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Aggiornato al 17/07/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Giacomo Balla (Torino, 1871 – Roma, 1958) – Valori plastici (1929 ca)

 

Idea lavoro sociale

di Maurizio Merlo

“Ognuno secondo le sue capacità,

a ognuno secondo i suoi bisogni!”.

(Karl Marx)

 

È in atto, a livello planetario, un sistema internazionale di vasi comunicanti, che avvantaggia i Paesi con forte tasso di crescita (bassa pressione fiscale, basso costo del lavoro, buone capacità d’attrazione dei capitali privati), mentre i paesi dell’Occidente a sviluppo maturo soffrono la concorrenza globale, come catarsi storica dell’Imperialismo dei secoli passati, esercitato sui Paesi più deboli.

Accanto alle grandi innovazioni indotte dalla intelligenza artificiale e ai nuovi caratteri rivoluzionari dell’”impresa 4.0”, incombe la minaccia di una prospettiva di riduzione della base occupazionale, essa è sicuramente più aggressiva in alcune Nazioni, fra queste l’Italia, con i suoi ritardi strutturali.

Parallelamente allo stupor mundi di questi mutamenti, non mi convince la presunta tendenza di un automatismo alla disoccupazione, e credo che il problema sia un altro: il non aver sufficientemente accompagnato le spinte positive al cambiamento generate dalle rivoluzioni industriali, che vanno lette come opportunità (1-2-3).

Interessanti le analisi e le diagnosi proposte dal World Economic Forum, fondazione senza fini di lucro come dicevo, creatura dell'economista ed accademico Klaus Schwab.

Va superato il grave ritardo di indirizzo, controllo, interdizione, progettualità degli Stati. Occorre far crescere dentro gli apparati statuali una nuova cultura del governo pubblico in Economia e nell’organizzazione della Società (3).

I profondi cambiamenti della struttura sociale pongono all’ordine del giorno nuove, inedite questioni, fra queste nuovi scenari riguardanti la giustizia sociale, la riforma radicale del welfare e il molto discusso “reddito di base” universale, quale forma reddituale che garantisca la dignità minima dei cittadini.

Si tratta di questioni che pongo in modo aperto, senza certezze ma con attenzione ai cambiamenti, senza lettura dei quali è difficile pretendere di governare la Cosa Pubblica in un’epoca di mutamenti rapidissimi e globali, in cui tutto è diverso rispetto al ‘900.

E questi cambiamenti sono da decodificare in chiave sociale, non solo scientifica e tecnologica. D’altronde, che senso avrebbe valutarli soltanto in direzione della finanziarizzazione del capitale? Le strutture sociali tengono, al di là di ogni scuola economica o politica, se costruite su valori, obiettivi razionali e coesione sociale, senza di cui ogni struttura è destinata al fallimento. Questo è vero se ragioniamo in chiave produttiva e di crescita, i fenomeni del parassitismo e della rendita finanziaria non riguardano lo sviluppo di una società ma l’aumento della ricchezza di pochi, che subito dopo andranno a delinquere altrove.

E uso l’espressione “delinquere” in senso tecnico, non certamente morale, perché non esiste “Costituzione” statuale al mondo, che concepisca la legalità in funzione della ricchezza di pochi e della povertà diffusa dei tanti o dell’intera Comunità, e se così fosse, sarebbe una Costituzione approvata da una casta di pericolosi figuri e non certo espressione della volontà di un popolo.

D’altronde, mai come prima nella Storia, il primato della Politica e il sapiente uso delle leve pubbliche rappresentano i grimaldelli decisivi per la soluzione dei temi sociali ma anche per la tenuta stessa del sistema economico e delle imprese organizzate intorno ai valori delle rivoluzioni industriali terza e quarta, e come dicevo in apertura, della tenuta degli stessi sistemi democratici.

Viene da chiedersi: potrebbe oggi un’impresa altamente innovativa resistere sul mercato in assenza di adeguate regole pubbliche? La risposta è no, a meno che, e insisto, non si abbia come obiettivo la finanziarizzazione della realtà produttiva.

Le rivoluzioni industriali vanno governate per migliorare la condizione umana, capendo se, in questa fase dello sviluppo del Capitalismo, esista un nesso fra le opportunità dello sviluppo economico e delle imprese da una parte e la condizione sociale di miliardi di donne e uomini dall’altra.

Qualcosa di simile accadde negli anni ’70 e poi nei decenni successivi del Secolo passato, circa un tema ancor oggi d’attualità e rilevanza e che lo sarà chissà per quanti anni ancora: mi riferisco all’“ambiente”. Ad un certo punto emerse con chiarezza all’interno della Comunità Internazionale, convinzione poi gradualmente certificata in sede scientifica, che la necessità di tutelare l’ambiente fosse tutt’altro che un’ideologia sommaria, ma una necessità per la salvezza del Pianeta.

Intendo sostenere dunque che la tutela della “condizione umana” e la tutela dell’”ambiente” siano questioni parallele e fondamentali da trattare nelle stesse sedi, a prescindere dall’orientamento politico-culturale dei Governi e per segnare un’improcrastinabile inversione di tendenza nella Storia dell’Umanità. Sono certo che questo ragionamento otterrebbe la benedizione di Papa Francesco, uomo che su questi temi è, al di là del suo ruolo di Padre della Cristianità, l’intellettuale più ricco e più lucido di questo inizio Millennio.

Le mie convinzioni maturate negli ultimi anni, lo ribadisco, sono ispirate all’ottimismo ma occorre lavorare tanto.

Occorre lavorare all’irrobustimento del sistema Italia, in particolare, nel contesto europeo, rispondendo positivamente con provvedimenti mirati (attivi e coordinati con le forze sociali, rappresentative delle imprese e dei lavoratori) e valorizzando alcuni elementi potenzialmente costitutivi della Rivoluzione 4.0 se ben sorretti dalle politiche pubbliche, elementi a cui ho già fatto riferimento e che non dobbiamo dimenticare.

Sul controllo delle leve pubbliche saranno dirimenti poi alcune scelte strategiche, fra queste, certo, le politiche di spending review e di riduzione del debito pubblico, rispettando le direttive europee. Politiche che tuttavia potranno essere efficaci soltanto se strettamente connesse alla qualificazione e al rafforzamento della lotta all’evasione fiscale, e in Italia è possibile portarla a equilibri fisiologici, allineandosi alle best practices europee. Un risultato di questa natura metterebbe il nostro Paese in una condizione di altissima competitività rispetto alle economie forti in Europa e non solo.

Riguardo alla qualificazione degli apparati pubblici, si apre uno scenario di grande interesse nei prossimi anni: il 48% del personale del pubblico impiego andrà in pensione entro il 2029, di questa quota più della metà andrà in pensione nel 2024, inoltre oggi soltanto il 26% dei dipendenti dell’Amministrazione è in possesso di laurea. È possibile rinverdire il pubblico impiego aprendo ai giovani, addirittura incrementando i posti di lavoro, sussistendo un sottodimensionamento occupazionale in questo comparto rispetto a Francia, Inghilterra e USA. È possibile quindi qualificare e spostare, grazie all’informatizzazione sempre più massiccia degli apparati, risorse umane meno qualificate, formandole per attività sociali. A tal proposito penso ai servizi sociali, alla tutela dell’ambiente e del patrimonio culturale e artistico, potenziando, grazie ai giovani laureati, questi ed altri settori, penso alla ricerca scientifica pubblica e i grandi investimenti infrastrutturali, l’integrazione pubblico-privato nei settori strategici, a cominciare dall’energia, la riforma complessiva del Welfare.

Sullo sfondo di questi ragionamenti si intravede un’ultima questione, che potrebbe assumere dimensione epocale in tutto il continente europeo, probabilmente in tutto l’Occidente.

Se è vero che l’opportunità centrale, cuore delle due rivoluzioni industriali, consiste in una crescita di qualità che impone una profonda connessione fra Società, Economia e Scienza (robotica, reti informatiche, energia, sinergie pubblico/privato) e che questo obiettivo è raggiungibile alla condizione che la Politica sappia lavorare alla costruzione di scelte pubbliche statuali all’altezza dei profondi cambiamenti, nel quadro di un auspicato nuovo Ordine Mondiale più giusto e unitario; se è vero altresì che l’equilibrio di questi fattori può condurre nel medio-lungo periodo a una maggior qualità dell’organizzazione del lavoro e delle condizioni di vita, verso una nuova tendenza alla qualificazione degli apparati pubblici e privati, con riduzione dei costi sociali e diminuzione della fatica del lavoro, a fronte di forme di lavoro che premiano la creatività e la riduzione dei tempi, tutto questo induce a ritenere plausibile una tendenziale e virtuosa riduzione del debito pubblico perché è praticabile la connessione fra altri due vasi comunicanti economico-sociali, interni al singolo sistema, in uno riduciamo i costi sociali, pubblici e privati, nell’altro sviluppiamo la sicurezza dei territori, la ricerca scientifica, l’organizzazione della cultura e l’innalzamento dei suoi livelli, il lavoro sociale, i ruoli del volontariato e della forza lavoro dell’immigrazione, i lavori tradizionali che rischiano d’estinguersi (artigianato artistico e dei servizi), le nuove forme di welfare, i diritti diffusi.

Nel primo vaso riduciamo i costi sociali d’impresa, delle famiglie e quelli pubblici; nel secondo facciamo crescere la giustizia sociale e la ricchezza culturale del Paese, anche quello più profondo, senza costituire maggior debito, secondo un perverso modello di welfare del ‘900, ma grazie a un accresciuto senso della Comunità, minori sprechi, maggiori tempi di vita utili a costruire benessere comune e diffuso.

Tutto questo può essere vero, ma ribadisco può esserlo alla condizione di costruire una robusta alleanza progettuale intorno a una grande classe dirigente pubblica e privata. Mettendo in campo capacità di visione e politiche geniali, dove Politica, forze produttive del Capitalismo, forze sane del lavoro manuale e intellettuale, senso diffuso dell’etica sociale, investimenti pubblici e privati su scienza e conoscenza marcino nella stessa direzione. E consentano una esponenziale crescita della giustizia sociale, attraverso una maggior protezione dei diritti, una maggiore certezza del lavoro, dei servizi adeguati di welfare state. E, perché no, di un reddito di base universale, tornerò sul punto, che gradualmente sapesse emancipare i Popoli dalla necessità di un lavoro mercificato, soggetto allo sfruttamento e alla fatica.

Questo avverrebbe a favore di attività considerate creative e al servizio della Società.

Così riacquisterebbe valore quanto scritto sulla profetica bandiera, tratta da Karl Marx, nella sua “Critica del programma di Gotha”, che poi altro non è che un’idea attinta dagli Atti degli Apostoli (cfr. At 4, 35): “Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni!”.

La riflessione all’ordine del giorno sul reddito di base universale, è tema complesso e regna la più totale confusione. È un tema, a mio modo di vedere, realizzabile e governabile con gradualità ed equilibrio, tutt’altro che astratto, fuori però da logiche plebee, populistiche e strumentali.

Per un primo approfondimento rimando allo studio, la sola lettura non basterebbe, del bel libro già in precedenza citato, “Una proposta radicale - Reddito di base universale” (sub precedente nota 3), un manuale di economia sul quale, insieme ad altri contributi intellettuali sulla materia, occorrerà dedicare una giusta e attenta riflessione.

Ma adesso consentitemi una sintesi con ripetizioni, esteticamente non gradevoli, ma utili a non seminare dubbi ed equivoci. L’insieme dei processi descritti, ben guidati da politiche pubbliche accompagnerebbe il sistema ad una grande qualificazione di tutti gli strumenti sociali, al punto di creare nel tempo una riduzione tendenziale dei costi pubblici e privati. La qualità del lavoro indurrebbe a una drastica riduzione delle ore lavorate, prospettando 3 ore al giorno per 3 giorni, quindi la vita dei cittadini roterebbe intorno alla cultura e alla socialità, quindi il lavoro a favore della comunità e il volontario crescerebbero, e insieme il tempo da dedicare alle proprie famiglie, alla coltivazione dei propri interessi, alla formazione professionale, all’igiene fisica e mentale, insomma all’umanizzazione della vita civile.

Se questo è vero, parte del sistema economico sarebbe sempre meno fondato sul lavoro-merce e sempre più sulla socialità delle relazioni e sul lavoro-sociale, e questo impegno avrebbe un valore specificamente economico. Indubbiamente una persona che dedica più tempo a queste attività accresce la sua capacità di lavoro sociale, e dedicando maggior tempo alla famiglia aiuta l’organizzazione dei servizi sociali, e se cura la formazione aiuta la flessibilità sociale dell’impresa, e se cura l’igiene fisica e mentale migliora la qualità della vita e, in termini sistemici, riduce i costi pubblici per assistenza e sanità, e così via, creando un circolo virtuoso.

Insisto, se tutto questo fosse vero, perché il lavoro sociale non dovrebbe essere riconosciuto come attività da remunerare dal sistema pubblico?

Ecco che fra qualche decennio, e a tappe intermedie, assumerebbe concretezza l’idea di un reddito di base generale che non combatterebbe soltanto la povertà ma avrebbe il significato di un compenso e di un intervento di giustizia sociale a favore di chi pur essendo operoso non può raggiungere i livelli di maggior gratificazione nello specifico impegno lavorativo, che, essendo di grande qualificazione, richiede doti particolari di investimento su intelligenza e cultura, mentre i lavori più umili (il lavoro manuale, quello più faticoso, usurante e pericoloso, ecc.) questo tipo di gratificazione non la raggiungono. Insomma un mondo dove, secondo il vecchio motto che trova nuova ispirazione nel marxismo ottocentesco ma che ha radici cristiane: “Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!”.

Lascio l’approfondimento di questi temi alla discussione. Essi hanno necessariamente natura globale e il mio intento è soltanto quello di immaginare un percorso nuovo e utile alla costruzione di un futuro igienico socialmente ed economicamente, quindi politicamente, più civile e più giusto.

Questo viatico, come dicevo in apertura, richiede il rilancio della “Politica” come arte nobile di avanguardie sociali e culturali, e con essa il rilancio della capacità di ideare e governare progetti e politiche pubbliche. Soltanto posizionando le politiche su queste nuove frequenze di ascolto del mondo è possibile interpretare il futuro come crescita di benessere e civiltà.

****

  1. - “Senza il vento della storia - La sinistra nell’era del cambiamento” - di Franco Cassano, Ed. Laterza.
  2. - “Lo stato innovatore - Mariana Mazzuccato - Ed. Laterza.
  3. - “Una proposta radicale - Reddito di base universale” - Parijs e Vanderborght - Ed. Il Mulino.

Tratto dal libro “Un sogno diverso” di Maurizio Merlo Ed. Nerosubianco - Cuneo - Copyright 2018

 

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Inserito il:19/03/2019 19:08:05
Ultimo aggiornamento:19/03/2019 19:17:27
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