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Aggiornato al 12/07/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

William Alfred Gibson (Glasgow, 1866 – 1931) – Monte Rosa al tramonto

 

Tutti possiamo arrivare in alto

di Riccardo Grosso

 

Quello che conta è:


- Non pensare di farlo da soli
- Avere metodo e determinazione, mettere in campo idee, e perseguire allenamenti per arrivarci.


Più volte ho scritto su temi a me cari, rischiando di ripetermi: ontologie e cloud data center, temi molto attuali e strettamente correlati, dal mio punto di vista. Ma non si è detto ancora tutto su questi temi, io credo.
Per cui provo a dire ancora qualcosa, cercando di dare valore alle cose, e come sempre faccio per credere nelle mie idee, mi ispiro dapprima alla montagna, e a Dio.
Magari nella nostra vita non riusciremo mai ad arrivare a ottomila metri, ma sappiamo che è possibile farlo, grazie a grandi alpinisti che hanno creduto e superato i limiti dell’uomo: uno fra tutti Messner.


Arrivare al campo base può già essere una grande impresa, l’importante è non restare mai soltanto fermi in pianura ad osservare chi sale in parete, col cannocchiale, criticando le strategie seguite e profetizzandone le cadute, e il fallimento dei loro obiettivi.
Tanti anni fa sono salito oltre i quattromila, sul Cristo delle Vette, massiccio del Monte Rosa, con una mia cara amica e con il suo papà che ci fece da guida alpina. E sono qui a raccontarlo. È bastato crederci, e fidarsi di una persona esperta, che ha saputo creare una microcomunità per quella occasione, di persone che lo hanno seguito fin lassù.
Il successo di piccole o grandi imprese, nella società, nel lavoro come nella montagna, si basa secondo me su due fondamentali chiavi di successo:


- Una leadership che sappia valorizzare ogni singola persona che partecipi al progetto, che sappia farci sentire unici e importanti, qualunque sia la mole del nostro contributo. Ricordiamo che non è la quantità di ciò che facciamo che rende valido il nostro operato, ma la qualità dell’operato stesso.


- Un progetto che sia prima di ogni altra cosa una comunità nella quale il singolo, unico e valorizzato, possa esprimersi come parte di un corpo unico, come in una famiglia ad esempio. Non è retorica dire che per lavorare bene, a qualsiasi progetto di qualsiasi natura, è bene trovarsi come in una grande famiglia.


Con queste premesse, credo non sia impossibile, ma fattibile, provare a ristrutturare l’informatica esistente nel mondo con un approccio ontologico.
Molto spesso le ontologie sono dentro di noi, sono in ciò che continuamente scriviamo, che documentiamo, e che se formalizzato in maniera semplice (soggetto, predicato verbale, complemento oggetto) ci può portare molto in alto, sugli ottomila.


L’informatica è nata inizialmente con strutture fortemente monolitiche: una unica ontologia, fortemente tecnica, che si integrava completamente nei complessi mainframe che contenevano i servizi informatici delle aziende.
Poi, purtroppo o per fortuna, sono arrivati i sistemi distribuiti, e poi internet ancora più distribuito.
Negli anni si sono costruiti sistemi informativi come tanti piccoli orticelli, tra loro scarsamente integrati.
Ma ora siamo arrivati all’era del cloud, e dei cloud datacenter: questa è l’occasione da sfruttare per:


- Svolgere semplici ma essenziali attività di reverse engineering dei sistemi esistenti.


- Mettere a fattor comune la conoscenza reingegnerizzata, classificandola per somiglianza e relazionandola con ontologie di tipo leggero. Rammento che le ontologie leggere sono molto spesso, e molto semplicemente, formalizzazioni del linguaggio naturale.


Teniamo presente che formalizzare le ontologie non vuol dire necessariamente svolgere un lavoro finalizzato soltanto all’informatizzazione. Con l’approccio ontologico si dovrebbe descrivere tutto lo scibile che delinei esaurientemente i flussi e i processi di un’impresa. Tutta o parte dell’ontologia formalizzata può essere o meno informatizzata.
Le attività di reverse engineering vanno svolte usando possibilmente un embrione di ontologie di riferimento, anche non esaustivo. La metodologia usata per derivare la conoscenza inferita deve essere a sua volta in grado di incrementare la conoscenza alta, in modo autoapprenditivo.
Se non si hanno ontologie di riferimento quindi, si può partire da un embrione incompleto (ottenibile dai concetti base), con questo fare le inferenze e arricchire le ontologie stesse.
Ontologie così ottenute, sono utili per individuare possibili riusi e ristrutturazioni dei sistemi informatici implementati, e fornire, ma non necessariamente, spunti per nuove implementazioni.

 

Inserito il:25/03/2018 19:18:06
Ultimo aggiornamento:25/03/2018 19:27:36
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