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Aggiornato al 21/05/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Garin Baker (New York, 1961) – Construction worker painting

 

La protezione del lavoratore isolato (1)

di Pietro Bordoli

 

“Una persona è sola al lavoro quando non può essere vista o sentita da un’altra persona”.

 “Una persona al lavoro è «meno sola» se può contattare sempre qualcuno ed è «più sicura» se può richiedere immediata assistenza”.

 

Sempre più spesso, nelle più svariate imprese e professioni, il progresso tecnologico e l’automazione fanno sì che il funzionamento e la sorveglianza di macchine e impianti siano affidati ad una persona che lavora da sola.

Ciò avviene nel caso di linee di produzione automatizzate; di lavori in depositi, magazzini esterni, celle frigorifere; in impianti di incenerimento dei rifiuti e discariche; nelle ispezioni di impianti di grandi dimensioni e controlli in aziende durante orari notturni o periodi di ferie; e così via.

In moltissimi altri settori, manutentori, tecnici, agricoltori, autotrasportatori, artigiani, si trovano spesso in condizione di operare in completa solitudine.

In Italia il Testo unico sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro (D.lgs. 9 aprile 2008, n. 81 e aggiornamenti) è estremamente accurato e particolareggiato (oltre 900 pagine).

Benché ponderoso ed esaustivo il documento non fa peraltro riferimenti specifici al “lavoro in solitario” se non nella sezione dedicata alla valutazione dei rischi aziendali e dei conseguenti pericoli o criticità, come ad esempio: incidenti da affaticamento, difficoltà o mancanza di soccorso, mancanza di supervisione.

L’attenzione al lavoratore isolato risulta maggiore in alcuni paesi di cultura anglosassone, in particolare UK, Canada inglese, Australia, (di meno in USA), dove la sensibilità al problema risulta particolarmente sviluppata e le norme specifiche relative appaiono molto precise.

Il documento BS 8484:2016 edito dal British Standard Institute consta di una trentina di pagine esclusivamente dedicate alla protezione del “lone worker”.

Lo stesso dicasi per le analoghe pubblicazioni edite dal Governo australiano e da quello canadese.

In tutte queste, oltre alle considerazioni ed alle norme legate alle situazioni ambientali oggettive, particolare attenzione viene prestata agli aspetti relativi allo stato di stress e di disagio in cui viene a trovarsi il lavoratore incaricato di operare in solitudine ed alle indicazioni per ridurne il più possibile l’impatto negativo.

Come enunciato in un interessante articolo pubblicato su PdE (Rivista di psicologia applicata all’emergenza, alla sicurezza e all’ambiente, edita dallo Studio Zuliani di Vicenza) “il vivere una situazione di solitudine e di isolamento può comportare delle sofferenze importanti per la persona, basti pensare che la risonanza magnetica funzionale (FMR) mostra che la regione emotiva del cervello attivata quando una persona si sente emarginata è la stessa che registra le risposte emotive al dolore fisico: il cingolo anteriore dorsale. Ciò mostra che il dolore determinato dalla solitudine è una ferita in grado di sconvolgere profondamente la persona anche dal punto di vista fisico”.

D'altra parte si sa che anche dal punto di vista antropologico l’uomo è un animale sociale e che di norma preferisce vivere e operare insieme ad altre persone. Alcuni studiosi attribuiscono questo stato di cose al fatto che i primi esseri umani avevano più probabilità di sopravvivere rimanendo in gruppo e che nel nostro processo evolutivo si siano formati geni che generano piacere quando si sta assieme ai nostri simili (anche se molto spesso ciò non è vero…) e sensazioni di disagio quando si è da soli.
Non è un caso che anche nelle aziende si siano proposte nel tempo impostazioni organizzative sempre più tendenti a privilegiare, rispetto ad operatività individuali, il concetto di team e l’affiatamento tra colleghi di una stessa squadra per l’espletamento di lavori complessi.

Sia in Italia che nel resto d’Europa la responsabilità ultima di assicurare la sicurezza del lavoratore isolato è del datore di lavoro il quale deve quindi preoccuparsi di adottare tutte le misure adeguate a questo scopo.

E questo non solamente per motivi etici di protezione del proprio personale, ma in quanto potrebbero risultare per lui molto pesanti le sanzioni sia penali che civili nel caso di un malaugurato incidente per il quale non siano state prese in considerazione tutte le precauzioni del caso.

In suo aiuto il progresso tecnologico nel campo delle telecomunicazioni ha consentito la messa a punto di una vasta e diversificata gamma di strumenti che mettono il lavoratore in condizione di segnalare un suo eventuale stato di pericolo.

Questi vanno da semplici apparecchi di trasmissione di un segnale di allerta one-way fino a terminali di comunicazione sofisticati e concepiti per poter operare anche in condizioni ambientali particolarmente critiche.

Affinché si possa parlare di vera protezione appare comunque indispensabile che non ci si limiti alla dotazione di apparecchi di allarme, ma si tenga conto anche di tutti gli aspetti psicologici ricordati.

In altri termini è necessario da un lato approfondire le caratteristiche specifiche del tipo di intervento in solitario richiesto, ma soprattutto “assistere” a distanza il lavoratore.

Si tratta quindi di ricercare, nei limiti del possibile, formule che facciano appunto sentire la persona “meno sola”, sapendosi protetta e quindi “più sicura”; questo può avvenire mettendolo in condizione di “comunicare” e non semplicemente “segnalare”.

Da queste brevi considerazioni si comprende perché, nel vagliare le proposte di adozione di apparecchiature e soluzioni, la scelta di un datore di lavoro debba essere quanto mai meditata.

(Continua)

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Inserito il:24/04/2017 14:07:27
Ultimo aggiornamento:16/05/2017 19:35:14
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