ultimi anni sono sempre più concentrati sull'idrogeno, basandosi in gran parte sull'interesse, circa questo combustibile, dell'UE e delle sue multinazionali. Il Marocco, l'Algeria e l'Egitto stanno tutti pianificando di produrre idrogeno verde e prodotti a base di idrogeno e di spedirli nell'UE tramite navi e gasdotti. Purtroppo una commissione di studio del Transnational Institute mostra che il piano dell'UE di aumentare drasticamente le importazioni di idrogeno “rinnovabile” dal Nord Africa non è realistico dal punto di vista dei costi, e invece devia l'elettricità rinnovabile dalle esigenze locali e dagli obiettivi climatici locali. Lo studio è stato scritto dall'esperto di energia Michael Barnard e afferma che, comunque, i costi di produzione rendono l'idrogeno rinnovabile potenzialmente fino a 11 volte più costoso rispetto all'utilizzo del gas naturale, prima che vengano presi in considerazione i costi di stoccaggio e trasporto.

Per quanto riguarda la produzione di biogas e biometano, quella europea dovrebbe passare dai 191 TWh del 2020 ai 1.020 del 2050. E' quanto stima Gas For Climate, l'alleanza tra i gestori europei delle reti di trasporto del gas. Un dato che coincide quasi con le stime di Eurogas, l'associazione europea dei grossisti di gas, che si fermano poco sotto, a quota 1.008 TWh.

Al 2030 le due Organizzazioni prevedono una produzione rispettivamente di 370 e 375 TWh, contro i 467 previsti dall'Ue. Più ottimista l'Agenzia Internazionale dell'Energia (Ieg) che stima al 2040 una produzione di biometano e biogas di 1.326 TWh, mentre il Cerre, il Centro indipendente di Bruxelles, si ferma a 1.316 TWh.  Secondo voi qualcuno si preoccupa di questi obbiettivi per il bio carburante? No, perché i soldi si fanno producendolo, non utilizzandolo. Infatti non dimentichiamo che esiste l’obbligo di immissione in consumo di una quota minima di biocarburanti. Con l’articolo 2-quater del decreto-legge 10 gennaio 2006, n. 2 (legge n. 81/2006) è stato introdotto l’obbligo per i fornitori di gasolio e benzina, a partire dal 1° gennaio 2007, di immettere in consumo una quota di biocarburanti. Tale quota è stata inizialmente fissata in misura pari all’1% dei carburanti diesel e della benzina immessi in consumo nell’anno precedente. Quindi i produttori di combustibili fossili dovranno dedicarsi anche alla produzione di biocarburanti ? Neanche per sogno, se non li producono da sé potranno acquistarli. E si sono già lanciate nel business dei biocarburanti nove aziende italiane (possedute da aziende straniere). Valore del business: circa 1 miliardo di euro. E quindi non importa se i biocarburanti non verranno utilizzati perché meno “calorifici”, di quelli fossili: i soldi si fanno comunque producendoli, e il maggior costo (diciamo 1%) dei produttori di fossili verrà, come d’uso, rigirato sugli utilizzatori finali.

L'UE e l'industria, poi, affermano che i biocarburanti proverranno dai rifiuti agricoli o urbani; però produrre biometano di alta qualità è più facile ed economico da produrre dalle colture, più che dai rifiuti; e così si fa. Ma ciò è in competizione con l’alimentazione, i cui prezzi già sappiamo come stiano andando. Dato che la pandemia e la guerra stanno da tempo colpendo i prezzi dei generi alimentari, non solo del carburante, questa soluzione appare a molti profondamente miope.

Nonostante tutti questi fatti, la Commissione Europea sta andando avanti bellamente, fregiandosi di dare una sua risposta all'invasione dell'Ucraina. E sebbene il comunicato dell'UE riguardi anche l’attenzione da dare all'efficienza energetica; rispetto alle bozze precedenti questa è stata trattata con maggiore superficialità che in precedenza. Anche se una nuova ricerca mostra che un maggiore sostegno all'efficienza energetica e solare potrebbe ridurre le importazioni di gas russe di due terzi nei prossimi tre anni. Secondo fonti vicine alla sua stesura, né la Commissione Europea né i governi dell'UE si affidano all'efficienza energetica per ridurre la dipendenza dal gas in quanto “non abbastanza concreta” rispetto alla individuazione e sfruttamento di nuove fonti.

E l’impatto sociale?

Il passaggio dal gas russo, a buon mercato, al GNL, costoso e volatile mentre si costruiscono nuove costose infrastrutture non farà, e già fa, poi, che esacerbare la crisi del costo della vita, ma l'impatto sociale del piano non viene assolutamente discusso.  Il paese europeo più colpito dalle sanzioni di gas alla Russia appare oggi la Germania, che paventa una recessione. Nel 2011 la Germania annunciava un abbandono del carbone, in favore del gas di Putin. Ma, In meno di una settimana, il gas proveniente da Nort Stream-1 è sceso da 170 a 60 milioni di metri cubi, e oggi pare sospeso. La causa è attribuita a guasti nelle turbine che vengono di routine mandate in Canada per manutenzione, ed attualmente bloccate lì causa sanzioni. Ma il cancelliere tedesco ha fatto pressioni sul Canada, affinchè ignori queste sanzioni. Ovviamente ci sono state reazioni indispettite di Kiev; ma Berlino le ha ignorate e le turbine pare siano tornate, riparate, in Germania; ma il gas di North stream-1 pare comunque bloccato. Da dirsi che il vice cancelliere Habeck, a inizio luglio ha annunciato l’aumento dell’uso di carbone; e magari la riattivazione delle centrali nucleari. Vi pare che qualcuno si stia preoccupando dell’impatto sociale?

Anche la proposta positiva di una tassa extra sulla Big Energy, sostenuta da alcuni governi nazionali, ha una portata limitata, temendo che possa 'disincentivare' le aziende energetiche dall'investire nelle energie rinnovabili. Non potrebbe essere più chiaro di come ci possano essere conflitti di interesse su queste decisioni.

Come l’industria influenza la politica

Il comunicato di RePowerEU, quindi, è, esso stesso, una prova di questi conflitti di interesse tra industria e politica; ma dall'invasione ucraina ci sono stati esempi addirittura più chiari dell’influenza dell’industria sulla politica. La Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, ha apertamente twittato dei suoi incontri sulla riduzione della domanda di gas con la European Roundtable of Industrialists, un gruppo di lobby a livello di CEO i cui membri includono TotalEnergies, BP ed E.On. Come risultato di quell'incontro, ha annunciato pubblicamente che avrebbe "istituito un gruppo di esperti del settore per aiutare a ridurre la nostra dipendenza [dal gas russo]".

E sappiamo che, a livello nazionale, l'amministratore delegato della major italiana del petrolio e del gas Eni ha fatto un tour mondiale insieme al ministro degli Esteri di Maio per assicurarsi nuove forniture di gas da paesi come Algeria, Azerbaigian e Angola. Allo stesso modo, il nuovo ministro tedesco per il clima e l'economia dei Verdi è stato in Qatar per firmare un accordo per il GNL.

Significa che la politica energetica dell'UE viene elaborata assieme agli esponenti dell'industria del gas. E’ un altro esempio di come l’industria possa influenzare le decisioni politiche.  

  

Inserito il:19/07/2022 12:09:07
Ultimo aggiornamento:19/07/2022 12:42:46
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