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Aggiornato al 21/07/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Chi Birmingham (illustrator in Brooklyn)-Young and jobless - 2013

 

Considerazioni sulla rivoluzione tecnologica e la disoccupazione giovanile

di Simone Fubini

 

L’attuale situazione in Italia, disoccupazione attorno all’11-12%, e quella giovanile attorno al 38-40%, confermata anche dai dati ISTAT di novembre 2016, non dipende dalla rivoluzione tecnologica, che anzi può essere un’opportunità di nuova occupazione ad alto livello tecnologico (si veda piano industria 4.0), ma bensì da fattori esogeni alla tecnologia; soprattutto la profonda crisi a partire dal 2008 non ancora riassorbita dalla debole ripresa in atto, che ha portato alla perdita di quasi il 25% dell’output produttivo del Paese, soprattutto in maniera drammatica nel mezzogiorno e nelle isole.

Il fenomeno che più colpisce è il livello elevato della disoccupazione giovanile, quasi il doppio del livello europeo (il 20,3 nel 2015) e purtroppo predominante nel sud Italia come certifica l’Istat con alcuni dati riferiti all’anno 2015 (in certe città del sud la disoccupazione giovanile varia tra il 65 ed il 75%).

Inoltre, un altro elemento significativo è il dato che, a livello di disoccupazione globalmente costante, si riduce quella della classe dei 50-64 anni, ciò penso sia dovuto agli effetti dell’evoluzione demografica, ma anche alla preferenza delle imprese a riassorbire personale esperto espulso negli anni precedenti, e comunque più vicino al pensionamento, garantendo una maggiore flessibilità in uscita per il futuro, rispetto all’assunzione di giovani da formare, in quanto spesso vi è carenza di profili con la corretta competenza richiesta.

Questa situazione nelle regioni del sud è certamente dovuta alla carenza di un diffuso tessuto industriale e di relativi servizi , composto non da “cattedrali nel deserto” spesso in disarmo ma da piccole e medie imprese, da cui la necessità di una politica industriale ad hoc che faciliti gli investimenti, riduca il costo del lavoro per le assunzioni di giovani, così come si sta tentando con gli ultimi provvedimenti governativi.

Ma un’altra causa importante della disoccupazione giovanile va addebitata al sistema educativo del Paese che negli ultimi decenni ha via via aumentato lo sviluppo di corsi universitari triennali sulle materie più disparate spesso garantendo lauree in mestieri senza sbocco nella società italiana.

La cultura delle famiglie ha assecondato questo trend spingendo i figli ad inseguire una laurea qualunque essa sia, rispetto ai diplomi tecnici che avrebbero favorito il loro inserimento nel mondo del lavoro.

Ciò ha portato ad una riduzione drammatica della partecipazione di studenti negli istituti tecnici, e quindi della disponibilità di giovani con le competenze richieste oggi dalla società: infatti industria e servizi che si stanno digitalizzando non richiedono soltanto profili con alto contenuto tecnologico.

Un’ultima annotazione relativamente al fatto che molti giovani con competenze elevate vadano all’estero. Al di là delle polemiche in corso, penso che la loro spinta principale sia quella di trovare un ambiente che premi competenze e merito con retribuzioni adeguate; ciò che purtroppo spesso in Italia non è possibile (retribuzioni ridotte per il peso del cuneo fiscale per le imprese e mancanza di una loro dinamica legata al merito e alle competenze).

La quarta rivoluzione digitale e tecnologica sta entrando nel vivo anche nel nostro Paese e offre molte opportunità di nuovi mestieri, non solo nell’industria ma in altri settori di attività come ambiente, sanità, energie alternative, biotecnologie, nuovi materiali, per non parlare delle crescenti opportunità nel design e nell’artigianato industriale, nella logistica e nel customer care di prodotti industriali e di consumo. Sono posizioni che richiedono una combinazione di competenze tecniche e interpersonali non sostituibili dall’automazione, ma a suo supporto.

Occorre però che il sistema formativo delle competenze del Paese si adegui a soddisfare queste esigenze ed opportunità con un forte orientamento alla cultura dell’employment.

Inoltre occorre che imprese industriali e di servizio, così come istituti di ricerca e università possano adeguare le retribuzioni a quelle dei mercati esteri, premiando competenze e merito.

Tutto ciò potrà avvenire soltanto con un cambiamento sostanziale della cultura del Paese, favorito anche da una forte ripresa economica che permetta di generare le risorse necessarie; una combinazione di circostanze di difficile realizzazione che non mi rende molto ottimista.

 

 

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Inserito il:12/01/2017 18:53:33
Ultimo aggiornamento:12/01/2017 19:03:11
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