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Aggiornato al 18/03/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Sonia Terk Delaunay (1885-1979) – Electric Prisms n. 41

 

Il lavoro in fabbrica

di Gianni Di Quattro

 

Il lavoro in fabbrica ha già subito negli ultimi due secoli diverse trasformazioni come conseguenza dello sviluppo tecnologico ed anche per profondi studi organizzativi di imprese innovative come Olivetti nel secolo passato, basti ad esempio citare l’invenzione della isola di produzione in sostituzione della catena di montaggio  che sino ad allora era stata l’ossessione per tutti coloro che facevano gli operai e che era stata mirabilmente rappresentata nel modo critico da un famosissimo film del grande Charlie Chaplin.

Con in mente il lavoro degli operai, il lavoro nelle fabbriche, sono nate le idee filosofiche, come il marxismo che tanta influenza ha avuto nel 900, se non altro perché sono state le ispiratrici della rivoluzione bolscevica e di quella cinese di Mao con tutte le influenze nel mondo che ne sono derivate. E che ancora oggi condizionano il pensiero e l’attività o di vecchi commilitoni nostalgici dei passati regimi o di giovani che cercano di acchiappare qualsiasi speranza di una vita migliore, più uguale per tutti anche se la storia ha dimostrato come queste speranze altro non erano che utopie che, purtroppo, sono state tremende esperienze con le loro scie di violenza e di morte.

Perché le idee camminano sulle gambe degli uomini. E costoro non concepiscono di essere in una posizione di potere senza esercitare lo stesso a scopo personale e non solo nell’interesse di tutti.  Adesso certamente stiamo entrando in una fase di ancora ulteriore trasformazione del lavoro in fabbrica e forse in modo più radicale che in passato. Le macchine che stampano, montano, producono sono silenziose e sono gestite da computer in base a programmi prestabiliti sorvegliati e guidati da esperti informatici capaci di intervenire.

Le fabbriche silenziose le chiamano, le fabbriche con poche persone che gestiscono produzioni più precise e sofisticate quantitativamente e qualitativamente e che hanno un livello di expertise non paragonabile agli operai di un recente passato. Il lavoro in fabbrica è forse il simbolo più profondo del passaggio verso la società della conoscenza, una società che taglia fuori, che non prevede più personale generico nel mondo del lavoro.

Nel futuro ognuno deve avere una cultura informatica o un mestiere artigianale od ancora una cultura in grado da consentire l’esercizio di una professione. Poca manovalanza si occuperà di quei lavori di fatica che non saranno affidati ai robot, mentre chi ne sarà capace potrà dedicarsi al mondo della ricerca o accademico. In questo contesto e con questa prospettiva di trasformazione epocale, forse dietro l’angolo, la società è destinata ad essere rivoltata come un calzino ridiscutendo regole, relazioni, studi, percorsi, prospettive e speranze.

Si suppone, quindi, che il dibattito, gli studi, le riflessioni sul tema dovrebbero coinvolgere enormi quantità di persone nel paese. Accademici, uomini di cultura, osservatori sociali, politici, filosofi, esperti di tecnologia e, soprattutto, sindacalisti, visto che rappresentano il lavoro e la sua tutela, dovrebbero essere impegnati in un sforzo grandioso per individuare i percorsi sociali e culturali più opportuni, il modo di considerare la tecnologia, la necessità tutta politica per adeguare norme e leggi, programmi di educazione e sistemi di protezione.

La sensazione che si ha tuttavia è che il futuro è delle fabbriche silenziose ed il presente è di un management sociale e politico ignorante e vigliacco e di una classe intellettuale paurosa e incapace di proporre idee e abituata da tempo a mettere in bella copia indicazioni di potenti in cambio di opportune ricompense.

Perché nulla o poco sta avvenendo, come se il problema non esistesse e come se, anche quando dovesse presentarsi, siamo certi che saremmo in grado di ributtarlo indietro e di continuare come sempre.  Il futuro che questa gente ci sta preparando non può essere pieno di felicità ma solo di lacrime e sangue, forse non sanno cosa fare, se lo capiscono ne hanno paura, non sono abituati a prendersi qualche responsabilità, temono qualsiasi cambiamento ed, infine, la loro cultura è comunque inadeguata.

Siamo nelle mani di persone che non amano il futuro e che cercano di respingerlo in tutti i modi possibili, come se fosse un miraggio, anche falsificando la realtà che comincia a manifestarsi con sintomi ed esperienze internazionali.

 

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Inserito il:30/12/2016 12:19:38
Ultimo aggiornamento:30/12/2016 12:25:18
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