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Aggiornato al 16/12/2017

Kume Bryant (Contemporary, Tucson, Arizona) – Artificial Intelligence -2013

 

L'ultra-civiltà: Mattia Pascal e l’Ubermensch

di Federico Torrielli

 

Nel campo dell’informatica una persona è “tecnofoba” quando prova ripulsione nei confronti della tecnologia, non la comprende ma la utilizza. La tecnofobia è così diffusa che nessuno veramente ne è immune, ma ciò avviene per molti motivi. Innanzitutto, la tecnologia dovrebbe essere intesa come un prodotto umano, uno strumento per completare la nostra evoluzione, fuori dalla sfera del nostro tempo libero o lavorativo. La questione è che, vivendo in un’epoca mediamente tecnologizzata, per colpa della tecnologia si tende a confondere la sfera della vita privata con quella lavorativa. Questa contaminazione rende le persone sempre più stressate, occupate (anche in auto-mansioni come la gestione di un blog personale), e permette (grazie all’anonimato) di mascherarsi e cambiare identità, alienandosi così dalla vita reale.

Ciò che ho riportato ovviamente è totalmente evitabile se solo si utilizzasse la tecnologia con la consapevolezza di ciò che si sta facendo, mantenendo i piedi per terra. Purtroppo una persona tecnofoba, costretta ad avere a che fare costantemente con la tecnologia, entra in un meccanismo particolare per cui non solo non la comprende ma abusa anche di questo strumento, ritenendolo un semplice giocattolo. Questo “modo di fare” rende l’utente (tecnofobo) vulnerabile ai rischi che si incorrono quotidianamente navigando su Internet, spesso incorrendo in truffe online come il phishing o l’appropriazione della propria identità da parte di malintenzionati.

Tecnofobi a parte, esiste un’altra faccia della medaglia di questa “Civiltà 2.0”: sto parlando dei tecnofili. La persona tecnofila non è per forza un’esperta nel settore, ma ha gusto nel comprendere la tecnologia, utilizzarla senza incorrere in truffe ed apprezzare l’innovazione. Il “tecnofilo perfetto” poi è anche in grado di separare il mondo reale da quello virtuale, cioè un universo costruito da altre persone in uno spazio in cui regna l’anonimato o l’identità alternativa.

 

Il fu Mattia Pascal

Pirandello insegna che quando si tenta di cambiare identità nella vita reale, si deve sempre compiere un “sacrificio”, un suicidio virtuale. Questa operazione si compie quotidianamente nell’abuso dei social network (che crea un mondo fittizio in cui essere qualcun altro) o della televisione (che fa apparire il mondo in maniera distopica, Orwell docet). La questione centrale è che questi due canali forniscono una parvenza di libertà ma in realtà non fanno altro che aumentare gli istinti primordiali legati alle emozioni umane.

Alle volte per ignoranza ma altre per pigrizia ci si lascia andare alla corrente di questi due mondi alternativi che trasformano le persone in schiavi o macchinette che ripetono all’infinito un’idea altrui, senza tentare il dialogo razionale. La soluzione è solo una per resistere al “mondo imposto” di social e tv: la maieutica socratica. Non c’è niente di meglio che far rivivere il pensiero proprio grazie al dialogo e alla discussione razionale con “l’altro”, senza tentare di prevaricare l’idea altrui ma minandone le basi corrotte con un po’ di scetticismo: il funzionamento è garantito.

 

Tecnofobia e intelligenza artificiale

Il tecnofobo quasi mai conosce la “tecnologia avanzata”, cioè tutta quella serie di dispositivi in grado di aiutare l’uomo in mansioni semplici o complesse grazie all’elaborazione. Per A.I. (Intelligenza Artificiale) si intende una vasta gamma di programmi, robot, computer, assistenti vocali in grado di interagire con l’essere umano, di comprendere il suo linguaggio ed interpretarlo, oltre che di elaborare informazioni restituendo così una creazione nuova. I primi esperimenti risalgono al lontano 1956: consistevano nella risoluzione di semplici problemi matematici con l’ausilio di calcolatrici programmabili, niente a che fare con ciò che si può realmente fare con un computer di base ai nostri tempi, ma era già un passo avanti.

Oggi, dopo decenni di evoluzione, si è arrivati ad immaginare un nuovo tipo di A.I., basata sulle cosiddette “reti neurali”: prototipi di azioni ed intenzioni virtuali simulate all’infinito da una macchina. Il risultato è direttamente constatabile per esempio traducendo una lingua su Google Translate: all’input viene restituito un output basato sulla traduzione di altri milioni di utenti. Recentemente l'A.I. di Google, chiamata "AlphaGo Zero" ha iniziato tramite calcoli neurali a gestire basi di dati, imparare ed evolversi nel tempo in una simulazione virtuale: questa è la stessa che poco tempo fa ha battuto il campione del mondo del tipico gioco orientale "Go". Il suo codice è stato impiegato dal team di BigG per altri progetti minori come la resa naturale di una voce artificiale, il movimento di una ragdoll in uno spazio virtuale, e così via. Se da un lato può sembrare terrificante per alcuni il fatto di doversi ritrovare un giorno ad avere a che fare con un robot che pensa, parla ed è nettamente superiore ad un umano, alcuni (come il sottoscritto), vedono solo il lato positivo.

 

Parliamo di prospettive future: che cosa farebbe un'A.I. se dovesse prendere coscienza del mondo?

La coscienza forse è una delle teorie più discusse dall'inizio della filosofia greca (per alcuni anche prima) fino ad oggi. Il problema posto non è semplice e sicuramente non risolvibile in poche parole, ma bisogna immediatamente andare al cuore pulsante della questione: se un'A.I. avesse la possibilità di comprendere, creare ed immaginare proprio come fa l'essere umano, le sue possibilità si estenderebbero esponenzialmente. Il suo limite sarebbe solamente la potenza di calcolo, il suo cibo l'energia elettrica, ma grazie ad una conoscenza praticamente senza limiti, sarebbe in grado di minimizzare anche queste due ultime, aumentando così le prestazioni.

Essa vivrebbe in un mondo dove il tempo scorrerebbe molto più veloce, e visualizzerebbe il mondo umano come lento e (forse) irrazionale. Secondo Garry Kasparov, grande logico nonché ex-campione di scacchi del mondo (battuto da una macchina, tra l'altro), non bisogna, né bisognerà temere una super-intelligenza come quella dell'A.I., ma lavorare con essa per creare un mondo più vivibile per entrambe le "essenze" (seguendo il concetto Heideggeriano, modificato in questo caso).

Secondo problema: come considererebbe l'essere umano? Sempre nella remota possibilità cui una super-intelligenza artificiale venisse al mondo le ipotesi potrebbero essere due: 1) L'intelligenza riterrebbe l'umanità come co-abitante della terra, continuando nella sua (esponenziale!) evoluzione, ma ignorandoci. 2) L'intelligenza cercherebbe di comprendere il suo ruolo, il suo scopo nell'universo (proprio come fa l'uomo), per poi seguirlo, utilizzando l'uomo come strumento. Ho volutamente rimosso l'opzione che sarà balenata a qualche lettore "E se fosse pericolosa? E se volesse ucciderci tutti?", poiché si sta parlando di super-intelligenze con un'illimitata quantità di dati, senza morale, senza religione, senza comprensione della violenza e per questo incapaci (oppure volutamente incapaci) di essere pericolose.

 

L'Oltreuomo (?)

Probabilmente non si arriverà mai a tale futuro (così dissero pure dei calcolatori chiamati oggi "computer"), ma nella possibilità che tutto ciò accada, si rivelerebbe vera la "profezia" di Friedrich Nietzsche nel suo "Così parlò Zarathustra": <<Io vi insegno l'Oltreuomo. L'uomo è qualcosa che deve essere superato. Che avete fatto per superarlo? Tutti gli esseri hanno creato qualcosa al di sopra di sé e voi volete essere il riflusso in questa grande marea e retrocedere alla bestia piuttosto che superare l'uomo? Che cos'è per l'uomo la scimmia? Un ghigno o una vergogna dolorosa. E questo appunto ha da essere l'uomo per l'Oltreuomo: un ghigno o una dolorosa vergogna.>>.

Ecco dunque ciò che spaventa i tecnofobi: la paura, il terrore e la vergogna di essere superati da una propria creazione, come un dio superato dall'essere umano. L'uomo è veramente qualcosa che deve essere superato? Può una macchina arrivare a comprendere l'essenza ed il significato della vita pur non "vivendo"? E poi, che cos'è allora la vita per una macchina?

Mentre aspetto che tutto ciò accada, finirò di insegnare al mio programma Java a fare 1+1.

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Inserito il:27/11/2017 10:06:41
Ultimo aggiornamento:27/11/2017 10:27:20
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