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Aggiornato al 04/07/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Marco Josto Agus (1978-2004) - Solitudine

 

Efficacia della solitudine

di Anna Maria Pacilli

Non è rompendo la solitudine,

bensì approfondendola,

che gli esseri diventano capaci di comunicare
(Louis Lavelle)

"È dolce il suo respiro fra i pensieri miei
Distanze enormi sembrano dividerci
Ma il cuore batte forte dentro me...la solitudine..." canta una canzone di Laura Pausini di qualche anno fa.


Ecco, sono queste le prime parole che mi sono venute in mente riflettendo sul termine "solitudine". Noi siamo portati a pensare alla solitudine come un modo d'essere tristi al mondo e nel mondo. In realtà "essere soli" è un concetto diverso da "solitudine". E' come se essere soli implicasse una scelta: posso decidere di stare da solo, oppure di stare in compagnia, come se, dunque, in qualche modo, alla base dell'essere soli ci fosse una scelta. La solitudine, invece, non implicherebbe la possibilità di una scelta, ma sarebbe, piuttosto, una "resa", un arrendersi al non avere compagnia. Uno stare da soli, perchè nessuno ha preferito lo stare con noi. Spesso "ricettacolo" di sentimenti negativi, la solitudine viene, dunque, vista, come una condizione spiacevole, nonostante, in realtà, offra all'uomo molte opportunità per maturare.
Nella solitudine si vede solo il dolore della perdita, della separazione.
La solitudine, dunque, esisterebbe ancora prima dell’uomo.
L’ovulo, al momento della fecondazione, è solo.
Lo spermatozoo vincente è uno. La fecondazione stessa è fautrice di separazione. A partire dalla quattordicesima settimana, l’embrione, che si chiamerà feto, galleggia nel ventre materno da solo.
Successivamente, la nascita, la crescita, il diventare adulti rievocano la solitudine primordiale. Quante famiglie che prima vivevano quasi tutto in condivisione, ora si trovano separate da più apparecchi televisivi? Quanti gruppi di giovani escono assieme in comitiva e poi rimangono ognuno con lo sguardo perso sul proprio cellulare?
Quante persone, rese dal loro lavoro sempre più simili a robot, sono costrette ad una solitudine forzata?
Dio stesso, per i credenti, pur uno e trino, è solo.
Ma, direi, c'è solitudine e solitudine. C'è la solitudine forzata, quella imposta dalle circostanze della vita, dalle malattie, dalle emarginazioni sociali per diverse cause, o per l’abbandono da parte di una persona cara.
Vi sono poi solitudini ricercate, dal genio creativo, dall’asceta o da chi sente il bisogno di stare da solo, per recuperare le proprie energie. Ma è, questa, reale ricerca di solitudine o, piuttosto, fuga dalle proprie responsabilità?
Gli stessi mass-media, gli slogan pubblicitari, invitano ad isolarsi, a distinguersi esprimendo modi di vita “unici” tendendo all’individualismo.
In questo senso l’uomo spesso contrappone alla solitudine un mondo costellato da relazioni plurime ed estemporanee, senza valore. Ama circondarsi di tanta gente che, però spesso, neppure gli dà la parvenza di una compagnia.
Ma esiste anche una felicità nella solitudine, quella del recupero della propria individualità, che può avvenire unicamente stando da soli, perché la solitudine, in questo senso, rappresenta una preziosa risorsa per il proprio Sè, che può recuperarsi solo confrontandosi in un primo momento con se stesso e solo successivamente con l'altro.
In questo senso, se la solitudine rappresenta il dolore della separazione da qualcosa o da qualcuno, essa può ritrovare la sua gioia nel ricordo. Il ricordo dell' esperienza vissuta.

(Pubblicato su www.annamariapacilli.it)

Inserito il:07/08/2016 16:38:35
Ultimo aggiornamento:07/08/2016 16:43:11
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